SULLE (FALSE)
TRACCE DI ATLANTIDE
di
Mariano Tomatis
Da alcuni anni a questa
parte le librerie si sono riempite di
libri dedicati a una branca "non
ufficiale" dell’archeologia:
la cosiddetta archeologia eterodossa.
In questo filone si inseriscono tutti
gli pseudosaggi dedicati ai misteri astronomici
dell’antico Egitto e alle civiltà
precolombiane, al continente perduto di
Atlantide e ai Cavalieri Templari.
Il mercato intorno a queste tematiche
è molto fiorente, nonostante (o
forse grazie a) le discutibilissime ipotesi
avanzate e i metodi non troppo rigorosi
utilizzati dagli autori. Si nota, inoltre,
in questi scritti una curiosa forma di
solidarietà tra "studiosi",
i quali si citano a vicenda, ognuno portando
a riprova delle proprie affermazioni quelle
dell’altro (facendo, così,
perdere ogni fondamento solido a questo
Strano Anello); dando un sostegno alla
validità del sillogismo che Eco
così riassume nel suo Pendolo di
Foucault: "si confermano tra loro,
dunque sono veri".
Convinto che bastasse qualche settimana
di superficiale studio per avvicinarmi
ai risultati degli autori di bestsellers,
nell’estate del 1997 mi procurai
un libro dal taglio esoterico sul continente
perduto di Atlantide, una biografia di
Cristoforo Colombo, un breve trattato
divulgativo sulla navigazione del XV secolo
e un numero del fumetto di Martin Mystere.
Saccheggiai da quest’ultima pubblicazione
il testo di una lunga lettera (abilmente
scritta dall’autore della serie,
Alfredo Castelli) che attribuii a un frate
sbarcato nel Nuovo Continente quasi un
secolo prima di Colombo. In un manoscritto
di circa duecentomila battute, che dissi
d’aver rinvenuto nella città
di Venezia, raccontai in prima persona
(come fosse lui a narrarle) le vicende
di padre Armand de Châteauroux (ribattezzato
Armanio da Castellon de la Plana), un
cistercense francese che si era imbattuto
nella lettera citata in precedenza, e
che - proprio partendo da essa - era riuscito,
dopo una lunga serie di ricerche, a sbarcare
nelle Americhe al seguito del secondo
viaggio di Colombo e a farsi condurre
da alcuni indigeni presso un’isola
sotto la quale riposava l’isola
di Atlantide. Non mi dilungherò
nei particolari della trama; desidero,
invece, porre in risalto gli elementi
che contribuirono al convincimento da
parte di molti dell’attendibilità
delle affermazioni contenute nel manoscritto.
1) la cronologia presentata era molto
rigorosa, come nei migliori romanzi storici:
le vicende di padre Armanio erano state
modellate sulla vera biografia di Colombo,
e in particolare, mi trovai a sfruttare
a mio vantaggio tutte le zone d’ombra
della vita del navigatore genovese;
2) il manoscritto conteneva vistosi errori
storico-geografici: come nel caso delle
profezie fatte a posteriori conviene commettere
qualche piccolo errore, così nelle
pagine da me scritte si trovavano diverse
note a pié pagina, contenenti rettifiche
del testo di padre Armanio. Questa "intrusione"
da parte dell’editore nel testo
originale viene facilmente presa sul serio;
3) c’erano i Templari; per qualche
strana alchimia, quando compaiono i Cavalieri
del Tempio, ogni testo - per quanto assurdo
- si tinge di verosimiglianza agli occhi
dei misteriofili;
4) non avevo aggiunto nulla alla descrizione
della città di Atlantide che non
fosse riscontrabile sui classici testi
di Platone, Plutarco, Plinio, ecc...
5) il testo era preceduto da una presentazione
un po’ timorosa, del tipo: "sono
al corrente dei rischi che corro presentando
questo manoscritto come autentico, ma
ancor più proponendo un’ulteriore
testimonianza dell’esistenza di
una terra il cui nome suscita ancora l’ilarità
da parte degli studiosi della cosiddetta
Storia Ufficiale". Ponendomi in questa
posizione di fronte al lettore era per
me più facile suscitare la sua
fiducia e il suo appoggio nelle considerazioni
successive;
6) il testo era seguito da una conclusione
che citava (inserendosi così in
quello Strano Anello citato prima) i testi
di Graham Hancock, Rand e Rose Flem-Ath,
Colin Wilson, un articolo letto su Televideo
riguardante una futura spedizione in Bolivia
alla ricerca di Atlantide e - il colpo
finale - un trafiletto preso da La Stampa
nella quale si segnalava il ritrovamento
sul fondo della laguna di Venezia di un
cimitero di navi medioevali: da qui avrei
fatto provenire il mio manoscritto!
7) la conclusione del manoscritto è
la spiegazione di un mistero che, secondo
molti, sarebbe ancora irrisolto: il significato
della bizzarra firma di Cristoforo Colombo.
