LINK

Immagini di
Mègara Hyblaea

Gemellaggio
Augusta-Mègara

 

LE COLONIE GRECHE IN SICILIA

Mègara Hyblaea 4/5

MEGARA ARCAICA e MEGARA ELLENISTICA: vita materiale

immagini di megara ibleaMegara arcaica era un buco provinciale stretto tra Siracusa e Lentini. L'attività agricola, per quanto redditizia, non poteva competere con quella di Siracusa, Lentini, Agrigento o Gela, i cui campi erano più estesi e fertili rispetto alla piana megarese. Circolava meno ricchezza, è vero, e chi ne possedeva non smaniava per ostentare il benessere. Le case crescevano per giustapposizione di spazi, in fila indiana, pronte ad assumere la tipologia della futura casetta mediterranea, con le aperture a mezzogiorno rivolte sul cortile. Le abitazioni erano costruite con materiale povero, a differenza dei templi o degli edifici pubblici. Per gli aristocratici proprietari terrieri, figli o nipoti dei primi coloni, era impensabile, oltreché intollerabile, che edifici privati potessero prevalere su altri. La tentazione di alzare il muro una spanna più alta della casa del vicino avrebbe scatenato una gara, destinata ad imporre il vincitore e a fare di lui il sovrano. Loro lo avevano ascoltato nei racconti dei nonni, noi, invece, ne abbiamo un significativo esempio a San Gimignano dove l'altezza delle case-torri offre la misura della potenza degli aristocratici signori. Con l'esperienza migliorava la tecnica costruttiva, forse le case si mostravano più solide, ma la sobrietà, anzi la povertà n'era il tratto distintivo, anche cento anni dopo il primo insediamento. Eccovi una dimostrazione, assieme ad un buon esempio di sistemazione dello spazio tra VIII e VII secolo. Recatevi nella strada D1 ed osservate le case arcaiche 58.20 e 58.17. Sapete dirmi quale delle due è la più antica? La 58.20, di cui è stato portato alla luce il lato di ponente con panchina a nord, oppure la 58.17 realizzata in due tempi? Riteniamo la prima, con l'assisa di fondazione in ortostati. L'elevato della seconda è stato costruito del tutto con pietre non tagliate. Complimenti! Megara ellenistica, invece, era meno che un buco provinciale. Occupava la sesta parte del sito dell'antica città arcaica, era priva d'autonomia e si muoveva nell'orbita di Siracusa. Eppure, sembrava più ricca. Basta guardare il tempio del IV secolo, per non parlare dei bagni ellenistici o delle abitazioni di lusso. Possiamo vederla una di queste dimore? Vorrei prima ricordarvi che le case della Megara ellenistica erano meno solide di quelle arcaiche poiché le fondamenta non erano a contatto con la roccia ma poggiavano sul terreno spianato della precedente città. Rimanete sempre nella strada D1. Percorretela in direzione dell'agorà, finché non incontrate a sinistra una piccola scala metallica che dal vano v offre l'accesso alla grandiosa casa ellenistica posta al civico 49.19. Ricordatevi che l'attuale livello della strada D1 è lo stesso del periodo arcaico. La casa occupava una superficie che in epoca arcaica avrebbe interessato sette lotti di terreno: un intero isolato, compreso tra le strade D1 e D4! Essa comportava non meno di venti vani, distribuiti intorno a due cortili (a-b). Ci piace supporre che tanta disponibilità di spazio non potesse prescindere dalla presenza di un numeroso nucleo abitativo, servitù compresa. L'ipotesi potrebbe giustificare la presenza dei due pozzi, l'uno al centro del cortile a, l'altro sotto il portico. Quel che state osservando è un genere di casa ricca e lussuosa, importato dalla Grecia e diffusosi a partire dal IV secolo. Non lasciatevi fuorviare dalla fastosità dell'abitazione per giungere alla conclusione che qui, a Megara, si doveva stare meglio di Montecarlo. Le dimore dei ricchi si contavano su tre dita, come le palazzine signorili della Murgia, le cui pietre dorate spiccano nel bianco candore del tessuto urbano.

