COLONIE GRECHE IN SICILIA

Naxos

LA PRIMA COLONIA GRECA DI SICILIA

di Cettina Messina

I numerosi racconti sulla fondazione di Naxos sono concordi nell'affermare che essa fu la prima colonia ad essere fondata in Sicilia.
Venne creata infatti intorno al 734 a.C. dai Calcidesi d'Eubea ai quali si unirono, come sembra ormai certo, i Nassi dalla grande isola dell'Egeo. A capo della spedizione coloniale era Teocle di Calcide, che dopo sei anni sarebbe ripartito da Naxos con un nucleo di coloni per fondare Lentini nel 728 a.C. e Catania poi nel 727 a.C., città che presto divennero ancora più prospere della colonia di partenza.
Le fonti antiche ci riportano notizie un po’ varie.
Secondo Tucidide, a fondare Naxos, un anno prima di Siracusa, furono alcuni coloni inviati da Calcide in Eubea.
Ellanico di Mitilene afferma che il gruppo originario dei coloni era costituito da Calcidesi e Nassi dell'isola delle Cicladi;
Eforo, dal canto suo, tramanda che insieme ai Calcidesi giunsero Dori e Ioni;
Appiano infine riporta alcune notizie su un Archegétes, una statua di Apollo costruita appunto in questo territorio.
La città prosperò in periodo arcaico. Poi, nei primi decenni del V secolo a. C, venne dorizzata da Ierone e riedificata secondo un preciso piano urbanistico.
Tali fatti indicano che Naxos ebbe un ruolo di primo piano nella fase iniziale della colonizzazione euboica dell'Isola.
Nel 403 a.C. Naxos fu conquistata da Dionisio I di Siracusa. Egli distrusse le mura, ridusse in schiavitù la popolazione e consegnò il territorio alle vicine popolazioni sicule, intendendo così punire la città per essersi schierata con gli Ateniesi nel conflitto contro Siracusa.
Dopo tale evento Naxos non tornò più ad avere il precedente ruolo di importanza, nonostante il suo porto rimase attivo per tutta l'antichità. La vita urbana si spostò a Taormina, fondata nel 358 a.C. da Andromaco, padre dello storico Timeo, il quale offrì riparo agli esuli di Naxos.
La storia di Naxos si concluse dunque nell'arco di poco più di tre secoli. Tale circostanza, che trova conferma nell'evidenza archeologica, fa della colonia antica un osservatorio privilegiato per lo studio della più antica urbanistica delle città greche d'Occidente.

L'abitato arcaico
Il primo stanziamento coloniale è circoscritto ai terreni della penisola che circondano la baia. La sua superficie non dovette superare i dieci ettari, come indicano la distribuzione della ceramica più antica e l'ubicazione dell'unica abitazione di fine VIII secolo a.C. sinora scoperta.
Nel corso del VII a.C. la zona abitata si amplia, occupando quella che sarà la superficie della città nel V a.C.. La caratteristica precipua di questo primo impianto è la coesistenza di orientamenti strutturali diversi, forse il risultato della fusione di agglomerati o villaggi distinti e vicini. Contrariamente a quanto avverrà nella successiva sistemazione urbana di età classica, in questa fase rivestono maggiore importanza le strade nord-sud che collegano la costa e l’entroterra. Di questa fase, oltre a talune arterie stradali, sono stati riportati alla luce alcune case e numerosi edifici sacri.
Alla fine del VI sec. a.C. la città viene circondata da mura che resisteranno all'attacco di Ippocrate di Cela (492 a.C.) e rimarranno nel successivo impianto urbano.

L'architettura sacra
Le aree sacre che si distribuiscono in età arcaica lungo i margini del perimetro urbano, sono parecchie. Alcune non resistettero quando l'impianto urbano fu rimodellato nel V secolo a. C., altre sopravvissero, come le due maggiori che, per l'estensione e il numero di edifici, possono essere considerate dei veri e propri santuari.
In esse si sviluppò soprattutto nel periodo arcaico una gran consistenza di opere architettoniche sacre. La quantità e la varietà dei rivestimenti e la loro eccellente qualità indicano, in particolare nella prima metà del VI secolo a.C., un'architettura ricca di sperimentazioni e aperta agli influssi dell'Italia meridionale e della madrepatria Grecia.
Gli edifici sono semplici, privi del colonnato esterno e con alzato in mattoni crudi su zoccolo litico, in tecnica poligonale. Di dimensioni modeste, a pianta rettangolare più o meno allungata, spesso bipartita all'interno, essi ricavavano splendore e risalto grazie al rivestimento del bordo del tetto con lastre fittili, realizzate in decorazione policroma. Terrecotte plastiche figurate ne accrescevano, poi, la monumentalità; statue di sfingi venivano issate agli angoli del tetto (acrotéri) e maschere gorgoniche decoravano talvolta lo spazio del timpano o più spesso costituivano la terminazione del coppo maestro.
A partire dalla metà del VI secolo a.C. si afferma una decorazione, costituita sui lati lunghi da antefisse solitamente plastiche, talvolta aventi anche figurazioni dipinte. Le antefisse a maschera silenica sono le più diffuse e sopravvivono con tipi diversi sino alla metà del V secolo a.C.; sono ben documentate quelle a maschera di Gorgone. Rimane, invece, isolata la bella antefissa a testa femminile, probabilmente una delle ninfe, compagne inseparabili dei Sileni.

