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Come si navigava?
Senza mappe o strumenti, con una profonda
conoscenza del mezzo e degli elementi naturali;
buon capitano è chi "conosce
la descrizione delle coste, il moto degli
astri e la scienza dei venti" ripetono
senza stancarsi gli antichi.
Al secondo millennio risale la distinzione
fra navi mercantili rotonde e navi da guerra
lunghe con sperone, castello a prua e poppa
slanciata.
In tutto questo spazio si venerava sia pure
con nomi diversi, Astarte, Cibele, Iside,
una Grande Madre, che era la personificazione
del sesso creatore e selvaggio ed in suo
onore si praticava la prostituzione, la
danza del ventre e la manipolazione dei
serpenti ritenuti sacri.
Col nome d’Afrodite approdò
a Paphos, nell'isola di Cipro, che resta
per tutta l'antichità il centro di
culto più importante e ad Ascalona
fenicia, dove tuttavia si confonde col culto
tributato ad Astarte ed infine, quasi contemporaneamente,
ad Atene ed in Palestina.
Poiché è ampiamente documentata,
fin dai tempi omerici, la navigazione notturna,
effettuata esclusivamente attraverso l'osservazione
della posizione delle stelle e del movimento
delle costellazioni, sui marinai impauriti
vegliava la regina del Cielo, attributo
un tempo riservato ad Astarte, che poi passò
ad Afrodite, detta dunque Euploia
cioè protettrice della buona
navigazione, celebrata in suggestive
feste d’arrivo o di partenza e ricordata
da statuette, preferibilmente d'avorio,
che venivano venerate sulle navi stesse.
Già dal XVI sec. a. C. questo fenomeno
interessava il Tirreno e l'Italia meridionale,
dove appunto gli archeologi hanno rinvenuto
una gran quantità di vasi ed anfore
con cui si trasportavano i prodotti, ma
a differenza di quanto fecero poi Fenici
e Greci, gli antichi micenei non ritennero
necessario fondare delle vere e proprie
città e men che meno esportare altrove
il proprio stile di vita, pur percorrendo
le stesse rotte nel mondo cipriota e levantino
ed incontrando forse anche maggiori difficoltà.
Forse perché il Medioriente era a
quel tempo accomunato da una civiltà
piuttosto omogenea, sia dal punto di vista
politico che culturale. Rigide monarchie
che rivendicavano la diretta discendenza
dagli dei governavano incontrastate a Creta,
Micene ed in Egitto, per citare solo i nomi
più famosi; la società aveva
una solida struttura piramidale ed una religione
che legava tenacemente l'uomo alla terra.
Ma nel II millennio, accadde qualcosa che
mise fine alla pace.
Intorno al 1200 a.C., ci fu una periodo
di grande siccità, attualmente messo
in luce dagli studi geologici, che interessò
tutta l'Europa e gran parte dell'Asia: si
abbassarono i livelli di laghi, paludi e
lagune, il clima divenne secco e caldo e
le grandi foreste dell'Europa del Nord bruciarono
per autocombustione. Le popolazioni celtiche,
originarie della zona di Harz, si misero
in cammino in ogni direzione, alla ricerca
dell'acqua, sovrapponendosi più o
meno pacificamente alle popolazioni autoctone.
Così i Dori giunsero in Grecia.
Molto probabilmente la siccità aveva
creato qualche tensione, perché,
se l'Ellade è affacciata al mare,
l'Arabia e la Mesopotamia dovevano essere
gravemente afflitte dalla carestia ed è
verosimile che i nuovi arrivati, con splendide
armi di bronzo, suggerissero agli abitanti
dell'Egeo di piegare con le armi l'arroganza
commerciale di quelli che fino a poco prima
erano stati buoni clienti. O forse, più
semplicemente, si impadronirono con la forza
di tutto il territorio.
Quel che è certo e che ci fu anche
qualche complicazione sessuale.
Scoppiò così quella che il
mondo ricorda come guerra di Troia.
L'idea che davvero fosse stata rapita la
regina di Sparta e su istigazione di una
dea per di più, è chiaramente
una finzione poetica, ma i cacciatori nomadi
hanno il culto del sangue e della fedeltà.
Per una popolazione sempre in movimento,
attraverso guerre e carestie è assolutamente
necessario essere certi della legittimità
delle bocche da sfamare; un uomo che vive
con la spada in pugno ha bisogno di pensare
che sopravviverà in suo figlio.
Il culto della Grande Madre non piacque
per nulla e men che meno la libertà
sessuale femminile che ne derivava…
ma probabilmente le seguaci danzanti della
Dea erano anche molto più appetibili
delle compagne affamate e scapigliate che
li avevano seguiti fin lì. In ogni
caso con l’invasione dorica i costumi
vennero riformati. Anche la bella Afrodite
deve sopportare qualche sacrificio per avere
diritto di cittadinanza: nell’Iliade
è la libera e potente compagna di
Ares, nell'Odissea (VIII 350-492) è
la moglie adultera di Efesto, che viene
addirittura colta sul fatto e derisa. Nella
tragedia le cose si fanno anche più
complicate: "Afrodite" dice un
frammento di Sofocle "non è
Afrodite soltanto, ha tanti nomi: è
morte, è forza, è frenesia
furiosa, è desiderio, è gemito..."