Megara arcaica rispetto al periodo arcaico, l'abitazione non è più il tetto sotto il quale mangiare, dormire e trovare riparo. Adesso si cerca qualcos'altro per le accresciute esigenze di una comunità mediamente più ricca. Fanno il loro ingresso, con sobrietà, il comfort e la funzionalità. I coniugi Iscomaco e Prassinoa sono i fortunati proprietari della casa. Vi abitano dal giorno delle nozze. Prassinoa, appena quindicenne, lasciava la clausura dell'abitazione paterna per chiudersi in quella dell'attuale dimora. Era questo il destino dei ricchi, anzi delle donne sposate ad uomini facoltosi, costrette a sbocciare ed a sfiorire nel corso della loro vita tra le pareti domestiche. Iscomaco era un rubicondo e rotondo agricoltore, ricco proprietario terriero. Divideva il suo tempo tra i campi, la caccia e la partecipazione negli affari politici della città, per quel che poteva contare l'impegno politico in un centro diventato oramai satellite di Siracusa. Egli apparteneva ad una ristretta categoria di mariti disposti a lasciare dirigere la casa alle proprie mogli. Prassinoa, pur confinata tra quattro mura, governava con autorità. Come primo atto, aveva richiesto ed ottenuto da Iscomaco l'ampliamento dell'abitazione perché lei potesse farci un comodo gineceo incentrato attorno ad un cortile (b), insostituibile risorsa di luce e d'ossigeno. Come avrete ben capito Prassinoa voleva ampliare, se non addirittura costruire ex novo, quella parte di abitazione riservata alle donne, di solito situata nella zona più interna della casa o ai piani superiori. "Dalla descrizione sembra che in questa casa manchino le finestre". Gli ambienti erano piccoli e di conseguenza lo erano le finestre. Con le strade non più larghe di tre metri, luce in casa non n'entrava mai a sufficienza. Il versante sud dell'abitazione, il più antico, ruotava anch'esso attorno ad un cortile (a), ingentilito da un portico ritmato da colonne, sul quale si aprivano gli appartamenti privati, i servizi e l'andròn (j), sala della casa per riunioni maschili. Succintamente vi ho descritto il regno di Prassinoa. Quale simbolo di potere, a guisa di scettro, portava con sé le solide chiavi della cantina e del magazzino delle provviste. Un regno così vasto da tenerla proficuamente impegnata l'intera giornata. Ed anche in tensione, per via di un fastidioso ronzio all'orecchio frutto della quotidiana cantilena del marito/padrone, mai sazio di ripeterle "non fare per un mese la spesa che andrebbe bene per un anno". Se questa è la democrazia della splendida civiltà greca, rimuginava dentro di sé, cosa doveva essere la civiltà minoica (di Creta) con le sue donne libere di muoversi, di agire, di fare tutto, politica compresa! Sterili pensieri, comodi per i servi, pronti ad impigrire come l'asino se non erano continuamente stimolati. Vi ho scodellato così una delle mansioni di Prassinoa: preparare liste di commissioni per i servi e sorvegliare coloro che accudivano a casa, dai lavori domestici, alla filatura e tessitura della lana, alla cucina. C'era poi da controllare la dispensa, ché il grano delle provviste fosse buono da mangiare. Periodicamente le toccava organizzare cene e simposi che vedevano riuniti nell'andròn Iscomaco ed i suoi amici. "Per essere chiuso a chiave, il magazzino doveva contenere più ricchezze di un forziere? Di cos'era stipato?" Prassinoa vi teneva anzitutto la provvista annuale di frumento ed orzo conservata nei pithoi, grosse giare di terracotta, per metà interrate; inoltre olive, cipolle e formaggi, considerati gli alimenti della dieta giornaliera; fave e lenticchie, da consumare in purea sull'esempio di Eracle, noto mangiatore; frutta secca quali fichi e noci; ed ancora carne, la più varia, proveniente dai terreni di famiglia, pezzi interi e tagliati, insaccati di maiali e volatili, capretti e montoni, né mancava la selvaggina che Iscomaco si procurava cacciando; ed infine il pesce, dalle sardine alle acciughe.

Elio Miccichè tratto da "Megara Iblea" - Le Nove Muse Editrice