Il santuario sud-occidentale
Occupa l’area sud-occidentale della città, in prossimità delle foci del torrente Santa Venera; le più antiche attestazioni del culto che vi si praticava risalgono al VII secolo a.C.. Racchiuso entro alte mura in tecnica poligonale in blocchi lavici, esso è collegato alla città attraverso un propileo ed un secondo, sul lato opposto, è in stretto rapporto con il litorale e il mare. All'interno, rimangono i resti di un sacello della fine del VII secolo a.C. sui quali, successivamente, forse a seguito di una distruttiva alluvione, venne edificato un edificio più grande (tempio B di m 38 x m 16), decorato dal bel fregio plastico di ispirazione ionica con catena di fiori di loto e palmette. Nei primi decenni del VI secolo a.C. furono costruiti l'altare adibito alle processioni e i numerosi altarini che, costituiti da pietre accostate, gli fanno corona.
Contemporanee all'altare e vicine ad esso sono le due fornaci: una è circolare, per la cottura di ex-voto, l'altra, rettangolare, per la cottura di grandi recipienti, ma anche di elementi di copertura (tegole e lastre architettoniche); esse erano utilizzate per le necessità del santuario.

Il santuario suburbano
Si trova ad ovest del Torrente Santa Venera. Fu scoperto in anni recenti, e ci ha restituito una quantità sorprendente di terrecotte architettoniche di epoca arcaica (rivestimenti A, B e C) ; accanto a queste, un nucleo rilevante di frammenti di terrecotte plastiche e lastre figurate di rivestimento parietale; Sono simili ad alcuni esemplari della Grecia, come la metope di Thermos e Calidone, e forse tra i più antichi documenti di pittura greca in Occidente.
Il santuario si estende sulla riva destra del basso corso del torrente Santa Venera che lo separa dalla città. I tre sacelli di età arcaica aventi orientamento diverso e le lunghissime mura di terrazzamento, lasciano immaginare un santuario formato da recinti sacri distinti e limitrofi, tra loro in collegamento e dedicati a divinità diverse. Sono poche le tracce per risalire all'identità di tali divinità: tra queste, ricordiamo la terribile Enyò, dea guerriera di memoria omerica, documentata dalla dedica inscritta su di un cippo in caratteri dell'alfabeto dell'isola di Naxos.

I culti
Tucidide racconta che i fondatori di Naxos "... eressero un altare ad Apollo Archegétes, quello che ora è fuori della città: sopra di esso i theoroi (inviati alle feste panelleniche) sacrificano prima di partire dalla Sicilia".
L'altare, sinora trascurato dalla ricerca archeologica, rappresenta una tappa fondamentale non soltanto nella fondazione di Naxos, ma anche nel progetto di ampliamento coloniale che di lì a poco i Calcidesi avrebbero portato a compimento in Sicilia. Esso ha infatti una vocazione inaugurale, e comprende la realizzazione di un santuario.
La divinità a cui venne dedicato è Apollo Archegétes, Apollo architetto, maestro delle fondazioni, dal quale gli uomini appresero a misurare la città con la cordicella, e a disegnarne la pianta riportandone la sagoma sul terreno.
Accanto al culto di Apollo Archegétes, condiviso da tutti i greci di Sicilia, le fonti riferiscono anche che era molto venerata Afrodite: in suo onore sarebbe stato costruito a Naxos un famoso santuario sulla riva del mare. In esso, ex voto a forma di organi genitali maschili e femminili erano dedicati alle divinità; anche l'ubicazione di quest' area sacra rimane per il momento sconosciuta.
Inoltre a Naxos era diffusissima la venerazione a Dioniso, il dio del vino. La sua immagine, associata al grappolo d'uva e poi alla figura del Sileno, caratterizza la monetazione della colonia sin dalle prime emissioni. Le raffigurazioni del Sileno hanno a Naxos una larga diffusione ed improntano la sua fiorente produzione coro-plastica sin dagli ultimi decenni del VI secolo. Numerosissime (Naxos è la città greca d'Occidente a restituirne il numero maggiore) sono le antefisse a maschera silenica che si ritrovano un po' dovunque negli strati degli abitati di età arcaica e classica, ove decoravano il bordo dei tetti di edifici sacri e di abitazioni private. Sono attestate nei due vasti santuari e nella necropoli di V secolo, utilizzate sul colmo del tetto di talune tombe a "cappuccina". In tale culto e nella sua diffusione si è voluto spesso vedere una conferma della partecipazione alla fondazione della città di una numerosa compagine di coloni provenienti da Naxos, l'isola delle Cicladi, ove il culto del dio aveva grande rilievo ed importanza.