Sostenevo che in essa si trovasse la cartina
per raggiungere Atlantide. La tecnica
che ho utilizzato per rendere verosimile
questa assurdità è stata
quello di posporre la risoluzione del
mistero e di presentarlo a sorpresa. Se
dall’inizio avessi introdotto la
firma e solo in seguito ne avessi studiato
i particolari, il procedimento si sarebbe
rivelato sospetto, in quanto sarebbe parso
che io volessi forzatamente giustificare
ogni stranezza nella firma e condurre
il senso della mia interpretazione verso
una meta prestabilita. Ho invece descritto
tutta la ricerca e il ritrovamento di
Atlantide preparando la spiegazione finale,
e solo alla fine, distrattamente, ho finto
di accorgermi del fatto che la firma nascondesse
quella cartina.
Riporto solo alcuni spezzoni dei vari
commenti ricevuti in seguito alla pubblicazione
sul Web del manoscritto:
- "Caro Mariano, in Sulle tracce
di Atlantide riporti un manoscritto che
è sensazionale! Mi potresti spiegare
in modo più dettagliato come sei
riuscito ad avere il testo del manoscritto?"
- "Egregio signor Tomatis, ho da
poco trovato e letto la lettera di Armand
de Châteauroux da Lei tradotta e
messa a disposizione sulla rete. Nel ringraziarla
per questo, mi sembra quasi superfluo
notare le enormi implicazioni contenute
in essa (naturalmente se autentica). A
questo proposito avrei il piacere di chiederle
due cose: la prima concerne le sue impressioni
sulla autenticità del documento,
non dal punto di vista storico o archeologico,
ma dal punto di vista del manufatto e
delle circostanze del suo rinvenimento.
In questo momento sul newsgroup it.discussioni.misteri
si sta un po' trattando il tema di Atlantide.
Io avrei piacere di poter segnalare la
sua traduzione del manoscritto, ma conscio
di possibili ripercussioni da Lei altresì
citate nella prefazione, desidererei prima
sentire il suo parere".
- "Visto che il documento l’ho
scaricato (ed è di una trentina
di pagine!), ci terrei, Tomatis, se ci
dicesse "quanto" è falso".
E, in seguito alla mia confessione:
- "Però bisogna ammettere
che l'amico Mariano ha fatto un gran bel
lavoro: tutti i riferimenti che vi si
trovano sono verosimili".
- "Il racconto di Mariano (come ho
specificato in una lettera scritta allo
stesso) è veramente notevole. Devo
confessare che avevo quasi creduto all'autenticità
del manoscritto, anche se avevo notato
alcune stranezze".
- "La lettera di Padre Armand de
Chateauroux rappresenta per me una novità,
infatti non ne avevo mai sentito parlare;
ignoravo poi che esistesse qualcuno che
asseriva addirittura di aver visto di
persona le rovine di una città
di Atlantide".
Quest’ultimo lettore affermava in
seguito di aver eseguito delle ricerche
su un atlante e di aver constatato l’assenza
di isole "ad una settimana di navigazione
a SW di Monserrat", il che l’aveva
reso un po’ sospetto (per quanto
aggiungesse "o almeno non mi pare
che ce ne siano"). La sua lettera
si concludeva con un invito a scambiare
due chiacchiere su "un argomento
così inviso alla scienza ufficiale"...
Nella mia lettera confessione rivelai
alcuni trucchi utilizzati per scrivere
il racconto, né nascosi il fatto
che il nome spagnolo del frate, Armanio,
fosse anagramma del mio e che l’ingegnere
veneto che mi aveva ceduto il manoscritto
"originale" si chiamava I. Tommaso
Traian, ancora un anagramma di Mariano
Tomatis. Occhio, dunque, ai nomi che incontrerete.
Che cosa potrebbe nascondere, ad esempio,
un misterioso Mario Mossi detto "Poldo",
direttore di una rivista dal titolo "Spalancare
zero anime"?
Complimenti dunque a Mariano per il suo
eccellente lavoro di "mistificazione
demistificatoria". Nel suo intervento
Mariano ha fatto un elenco degli strategemmi
usati dagli pseudo-cultori di misteri
per rendere credibili le proprie farneticazioni.
Sono istruzioni che chiunque vorrà
inventare un falso mistero e poi mandarmelo
potrà seguire quasi alla lettera.
Proviamo a immaginare, però, cosa
sarebbe successo se Mariano avesse pubblicato
il suo testo in un libro che fosse magari
poi diventato un bestseller. Chissà,
magari Mariano ci avrebbe preso gusto,
avrebbe cominciato ad apprezzare le mille
attenzioni che gli sarebbero arrivate
dai mass media e dai lettori e magari
avrebbero cominciato a fargli comodo i
corposi assegni dei diritti d’autore.
Insomma, se al posto di Mariano ci fosse
stata una persona meno seria, probabilmente
oggi ci ritroveremmo con un non-mistero
in più da indagare.
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curiosità