RELIGIONE

Benedetto XVI apre le porte ai fratelli d’Oriente

di Francesco Colafemmina


“Non possiamo comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra noi”. E’ questo il messaggio che Papa Benedetto XVI ha lanciato da Bari ai fratelli Ortodossi. Un messaggio giunto nel giorno conclusivo del XXIV congresso eucaristico nazionale della chiesa cattolica.
Il Papa non ha semplicemente aperto al dialogo ecumenico, il piu' delle volte vacuo e senza sostanziali conseguenze, ha piuttosto fatto una rivelazione fondamentale che e' anche una sua promessa, un impegno per il suo papato: “Proprio qui, a Bari, - ha detto il Santo Padre - citta' che custodisce le ossa di San Nicola, terra di incontro e di dialogo con i fratelli cristiani dell’Oriente, vorrei ribadire la mia volonta' di assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le energie alla ricostituzione della piena e visibile unita' di tutti i seguaci di Cristo”.
E non sara' un caso se e' ormai diventata una abitudine nelle celebrazioni solenni officiate da Papa Ratzinger lo sdoppiamento del Vangelo: in latino ed in greco. Chiunque abbia vissuto l’emozione di una liturgia ortodossa puo' intendere il senso profondo di questo gesto. A Bari abbiamo visto il diacono ortodosso e quello latino avanzare insieme con i Vangeli e mostrarli sullo stesso piano ai 200.000 fedeli presenti sotto il sole pugliese. E tutti hanno ascoltato nel massimo silenzio il Vangelo originario, quasi solennemente compresi dalla mistica lettura salmodiata, con gli occhi rivolti al luccichio dei paramenti dorati del diacono. Inoltre la scena del palco su cui si e' svolta la celebrazione era incorniciata da una statua del Cristo crocifisso e dall’icona dell’Odigitria, quasi a testimoniare l’unione nella stessa rappresentazione della fede. E quando il Papa, all’annuncio del Vangelo in greco ha risposto “irini pasi” per un attimo si e' tornati indietro nel tempo, all’anno 1054, l’anno dello scisma.
Prima di allora il Papa ricordava nella messa il Patriarca Ecumenico ed ugualmente a Costantinopoli il nome del Papa era iscritto nella liturgia. La comunione fra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente avveniva nella diversita' della lingua. Anche il canto sino a quel momento corrispondeva, fra Roma e Costantinopoli. Il gregoriano infatti nasce in Francia, a Roma invece, nella Curia, si cantava sino al mille un canto unico per i latini, un canto in cui l’atmosfera solenne era resa dalle voci di bordone, come in quello bizantino. I limiti dottrinali furono poi escogitati al tempo dello scisma, per dividere cio' che la fede univa. Anche Giovanni Paolo II infatti, nella sua visita ad Atene, ai piedi dell’Areopago, non pronuncio' nel Credo la formula del filioque, segno comune di differenza. E domenica 29 maggio anche Papa Benedetto XVI ha preferito un’altra forma del Credo, proprio per evitare di rimarcare sottili divergenze teologiche che non sembrano appartenere alla vera fede. “Sono cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti – ha aggiunto il Papa - occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che e' il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo.” Speriamo quindi che possa presto tradursi in realta' la proposta avanzata dal cardinal Kasper nell’ambito del Congresso Eucaristico di ripetere a Bari un sinodo di vescovi Greci e Latini, come quello che avvenne nel 1098 per ricucire le divisioni ed unire le basi piu' forti della fede cristiana.

Francesco Colafemmina
1 Giugno 2005


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