mitologia
greca

Almanacco
di Mary Falco

MITOLOGIA


 

Come si navigava?
Senza mappe o strumenti, con una profonda conoscenza del mezzo e degli elementi naturali; buon capitano è chi "conosce la descrizione delle coste, il moto degli astri e la scienza dei venti" ripetono senza stancarsi gli antichi.
Al secondo millennio risale la distinzione fra navi mercantili rotonde e navi da guerra lunghe con sperone, castello a prua e poppa slanciata.
In tutto questo spazio si venerava sia pure con nomi diversi, Astarte, Cibele, Iside, una Grande Madre, che era la personificazione del sesso creatore e selvaggio ed in suo onore si praticava la prostituzione, la danza del ventre e la manipolazione dei serpenti ritenuti sacri.

Col nome d’Afrodite approdò a Paphos, nell'isola di Cipro, che resta per tutta l'antichità il centro di culto più importante e ad Ascalona fenicia, dove tuttavia si confonde col culto tributato ad Astarte ed infine, quasi contemporaneamente, ad Atene ed in Palestina.

Poiché è ampiamente documentata, fin dai tempi omerici, la navigazione notturna, effettuata esclusivamente attraverso l'osservazione della posizione delle stelle e del movimento delle costellazioni, sui marinai impauriti vegliava la regina del Cielo, attributo un tempo riservato ad Astarte, che poi passò ad Afrodite, detta dunque Euploia cioè protettrice della buona navigazione, celebrata in suggestive feste d’arrivo o di partenza e ricordata da statuette, preferibilmente d'avorio, che venivano venerate sulle navi stesse.

Già dal XVI sec. a. C. questo fenomeno interessava il Tirreno e l'Italia meridionale, dove appunto gli archeologi hanno rinvenuto una gran quantità di vasi ed anfore con cui si trasportavano i prodotti, ma a differenza di quanto fecero poi Fenici e Greci, gli antichi micenei non ritennero necessario fondare delle vere e proprie città e men che meno esportare altrove il proprio stile di vita, pur percorrendo le stesse rotte nel mondo cipriota e levantino ed incontrando forse anche maggiori difficoltà.

Forse perché il Medioriente era a quel tempo accomunato da una civiltà piuttosto omogenea, sia dal punto di vista politico che culturale. Rigide monarchie che rivendicavano la diretta discendenza dagli dei governavano incontrastate a Creta, Micene ed in Egitto, per citare solo i nomi più famosi; la società aveva una solida struttura piramidale ed una religione che legava tenacemente l'uomo alla terra. Ma nel II millennio, accadde qualcosa che mise fine alla pace.

Intorno al 1200 a.C., ci fu una periodo di grande siccità, attualmente messo in luce dagli studi geologici, che interessò tutta l'Europa e gran parte dell'Asia: si abbassarono i livelli di laghi, paludi e lagune, il clima divenne secco e caldo e le grandi foreste dell'Europa del Nord bruciarono per autocombustione. Le popolazioni celtiche, originarie della zona di Harz, si misero in cammino in ogni direzione, alla ricerca dell'acqua, sovrapponendosi più o meno pacificamente alle popolazioni autoctone. Così i Dori giunsero in Grecia.

Molto probabilmente la siccità aveva creato qualche tensione, perché, se l'Ellade è affacciata al mare, l'Arabia e la Mesopotamia dovevano essere gravemente afflitte dalla carestia ed è verosimile che i nuovi arrivati, con splendide armi di bronzo, suggerissero agli abitanti dell'Egeo di piegare con le armi l'arroganza commerciale di quelli che fino a poco prima erano stati buoni clienti. O forse, più semplicemente, si impadronirono con la forza di tutto il territorio.
Quel che è certo e che ci fu anche qualche complicazione sessuale.
Scoppiò così quella che il mondo ricorda come guerra di Troia.

L'idea che davvero fosse stata rapita la regina di Sparta e su istigazione di una dea per di più, è chiaramente una finzione poetica, ma i cacciatori nomadi hanno il culto del sangue e della fedeltà. Per una popolazione sempre in movimento, attraverso guerre e carestie è assolutamente necessario essere certi della legittimità delle bocche da sfamare; un uomo che vive con la spada in pugno ha bisogno di pensare che sopravviverà in suo figlio.
Il culto della Grande Madre non piacque per nulla e men che meno la libertà sessuale femminile che ne derivava… ma probabilmente le seguaci danzanti della Dea erano anche molto più appetibili delle compagne affamate e scapigliate che li avevano seguiti fin lì. In ogni caso con l’invasione dorica i costumi vennero riformati. Anche la bella Afrodite deve sopportare qualche sacrificio per avere diritto di cittadinanza: nell’Iliade è la libera e potente compagna di Ares, nell'Odissea (VIII 350-492) è la moglie adultera di Efesto, che viene addirittura colta sul fatto e derisa. Nella tragedia le cose si fanno anche più complicate: "Afrodite" dice un frammento di Sofocle "non è Afrodite soltanto, ha tanti nomi: è morte, è forza, è frenesia furiosa, è desiderio, è gemito..." In ogni caso la posizione di Venere all'interno della tragedia greca è del tutto marginale: la "Dea amante del riso" come la chiama Omero, ne è l'antitesi!
Ma esiste anche un ruolo immutato: regina del mare!