In ogni caso la posizione di Venere all'interno
della tragedia greca è del tutto
marginale: la "Dea amante del riso"
come la chiama Omero, ne è l'antitesi!
Ma esiste anche un ruolo immutato: regina
del mare!
A partire dall'VIII sec. a. C. le polis
misero le proprie cognizioni di itinerari
marittimi e terrestri, di luoghi e di genti
per cercare nuovi spazi d'azione e fondare
altre città, con una politica d'intensa
colonizzazione, che interessò dapprima
la costa tirrenica e ionica dell'Italia
e la costa orientale della Sicilia e solo
più tardi la parte meridionale dell'isola,
soggetta al controllo di Cartagine, grande
antagonista della civiltà ellenica
nella lotta per l'egemonia. In questo periodo
la critica colloca la stesura definitiva
dei poemi omerici: l'Iliade, che narra appunto
le vicende della guerra di Troia e l'Odissea,
con le peregrinazioni d'Ulisse in quella
che, di fatto, diventerà la Magna
Grecia. Entrambi i poemi sono ricchi di
notizie sulla vita di mare: il secondo canto
dell'Iliade, per esempio, descrive i battelli
"cuciti" per mezzo di corde vegetali,
perché, non si conosceva ancora la
tecnica degli incastri, mentre nel XIV canto
dell'Odissea si cita la possibilità
di navigare direttamente da Creta verso
l'Egitto sfruttando i venti settentrionali,
infine quasi tutti gli studiosi sono d'accordo
nel riconoscere nello stretto di Messina
il teatro leggendario delle peripezie fra
Scilla e Cariddi.
L'idea di una città felice e senza
contrasti, direttamente costruita dagli
dei o fondata dagli uomini, ma sotto il
loro controllo è al tempo stesso
memoria del passato e speranza per il futuro
ed i luoghi dove si colloca questa perfezione
sono lontani nel tempo e nello spazio, ma
non del tutto fuori dal mondo: è
probabile infatti che i Dori conservassero
rapporti con le altre popolazioni d'origine
celtica o almeno avessero loro notizie dagli
Etruschi e dagli Egiziani, coi quali commerciavano.
In questo periodo s'elabora il concetto
di Mediterraneo come "mare interno"
per distinguerlo da quello esterno, che
s'estendeva oltre le colonne d'Ercole e
forse circondava tutta la terra. Si tratta
di un concetto del tutto estraneo alle precedenti
civiltà mediorientali e nasce proprio
da quest'esigenza di confrontarsi e misurarsi
con altri spazi e nello stesso tempo di
definire bene il proprio territorio, che
sarà la caratteristica saliente della
civiltà greca più matura.
Le colonie dunque costituivano un'importante
valvola di sfogo per un'aristocrazia intraprendente
ed inquieta, che forse in tutta coscienza
ammantava di idealità il proprio
operato e pensava davvero di partire per
fondare la città ideale, ma sostanzialmente
perché non poteva più vivere
a casa propria.
Alla fine dell'età del bronzo, cioè
nel 530 a. C. ci fu un brusco ritorno al
clima umido e freddo: in tutto l'Atlantico
e nel Mare del Nord l'acqua ricuperò
terreno e giunsero racconti allarmanti di
grosse catastrofi naturali. I Greci non
furono turbati direttamente da questo cambiamento,
ma certamente ne risentirono gran parte
delle colonie occidentali e probabilmente
se ne parlò a lungo. La mitologia,
sempre molto ricca, assorbì in parte
le tensioni che ne derivarono ed accanto
alla Dea sorgente dalle acque per donare
la fecondità alla terra si fece strada
il corrispondente opposto, già ben
presente nei miti Egizi e Mesopotamici,
delle città degli uomini sommerse
da un diluvio punitore di peccati e sregolatezze.
La città sommersa diventa un mito.
Curiosamente infatti il Greco continua a
collegarle gli stessi valori positivi che
aveva attribuito a Troia, con un "culto
del perdente" che neppure l'analisi
attenta della tragedia antica ha sviscerato
fino in fondo e forse nasconde una certa
stanchezza del presente ed un po' di delusione
per i risultati ottenuti.
Platone racconta nel Timeo della scomparsa
d'Atlantide ed al tempo stesso colloca in
quest'Atlantide e nel mondo Iperboreo tutta
la felicità che l'uomo può
raggiungere. Qui Apollo parla direttamente
coi mortali, qui crescono le Esperidi, qui
l'uomo non invecchia... i più arditi
racconti di viaggio si mescolano ai ricordi
degli antichi miti, generando questa continua
tensione tra passato e futuro.
Effettivamente l'età dell'oro corrisponde
al governo illuminato di una monarchia in
diretto contatto con la divinità
e ben lontana dalle quotidiane miserie della
vita civica! Con la fondazione della Polis
quest'ordine cade, paradossalmente, anche
per quanto riguarda gli Dei, messi sempre
più spesso in discussione; che ne
è dunque del culto d’Afrodite?
Data la situazione di pericolo tutta la
zona sacra fu rinchiusa in un giardino stupendo,
ma ben recintato, dove il culto proseguì
con danza ed amoreggiamenti in luoghi perennemente
fioriti.
E
che cosa si coltivava?...
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