GRECIA CLASSICA

Dodekadromos (2/5)

Le gare equestri nella Grecia Antica

di Fabrizio Corselli


Lo spessore e l'enfasi di tale momento sportivo si evincono non solo da quella che fu ritenuta la prima vera e propria cronaca sportiva del tempo, operata da Omero nei suoi mastodontici quattrocento versi di pura descrizione sulla gara equestre tenutasi presso i giochi di Patroclo - dove peraltro eccelse il giovane protagonista Antiloco, sapientemente addestrato dal padre Nestore -, ma anche dal riferimento che il poeta Pindaro fa della gara del 462 a.C., presso Pito, in cui l'esperto auriga Alexibiade, riesce a condurre il suo carro quadrigo intatto dopo dodici giri, sovrastando con la stessa fierezza di un dio i caduti lasciatisi dietro le spalle. Ed è qui che si evidenziano i due termini focali per identificare tutti quegli elementi che resero possibile l'attuazione di tale manifestazione e cioè “carro quadrigo” in riferimento alla più spettacolare e prestigiosa delle specialità equestri, il Tethrippon (in maniera più semplice “gara col tiro a quattro”) e “dodici giri” legato al termine Dodekadromos, per di più coniato dallo stesso Pindaro. In Omero la corsa comprendeva un solo giro della meta e le altre discipline come il Tethrippon con puledri (pôlikon) e la biga a due cavalli (telea synôris) erano limitate a otto, per non contare la biga con puledri in soli tre giri).
Se da un lato tale sport trasferisce nell'osservatore e, perché no, nell'uditore, emozioni forti e tensione all'estremo, parimenti non lo erano le sue motivazioni e ideali sociali. Nella gara equestre, la presenza del cavallo in sé come oggetto necessitava di cure e mantenimento, inscrivendola per questo all'interno degli sport di stampo aristocratico. Le spese che andavano affrontate per l'equipaggiamento e per l'alimentazione agonistica - in particolar modo non solo per il periodo della manifestazione olimpica, ma anche per quella fase di controllo da parte degli ellanodici che veniva effettuato un mese prima delle gare, e che costringeva gli stessi atleti a spostarsi ad Olimpia - presupponevano e privilegiavano le famiglie ricche (d'altronde, l'intera concettualità olimpica assecondava l'ideale aristocratico dell'eccellenza fisica e del primato sull'avversario, che lo stesso poeta di Tebe solleticò con la frase «con ogni mezzo bisogna annientare il nemico» in riferimento al pancrazio. Per cui non ci si scandalizzi di fronte a tanto disvelamento).
Ovviamente, le controversie discriminatorie non mancavano ed erano di gran lunga superiori a quelle sopra accennate, ritrovando un aspetto quasi ridicolo nella stessa classificazione gerarchica tra atleta ed animale. Ben sappiamo dalla storia che durante la sfilata e la cerimonia d'apertura nei pressi di Olimpia, ad opera del corteo formato dagli ellanodici, dagli atleti, accompagnatori e delegati ufficiali, reduci dalla notte della vigilia a Letrinos, gli aurighi pur trionfanti sui carri e ornati di fiori sarebbero stati seguiti in tale processione dai proprietari di cavalli; ma tale aspetto avrebbe soltanto rappresentato una mera facciata illusoria, poiché seppur posteriori in ordine di sfilata, veri titolari della vittoria erano i proprietari, mentre gli aurighi avrebbero fatto ironica compagnia ai cavalli. Sottolineo "ironica" perché i cavalli avevano più importanza, al contrario di quanto si dica, e anche più vantaggi dei propri “fantini” per l'attenzione che si poneva su di essi in termini di discendenza, in base al tipo di tiro nella gara (a due, a quattro) e alla loro età (puledri, adulti).
Funesto come un olimpico strale di Zeus, elemento attestatorio di codesto interesse, quasi inaudito e folle come quello di Caligola che insignì il cavallo Incito del titolo di senatore, ci sopraggiunge dalla presenza di un'opera tra le più antiche e complete sul tema dell’equitazione, alquanto singolare, una sorta di manuale didattico sulla gestione e preparazione atletica dell'animale: stiamo parlando del Perì Hippikés (Sull’Equitazione) di Senofonte, un testo in cui vengono trattate diverse metodologie di allevamento, la doma dei cavalli, il loro addestramento e finanche l'alimentazione (di ciò ne abbiamo un lampante esempio con un'opera che ha condiviso insieme al Perì Hippikés la propria fortuna, il Corpus Hippocraticum, una raccolta delle opere dello stesso Ippocrate - non proprio tutte a lui attribuite con certezza -, organizzata in settantadue libri presso la Biblioteca di Alessandria; da questo punto di vista, esso rappresenta un preziosissimo manuale di medicina dello sport e dietologia agonistica - molto usato dagli allenatori del tempo in relazione alle utilissime informazioni sulle proprietà di alcuni cibi come il fico e la carne, di cui abusarono in tardo periodo gli atleti, per questo facendosi ritrarre obesi dai pittori di vasellame -, successivamente oggetto di studio e approfondimento da parte di Galeno in riferimento alle attività ginniche dei fanciulli, insomma il precursore dell'educazione fisica).

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