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Mègara Hyblaea

Gemellaggio
Augusta-Mègara

 

LE COLONIE GRECHE IN SICILIA

Mègara Hyblaea 2/5

immagini di megaraI Megaresi stentavano a credere alle proprie orecchie quando il capo della spedizione coloniale, al rientro da Pantalica dopo aver conferito con re Iblon, portò la buona notizia che il sovrano aveva concesso loro una bella fetta di terra, compresa tra il mare e i balzi calcarei dei monti Iblei. Adesso, sì, che potevano considerarsi coloni a pieno titolo e non girovaghi vagabondi senza meta. Per sei lunghissimi e tormentosissimi anni avevano girovagato su e giù per le coste ioniche della Sicilia alla ricerca di un approdo stabile e sicuro. Dapprima si erano insediati sul fiume Pantagia in un luogo denominato Trotilon. Dove si trovava quel sito? Probabilmente nell'area del porto canale di Brucoli. Il posto doveva essere apparso poco sicuro ai Megaresi se, poco tempo dopo, la loro presenza veniva attestata a Leontinoi (Lentini), appena fondata dai Calcidesi. Cacciati in malo modo dai connazionali, essi si rimisero ancora una volta in mare diretti a Tapsos, nella penisola Magnisi. Della magnificenza di un tempo l'antico villaggio siculo aveva conservato soltanto il ricordo. Una forma d'insicurezza, successivamente sfociata in paura, aveva sconvolto il quieto vivere quotidiano degli indigeni, scandito dallo stretto rapporto commerciale con i Micenei. Paura di cosa? La presenza di nuove genti, provenienti dalla penisola italica ed i capovolgimenti politici avvenuti in Grecia in seguito all'invasione dorica ed al conseguente declino della civiltà micenea, avevano spinto gli abitanti di Tapsos a lasciare il loro villaggio ed a trasferirsi nelle vicine ed inaccessibili montagne iblee, dove fondarono Pantalica. Proprio lì, quattro secoli dopo, gli indigeni "riallacciavano" i contatti con i discendenti di quelle popolazioni provenienti dal non lontano oriente, offrendo loro, forse in ricordo di un'antica amicizia, l'agognata terra "promessa". Codesti coloni da dove provenivano? Da Megara Nisea. L'abitato era un modesto villaggio dorico proteso sul mare, a metà strada tra Corinto ed Atene. La gente viveva d'agricoltura, pesca e pastorizia. Terra grama, insufficiente a sfamare bocche sempre più numerose. Quali compagni di viaggio i Megaresi ebbero la sventura di associarsi a Calcidesi provenienti da Eubea, la prima delle isole egee per ampiezza, un diverticolo dalle vaghe sembianze di cavalluccio marino, lungo, tortuoso e montuoso. Così stretto che vi si respirava ovunque aria di mare e, come a Megara, una fine arietta di fame! La miseria, lo spirito d'avventura, il buon senso di defilarsi (da parte di giovani turbolenti, coinvolti in sommosse), accomunarono gli uni e gli altri. Purtroppo non si trattava di una squadra bene amalgamata. Troppe le differenze, a cominciare dalla lingua: il dialetto megarese mal s'intendeva con quello ionico dei Calcidesi. Sotto il profilo caratteriale, poi, era palese un atteggiamento più spregiudicato di questi ultimi, assai stridente con le buone maniere dei primi. Prima di andare avanti sarebbe bene fare luce sulla pericolosa contrapposizione fra il buon Abele e il cattivo Caino. Non c'è bisogno di scomodare Atene né di disturbare il lamentoso sonno di Ettore. Per il momento contentatevi di sapere che i Calcidesi, per fondare Leontinoi, presero a calci nel sedere i poveri indigeni col pretesto che costoro non volevano lasciare la propria terra. Al contrario dei Megaresi e dei loro discendenti, fondatori della sub colonia di Selinunte, i quali assorbirono l'elemento indigeno con un sano processo d'integrazione.