A partire dall'VIII sec. a. C. le polis misero le proprie cognizioni di itinerari marittimi e terrestri, di luoghi e di genti per cercare nuovi spazi d'azione e fondare altre città, con una politica d'intensa colonizzazione, che interessò dapprima la costa tirrenica e ionica dell'Italia e la costa orientale della Sicilia e solo più tardi la parte meridionale dell'isola, soggetta al controllo di Cartagine, grande antagonista della civiltà ellenica nella lotta per l'egemonia. In questo periodo la critica colloca la stesura definitiva dei poemi omerici: l'Iliade, che narra appunto le vicende della guerra di Troia e l'Odissea, con le peregrinazioni d'Ulisse in quella che, di fatto, diventerà la Magna Grecia. Entrambi i poemi sono ricchi di notizie sulla vita di mare: il secondo canto dell'Iliade, per esempio, descrive i battelli "cuciti" per mezzo di corde vegetali, perché, non si conosceva ancora la tecnica degli incastri, mentre nel XIV canto dell'Odissea si cita la possibilità di navigare direttamente da Creta verso l'Egitto sfruttando i venti settentrionali, infine quasi tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere nello stretto di Messina il teatro leggendario delle peripezie fra Scilla e Cariddi.

L'idea di una città felice e senza contrasti, direttamente costruita dagli dei o fondata dagli uomini, ma sotto il loro controllo è al tempo stesso memoria del passato e speranza per il futuro ed i luoghi dove si colloca questa perfezione sono lontani nel tempo e nello spazio, ma non del tutto fuori dal mondo: è probabile infatti che i Dori conservassero rapporti con le altre popolazioni d'origine celtica o almeno avessero loro notizie dagli Etruschi e dagli Egiziani, coi quali commerciavano. In questo periodo s'elabora il concetto di Mediterraneo come "mare interno" per distinguerlo da quello esterno, che s'estendeva oltre le colonne d'Ercole e forse circondava tutta la terra. Si tratta di un concetto del tutto estraneo alle precedenti civiltà mediorientali e nasce proprio da quest'esigenza di confrontarsi e misurarsi con altri spazi e nello stesso tempo di definire bene il proprio territorio, che sarà la caratteristica saliente della civiltà greca più matura.

Le colonie dunque costituivano un'importante valvola di sfogo per un'aristocrazia intraprendente ed inquieta, che forse in tutta coscienza ammantava di idealità il proprio operato e pensava davvero di partire per fondare la città ideale, ma sostanzialmente perché non poteva più vivere a casa propria.
Alla fine dell'età del bronzo, cioè nel 530 a. C. ci fu un brusco ritorno al clima umido e freddo: in tutto l'Atlantico e nel Mare del Nord l'acqua ricuperò terreno e giunsero racconti allarmanti di grosse catastrofi naturali. I Greci non furono turbati direttamente da questo cambiamento, ma certamente ne risentirono gran parte delle colonie occidentali e probabilmente se ne parlò a lungo. La mitologia, sempre molto ricca, assorbì in parte le tensioni che ne derivarono ed accanto alla Dea sorgente dalle acque per donare la fecondità alla terra si fece strada il corrispondente opposto, già ben presente nei miti Egizi e Mesopotamici, delle città degli uomini sommerse da un diluvio punitore di peccati e sregolatezze. La città sommersa diventa un mito. Curiosamente infatti il Greco continua a collegarle gli stessi valori positivi che aveva attribuito a Troia, con un "culto del perdente" che neppure l'analisi attenta della tragedia antica ha sviscerato fino in fondo e forse nasconde una certa stanchezza del presente ed un po' di delusione per i risultati ottenuti.

Platone racconta nel Timeo della scomparsa d'Atlantide ed al tempo stesso colloca in quest'Atlantide e nel mondo Iperboreo tutta la felicità che l'uomo può raggiungere. Qui Apollo parla direttamente coi mortali, qui crescono le Esperidi, qui l'uomo non invecchia... i più arditi racconti di viaggio si mescolano ai ricordi degli antichi miti, generando questa continua tensione tra passato e futuro.
Effettivamente l'età dell'oro corrisponde al governo illuminato di una monarchia in diretto contatto con la divinità e ben lontana dalle quotidiane miserie della vita civica! Con la fondazione della Polis quest'ordine cade, paradossalmente, anche per quanto riguarda gli Dei, messi sempre più spesso in discussione; che ne è dunque del culto d’Afrodite?

Data la situazione di pericolo tutta la zona sacra fu rinchiusa in un giardino stupendo, ma ben recintato, dove il culto proseguì con danza ed amoreggiamenti in luoghi perennemente fioriti.

E che cosa si coltivava?...

 


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