Dodekadromos (3/5)
Le gare equestri nella Grecia
Antica
di Fabrizio
Corselli
Ebbene
sì, si parla proprio di addestramento
delle cavalcature al pari di quello dell'uomo:
durante le primissime edizioni olimpiche
in cui compaiono le gare equestri, non
tutti e quattro i cavalli erano aggiogati
al carro lasciando “liberi”
i due esterni (seiraphoroi), semplicemente
legati attraverso una corda alla coppia
interna (zygioi), in maniera che potessero
guidare loro stessi l'auriga con maggiore
sicurezza nell'aggiramento della meta
(di contro quello più forte e quello
più veloce erano posti sul lato
destro del carro, con la finalità
di agevolare tale fase). Questa “fiducia”
però non deve troppo incantare
il lettore, perché per i due cavalli
non aggiogati alla barra del carro, si
presupponeva un rigoroso e specifico allenamento,
che alla fine generava troppe pretese
nei confronti della cavalcatura stessa.
Tale forma di attenzione e dovizia nel
trattamento della razza equina ad animi
più smaliziati non risultava poi
così esasperata secondo la visione
di quei tempi, essendo la maggior parte
delle situazioni voluta dalla presenza
di vere e proprie scuderie personali ben
attrezzate, appartenenti a tiranni e potenti
uomini politici e molte altre di proprietà
delle città sponsor in cui venivano
applicati tutti i possibili espedienti
tecnici e ritrovati della preparazione
agonistica per aggiudicarsi a tutti i
costi la solenne vittoria (le spese erano
addebitate in questo caso alla collettività).
Proprio l'interesse economico ci suggerisce
quanto fosse importante nei tempi antichi
il conseguimento del tanto atteso serto
glorioso per il proprietario, talmente
esasperato da portare Alcibiade stesso
a spendere per una gara di cavalli ben
dodicimila drachmae (nell'acquisto di
un solo esemplare) ma anche a iscriverne
ben sette di carri in una sola competizione
per potersi assicurare almeno una corona
(visti gli sgravi fiscali che seguirono
in futuro dopo il primo esempio di retribuzione
statale per il vincitore ad opera di Solone
con le sue cinquecento drachmae ). In
quello stesso periodo gli aristocratici
formarono una sorta di coalizione denominata
pentakosiomedemnoi (diciamo, il nostro
moderno rotary club). Ma in tale ostentata
dovizia nella cura e nell'allenamento,
divisa tra denaro e meri interessi, qualcosa
si tralasciò in maniera inesorabile:
nei primi ippodromi non esistevano box
o rimesse per i cari animali da corsa,
dovendo così sopperire in qualche
maniera al problema dell’esposizione
al sole; tipico esempio ci proviene da
Talete che morì proprio durante
una manifestazione olimpica a causa di
una brutta insolazione; per legge era
vietato coprirsi il capo mentre si assisteva
alle gare. In futuro, tali box vennero
costruiti in muratura.
Dovendo essere meno ingiusti sulle diverse
forme di classificazione e celebrazione
del vincitore, a volte alle gare poteva
concorrere un'intera città come
nel caso di Argo («quadriga della
città di Argo») o una intera
squadra (Elei), invece che un singolo
proprietario, ma di contro anche il nome
dell'auriga meritevole del serto, il cui
unico conforto era quello di vedersi menzionato
dal poeta agonale su un epinicio, veniva
omesso a dispetto del padrone della cavalcatura
(nella terza e quarta Istmica Pindaro
omette il nome dell’auriga di Melisso
pur avendo nominato quello di Nicomaco
nella seconda; decisamente non rappresentava
la regola). Materia troppo controversa
che trova le sue ragioni nella volontà
e nell’esuberanza del poeta tanto
da innalzare ode non ad un individuo ma
al cavallo di Hieron di Siracusa che vinse
l’Olimpiade numero 76; così
Pindaro si espresse nei confronti della
cavalcatura: «Ora togli la dorica
cetra dal chiodo, se a te la gloria di
Pisa e Pherénikos soggiogò
la mente ai pensieri più dolci:
quando sull’Alpheiòs balzò
porgendo senza sprone il corpo alla corsa
e allacciò il padrone al trionfo,
il re siracusano lieto di cavalli. E gloria
gli splende nella maschia colonia del
lidio Pélops». Altrettanto
singolare quanto onorevole fu il caso
di Erodoto, protagonista della prima Istmica
del poeta tebano, in cui abbiamo una sorta
di conflitto d'interessi: proprietario
ed auriga coincidono. Era raro vedere
un proprietario di cavalli partecipare
alla gara equestre in veste di auriga
(rappresentato quasi sempre da uno schiavo
retribuito), sia per una questione prettamente
di pericolo per la vita stessa dell’individuo,
a causa dei frequenti incidenti, sia per
un problema propriamente agonistico che
non ritrovava nel ricco aristocratico,
quasi sempre soprappeso e indolente, un
valido atleta. Quindi, risulterà
ben evidente quanto possa essere estremamente
lodevole un proprietario che partecipi
per la sua squadra, scendendo direttamente
in campo e sfidando il temibile fato del
Tarassippo. Ben per Erodoto che vinse,
ottenendo un’ode da Pindaro e il
premio per la vittoria, così nessuno
ebbe mai a reclamare qualcosa. Sulla stessa
scia del celebre storico, secondo quanto
espresso in una epigrafe del 5° secolo
A.C. da Damon di Sparta, lui stesso e
suo figlio Erymakratidas vinsero ben sessantotto
gare equestri in soli otto manifestazioni.
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