La spedizione non era ancora giunta a capo Spartivento, sulle coste calabre, e poco mancò che d'ambo le parti non si venisse alle mani. Deve essersi trattato di un litigio serio, dalle conseguenze pesanti per i Megaresi. Difatti, mentre i Calcidesi, tra il 734 ed il 729 a.C., sfornavano colonie come se fossero panettoni industriali, i Megaresi vagavano da un punto all'altro della costa orientale della Sicilia alla ricerca di un approdo definitivo, provvidenzialmente acquisito nel 728 con il placet di Iblon, re dei Siculi. E' giunto il momento di addentrarci nell'area degli scavi, il cui accesso è dalla parte opposta rispetto ad entrambe le porte della città. Comincerei dalla fortezza ellenistica. Per raggiungerla bisogna percorrere l'arteria principale A verso ponente ed attraversare l'agorà, vale a dire la piazza principale della città antica. Seguitemi, prego. Un pozzo all'interno di un'abitazione, uno dei tanti di cui è ricca Megara, fa subito capolino alla vostra sinistra, con il suo accattivante parapetto color terracotta. Il pozzo offre lo spunto per spiegarvi strada facendo le ragioni che spinsero i coloni a mettere radici in questo luogo. Il pozzo di particolare ha soltanto la vera (parapetto): il rovescio di un altare circolare ellenistico smontato chissà da dove e reimpiegato. Costruzione con fregio dorico ingentilita da elementi ionici. Di queste mescolanze di stile parleremo più avanti a proposito del tempio del IV secolo. Evidenziato il distinguo, per il resto il pozzo è identico ai tanti di cui pullula la città: un foro nella roccia, profondo otto metri circa, per captare le acque sotterranee di cui era ricca la pianura. La presenza d'acqua potabile era una delle qualità richieste al territorio per renderlo appetibile ai colonizzatori, come il mare o la vicinanza di un fiume: l'uno e l'altro, importanti vie di comunicazione col mondo esterno. A questo punto bisogna attivare la fantasia per capire come i nostri fiumiciattoli a regime torrentizio potessero fungere da vie fluviali. A quei tempi - stiamo parlando dell'VIII secolo a.C. - la Sicilia era ricca di corsi d'acqua. La presenza generalizzata di boschi favoriva un clima più fresco e la maggiore piovosità ingrossava i fiumi rendendoli quasi tutti navigabili per i navigli greci provvisti, peraltro, di pescaggio minimo. Mare e fiumi rappresentavano inoltre un mezzo naturale di difesa contro la litigiosità in generale: degli indigeni di cui si sconosceva il carattere e degli stessi connazionali com'ebbero a sperimentare i Megaresi. Anche se non è cristiano pensarlo, noi ringraziamo il cielo che dalla costola di un lacerante dissidio sia sorta Selinunte! Codesta città, difatti, fu fondata dalla terza generazione di Megaresi, in parte per la stessa ragione che aveva spinto i loro antenati a spostarsi in Sicilia dalla lontana terra d'origine. La nostra storia inizia proprio da lì, da una piccola comunità nata dal sinecismo (fusione) di cinque villaggi, situata tra la dorica Corinto e l'attica Atene. Sul piano politico e commerciale Megara era sotto l'influenza di Corinto e rientrava, pertanto, in quel mondo dorico di cui Sparta rappresentava la città egemone. In fiera contrapposizione ad Atene ed alla lega Delio-Attica, a quelle città, cioè, situate lungo la fascia costiera del mare Egeo, sulle opposte sponde fino ai lontani insediamenti ionici della costa turca, a quel tempo in ambito greco. Come dicevamo, il territorio megarese era fin troppo angusto per dare da vivere a gente che s'intendeva principalmente d'agricoltura.

Siccome le notizie corrono, si era sparsa voce che un tale Teocle, calcidese d'Eubea, mentre si dirigeva per lavoro a Pithecusa (Capri), fu sbattuto dai venti lungo le coste orientali di un'isola sconosciuta; che una volta approdato ci aveva messo un lampo per palpare le ricchezze di quella terra dal clima mite, traboccante di pianure e di corsi d'acqua; ma, cosa ancora più ghiotta, che il neo ecista (fondatore di una città) stava allestendo una flotta per dare corpo ad una spedizione coloniale che avrebbe potuto cambiare in meglio la vita della gente. Fu così che nell'anno 734 a.C. alcune centinaia tra disoccupati, cadetti di famiglia senza tetto e privi di terra, malandrini e ambiziosi, provenienti in buona parte da Calcide, assieme ad una minoranza megarese, salparono con le loro pentecòntere (navi a cinquanta remi) alla volta della Sicilia. Durante il viaggio deve essere accaduto qualcosa che spinse Calcidesi e Megaresi a dividere le proprie strade. I primi fondarono Naxos e successivamente Catane (Catania) e Leontinoi. I Megaresi, invece, al comando dell'ecista Lamis, proseguirono verso sud e sbarcarono a Trotilon. Non soddisfatti, poco tempo dopo abbandonarono il luogo e si unirono ai Calcidesi di Leontinoi. La coabitazione coi connazionali durò lo spazio di un sorriso e Lamis, con i suoi amici, si rimise in viaggio per approdare e morire nell'antico e disabitato villaggio siculo di Tapsos. Quel sito era poco sicuro e fu abbandonato in seguito alla benevolenza di Iblon nel concedere il territorio su cui s'impiantarono. Ci sembra di capire che l'area ceduta da Iblon fosse abitata dagli indigeni, come se i coloni avessero bisogno di una presenza umana per fermarsi in pianta stabile. Si e no. I Siculi abitavano nei villaggi dell'entroterra e, laggiù, nella pianura, scendevano con le greggi in transumanza seguendo i ritmi stagionali. All'arrivo dei Greci la zona era deserta. Non vi erano capanne né traccia alcuna d'infrastruttura che avrebbe potuto condizionare il nuovo abitato. L'uomo, pur non assente, si poteva considerare inutilmente presente, diversamente da altri siti, come vedremo a proposito di Selinunte. I coloni avevano interesse a mantenere buoni rapporti con gli indigeni. Chi altrimenti avrebbe suggerito loro dove captare l'acqua dolce o garantito l'alimentazione fino al primo raccolto? Chi avrebbe alleviato il peso di lavori defatiganti quali la coltivazione delle cave o l'estrazione dei metalli? Non ultimo, la presenza degli indigeni avrebbe reso meno difficoltosa la conoscenza del territorio. Il bisogno di porre fine alle continue peregrinazioni spinse i coloni a mettere radici in questo sito, pur intuendo di avere attuato una scelta forzata. Scelta forzata? Cos'altro potevano volere codesti giramondo fino al giorno prima nullatenenti? La pianura?! Piccola pianura per gli spazi senza confini di cui si erano rimpinzati gli occhi prima di litigare con i Calcidesi di Leontinoi. Né c'era possibilità d'espansione per la presenza d'altri colonizzatori: i Siracusani da una parte, i Lentinesi dall'altra. Col senno di poi dobbiamo riconoscere che codesti coloni avevano ragione. Cento anni dopo, la città con la sua campagna non offriva più spazi vitali alle nuove generazioni. Ne scaturì una seconda ondata migratoria che portò alla fondazione di Selinunte, dove andremo, statene certi, dopo aver finito di conversare su Megara.

Elio Miccichè tratto da "Megara Iblea" - Le Nove Muse Editrice