L'abitato del V secolo a.C.
Intorno al 475 a.C. viene ricostruita una nuova città dall'impianto rigidamente geometrico per niente simile a quella arcaica. Tale rifondazione è dalla gran parte degli studiosi attribuita a Terone, in seguito agli avvenimenti che nei primi decenni del secolo rivoluzionarono gli equilibri politici e sociali della Sicilia greca; il nuovo assetto rigidamente geometrico, è modulare. Il coevo impianto di Himera, in Sicilia, e quello più tardo di Olinto, in Grecia, rappresentano i confronti più calzanti.
Lo spazio della città è scandito da tre assi stradali est-ovest, le platéiai A, B, C, tra loro diseguali nella larghezza, quella centrale (plateia A) notevolmente più ampia delle altre due (platéiai B e C). Tali assi sono tagliati ortogonalmente e all'intervallo costante di 39 metri da una serie di strade nord-sud, gli stenopòi, di medesima larghezza (5 metri) ad eccezione del VI da ovest, largo 6,40 metri, dimensione vicina a quella delle platéiai minori B e C. Questa rete stradale individua nella zona centrale i lunghi isolati di abitazioni delle dimensioni di metri 154-156 x 39.
Gli isolati comprendevano una quarantina di case che sono diverse per ampiezza e per planimetria. Non si è ancora compresa la funzione delle basi quadrangolari, che si trovano su ciascuno incrocio: forse sono basi di altari, strettamente connesse agli isolati; tutto ciò ad ogni modo, fa comprendere l'unitarietà progettuale ed esecutiva del nuovo piano urbano.
Questa città verrà distrutta da Dionigi I di Siracusa.

Artigianato
Le produzioni nassie sono state realizzate con argilla di qualità, reperibile in zone vicine alla città. Sono stati individuati due quartieri di vasai, l'uno sulle pendici settentrionali della collina di Larunchi, l'altro oltre il torrente Santa Venera, in prossimità del grande santuario; distano qualche centinaio di metri dalle mura urbane. Entrambi i quartieri sono stati attivi nel V secolo a.C.: il primo produceva vasi, ma anche antefisse sileniche ; l'altro sembra sia stato specializzato nella produzione di vasellame a vernice nera. Ma le produzioni nassie cominciano ben prima, coincidono per così dire con la fondazione della colonia. Venivano fabbricati vasi che ricalcano i tipi euboico-cicladici: coppe, lekanai, crateri, ma anche idrie e oinochoai. L’attività continua nei secoli successivi (fine VII e VI secolo a.C.) con una produzione di elementi di copertura e rivestimento, coppe per bere, grande plastica templare, àrule, antefisse sileniche, statuette e protomi femminili.

L'àrula Heidelberg Naxos
L'àrula con sfingi affrontate ai lati di un motivo vegetale è un esempio notevole della qualità di produzione delle officine nassie attive nel VI secolo a.C.. Ancor più interessante è la storia della sua ricomposizione: il frammento maggiore venne comprato a Naxos ed è stato lì conservato; l'altro fu acquistato nel 1904 da un famoso archeologo tedesco, Friederich Von Duhn, e custodito presso il Museo dell'Università di Heidelberg. Nel 1985, Paola Pelagatti scopre che i due frammenti appartengono ad una stessa àrula. Nel 1997 infine, il frammento di Heidelberg viene ceduto al Museo di Naxos, permettendo la completa ricomposizione dell'opera artistica.

Cettina Messina
28 luglio 2005