GRECIA CLASSICA

Dodekadromos (4/5)

Le gare equestri nella Grecia Antica

di Fabrizio Corselli


Abbiamo accennato al cavallo in sé come oggetto e come protagonista delle gare; ma scrutando nel più profondo della sua storia, vedremo con grande sorpresa che la sua importanza non era limitata soltanto alle competizioni, ma era in rapporto intimo con la mitologia. Esso nasce come attributo di eroi e déi ma anche loro compagno di avventure e perché no, di sventure, generando persino creature sì immortali talora mostruose o addirittura nate da mostri come l'esempio di Pegaso nato, per essere precisi, dal sangue di Medusa. Il suo legame con l'acqua lo avvicina al dio Poseidone, patrono delle gare equestri in riferimento alla leggendaria disputa con Atena per stabilire quale delle due divinità avrebbe dato il nome a quella che tuttora è la città di Atene; egli è possessore di due bellissimi cavalli dagli zoccoli di bronzo e dalla criniera d'oro, tenuti in profonde stalle marine sotto l'isola di Eubea, con i quali lo si immagina squarciare le onde al suo passaggio perché si plachino in modo da rendere agevole la via al suo corteggio. Parlando di corteggio, colui che ha dato un essenziale significato alla dimensione semantica della parola è stato Dioniso, poiché molte delle sue seguaci recano nel proprio nome la radice Ippo-, con la quale in genere ci si riferisce a cavallo. La simbologia equina quindi non è solo circoscritta ai miti nel senso più ristretto; proprio per la sua sacralità esso si ritrova in un particolare rito sacrificale all’interno delle feste Equirie presso Rodi, in cui venivano immolati ben quattro cavalli, ognuno aggiogato ad un carro e poi fatti precipitare in mare, rievocando in qualche maniera, ma non per questo attestata, la caduta di Fetonte, figlio di Apollo (ossia Elio, al quale erano dedicate tali feste). Qui, il carro si riscatta nei confronti dell'animale e fa da padrone, strappando un lembo di gloria alla figura del cavallo e vestendosi di una significativa polivalenza simbolica e funzionale: il dio del Sole impiega il carro per trasportare il citato astro e così anche Eos, dea dell'Alba ne fa ampio uso; Poseidone rapisce Pelope con il carro e lo trasporta sull'Olimpo; Aidoneo rapisce Persefone trasportandola nell'Ade con il carro; la contesa olimpica si risolve e si sviluppa attraverso una gara di non semplici carri (uno donato ad Enomao da Marte, dio della guerra e per questo incontrastabile e l'altro donato a Pelope dal suo amante, il dio dei mari Poseidone). Ma come in ogni agon plouton olimpico che si rispetti, non possiamo fare a meno di mettere in passerella Areion, cavalcatura di Heracles, donato dallo stesso in un secondo tempo ad Adrasto e grazie al quale Iolao sconfisse Kyknos, figlio di Ares, in una gara di Tethrippon (Iolao era ritenuto l’unico a poter cavalcare le creature del figlio di Zeus); Xanto, il cavallo di Achille, dotato della parola e di grandi poteri divinatori che lo portarono a vaticinare al suo stesso padrone la morte in guerra; da non dimenticare il morboso e misterioso rapporto tra Bucefalo e Alessandro Magno, la cui capacità di soggiogare la volontà dell'imponente cavallo viene fatta risalire all'invenzione del “morso”, apparentemente da lui stesso creato (altri sostengono che sia stato Poseidone, insieme alla sella, alle briglie e alle relative bardature); l'amore verso tale cavalcatura fu inoltre così forte da dare ad una cittadella conquistata nei pressi dell'India, il nome di Bucefala. Tanti sono gli esempi da non tralasciare come le cavalle antropofaghe di Diomede o l'unico esempio di cavallo ligneo non in carne ed ossa posto nella città troiana che tutti noi ben conosciamo e le stupende creature di Glauco donategli da Afrodite stessa; ma non staremo qui ad enumerarli tutti.
E dalla dimensione eterea del mito, la quale non semplice gioisce della unicità ed esclusività di paradigmi esemplari in riferimento alla forma equina, facciamo nuovamente la nostra discesa alata verso il mondo mortale, in quella zona che veniva chiamata “la città dei giochi” (Olimpia), dove erano state erette, sì tante statue di atleti meritevoli e non (in riferimento agli zanes) e anche di grandi personalità, ma una in particolare ritraeva una cavalla di nome Aura, la quale dopo aver disarcionato il proprio corsiero, Feidola di Corinto, durante una gara del keles olimpico (edizione numero 68), continuò a galoppare fino all'arrivo, meritandosi la giusta vittoria con giudizio unanime degli arbitri di gara; Aura viene inoltre ricordata per aver generato un valente puledro di nome Lykos, vincitore nei futuri giochi equestri. Un simile caso di vittoria del cavallo senza il proprio fantino si ripropone secoli dopo presso una gara a Roma, con l'auriga di nome Korax. E così, alla fine, anche i cavalli vengono avvolti dal quel misticismo leggendario che ha contraddistinto nel tempo le vittorie di grandi atleti come Milo di Crotone, sceso in battaglia contro il villaggio limitrofo, vestito della sua fiera Leonté e della corona d'ulivo precedentemente vinta in una gara olimpica o Melancomas di Caria con la sua invulnerabilità difensiva nel pugilato (accolto a pieno titolo tra gli aconitoi) e ancora Diagoras di Rodi, Theogenes di Thasos e Polydamas di Scoutussa con le loro imprese degne della fama di Ercole. Forse non tanto leggendarie quanto l'amore dei propri padroni: Euagoras di Sparta dedicò un funerale di stato in pompa magna alle sue cavalle, vincitrici in tre edizioni consecutive delle Olimpiadi o Kimon stesso che faceva seppellire le sue migliori creature nella tomba di famiglia.

continua (5/5) =>