|
di Cettina
Messina
Riportiamo, di seguito,
un’interessante testimonianza dello
storico greco Plutarco, il quale nella Vita
di Marcello ci ha tramandato una vivace
descrizione delle straordinarie macchine
belliche che Archimede inventò, in
particolare per la difesa di Siracusa, nel
212 a. C. e dei loro effetti. In essa scopriamo
anche il giudizio che la cultura antica
riservava a questo tipo di interesse scientifico:
tali invenzioni erano considerate dei semplici
passatempi, una semplice dimostrazione concreta
e visibile delle conoscenze teoriche possedute.
Il sapiente riservava perciò a queste
invenzioni poco tempo. Da ciò comprendiamo
anche, quindi, il disprezzo di Archimede
per la tecnica.
Ma di tutto ciò non si preoccupò
Archimede, come se le armi del nemico nulla
contassero, in confronto ai suoi meccanismi.
Non che ad essi si fosse dedicato come ad
un lavoro degno di attenzione: per la maggior
parte erano divertimenti di geometria, che
aveva realizzato a tempo perso. Il re Ierone
per primo sollecitò e convinse Archimede
a rivolgere un po’ della sua tecnica
dalle cognizioni teoretiche alle cose concrete
e a mescolare in qualche modo la speculazione
con i bisogni materiali, così da
renderla più evidente ai profani,
quando l’avesse resa più sensibile
[…]
I Siracusani, quando videro i Romani investire
la città dai due fronti, di terra
e di mare, rimasero storditi e ammutolirono
di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto
contrastare l’impeto di un attacco
di forze in tali proporzioni. Ma Archimede
cominciò a caricare le sue macchine
e a far piovere sulla fanteria nemica proiettili
di ogni genere. Grandi masse di pietra cadevano
dall’alto con fragore e velocità
incredibili, né c’era modo
di difendersi dal loro urto: rovesciavano
a terra tutti coloro che incontravano, e
scompigliavano i ranghi. Contemporaneamente
dalle mura venivano proiettati in fuori
all’improvviso dei lunghi pali, che
si puntavano in direzione delle navi e le
affondavano senza rimedio, colpendole dall’alto
con dei pesi, oppure le sollevavano diritte,
afferrandole per la prua con delle mani
di ferro o dei becchi simili a quelli delle
gru, per poi immergerle nell’acqua
con la poppa. Altre, mediante cavi azionati
dall’interno della città, erano
fatte girare e sballottate qua e là,
finché si sfracellavano contro le
rocce e gli scogli posti sotto le mura,
con grave massacro degli uomini che erano
a bordo, i quali facevano la stessa fine
della nave. […] Era uno spettacolo
terrificante […]
Marcello vide i Romani così atterriti
che, appena si avvistava una fune o un legno
sopra le mura: “Eccolo - gridavano
– Archimede sta dirigendo qualcuno
dei suoi ordigni contro di noi” e
si davano alla pazza fuga . Soprassedette
quindi a qualsiasi operazione militare,
combattimenti o assalti, e per il resto
affidò al tempo l’esito dell’assedio.
Archimede possedette tuttavia uno spirito
così elevato, un’anima così
profonda e un patrimonio così grande
di cognizioni scientifiche, che non volle
lasciare per iscritto nulla di quelle cose,
cui pure doveva un nome e la fama di una
facoltà comprensiva non umana, ma
pressoché divina. Persuaso che l’attività
di uno che costruisce delle macchine, come
di qualsiasi altra arte che si rivolge ad
un’utilità immediata, è
ignobile e grossolana, rivolse le sue cure
più ambiziose soltanto a studi la
cui bellezza ed astrazione non sono contaminate
da esigenze di ordine materiale. E i suoi
studi non ammettono confronti con nessun
altro. […] Non c’è dunque
ragione di credere a quanto si dice di Archimede,
e cioè che viveva continuamente incantato
da questa che potremmo chiamare una Sirena
a lui familiare e domestica, al punto da
scordarsi persino di mangiare e di curare
il proprio corpo. Spesso, quando i servitori
lo trascinavano a viva forza nel bagno per
lavarlo ed ungerlo, egli disegnava sulla
cenere della stufa alcune figure geometriche;
e appena lo avevano spalmato di olio, tracciava
sulle proprie membra delle linee col dito,
tanto lo dominava il diletto ed era prigioniero,
veramente delle Muse.
Molte e mirabili furono le scoperte che
egli fece; ma sulla tomba pregò,
si dice, gli amici e i parenti di mettergli,
dopo morto, un cilindro con dentro una sfera,
e quale iscrizione la proporzione dell’eccedenza
del solido contenente rispetto al contenuto.
(Plutarco, Vita di Marcello,14-17)
Traduz. A. Giardina, B. Gregori
Archimede:
una vita per la scienza |