Mistras Produzioni e
Asti Teatro 27,
in collaborazione con il Comune di Noceto
e il Circolo Culturale Gli Imperfetti
hanno il piacere di presentare
Elisabetta Pozzi
in
IL FUNAMBOLO E LA LUNA
di Ghiannis Ritsos

con Alessio Romano, Elisa Galvagno, Noemi
Condorelli, Leonardo Adorni,
Iacopo Maria Bianchini, Alessandro Mori
musiche dal vivo Daniele D’Angelo
scene Tiziano Santi
costumi Elena Mannini
coreografie Giorgio Rossi
light designer Marco Ballero
traduzione Nicola Crocetti
collaborazione drammaturgica Ezio Savino
regia Elisabetta Pozzi
L’Attrice
e il Musicista decidono di far vivere in
scena le fantasie, i ricordi e le ossessioni
che il poeta Ghiannis Ritsos ha riversato
nel suo Il funambolo e la luna, flusso lirico
in nove strofe, composto nel 1982 tra Atene,
Kàlamos e Karlòvasi.
L’idea centrale è robusta e
scolpita. Il bel Funambolo è l’artista,
che incede con grazia e rischio sulla sua
corda, tesa sopra il caos del mondo. La
sua meta è la Luna, entità
pura, lucente, aerea, ispiratrice e, a un
tempo, oggetto dell’arte. Per evocare
il fantastico passo del Funambolo, la sua
scalata esaltante, è indispensabile
il Poeta: Ione, un nome che per magica assonanza
ricorda Ghiannis, l’Autore. La parola
d’ordine è quella stessa che
apre la prima strofa del poema: “Sempre
l’amore… principio e fine”.
Ed ecco l’annuncio: il poema diviene
un concerto in nove movimenti. Ma la parola
poetica di Ritsos si rivela subito enigmatica,
abissale, sfuggente. La memoria dell’Attrice
quasi si arrende davanti allo sforzo immane
di rievocare e recitare l’arazzo fittissimo
e ieratico delle strofe. Solo l’intuizione
oracolare dell’Attrice può
soccorrere. Questa è la sua prima
verità: la poesia solo con la poesia
si spiega e si comprende. Come una moderna
Sibilla, l’Attrice riconosce magicamente
un percorso tra i fogli dei versi, un filo
di parole che la conduce a Ione, assopito
tra sogni e ricordi. Ora le visioni del
poeta, dissepolte, possono fluire sulla
scena.
La prima strofa introduce il dramma. I giocolieri,
la ballerina, la sensuale domatrice e, naturalmente,
il Funambolo: a inizio estate il circo –
immagine del magma del mondo – sbandiera
il suo chiassoso campionario di suoni e
colori. Tra le figure vive, aleggiano le
memorie dei personaggi antichi, eroine ed
eroi del mito ellenico, che sempre si mescolano,
come lievito di poesia, alle immaginazioni
di Ritsos. Il tempo è per lui un
eterno ritorno e la pista circolare, la
ripetitiva, stilizzata fissità dei
giochi da clown, perfino la fune arrotolata
del Funambolo – un serpente che si
morde la coda – ne sono il trasparente
emblema. La storia antica e la dolente passione
della Grecia moderna, tra guerre, scontri
civili, passioni politiche e sofferenze,
si fondono nella memoria del Poeta, patrimonio
inesauribile di emozioni e potenti parole.
La seconda strofa, con coerenza, snoda la
passerella dei personaggi: Elena, Telis,
Artemide, Petros… E’ l’epico
sforzo del Poeta di fissare nella memoria,
di trascrivere febbrilmente sulla pagina,
ogni sfumatura del reale, ogni minima non-omissione.
Questa è l’investitura, il
sacro impegno che la Poesia gli affida.
Sbocciano simboli, metafore, immagini liriche:
il contrasto tra i leggeri sandali dorati
del Funambolo e gli scarponi militari, allineati
davanti alla grande porta di marmo, manifesta
l’opposizione fra arte e potere, fra
libertà e costrizione.
L’arrivo dell’inverno sigla
la terza strofa. L’inverno è
la guerra partigiana, che insanguina la
Grecia e costringe gli uomini a cercare
la montagna, con a fianco, vigili, le tre
donne inflessibili, le Parche, signore della
morte.
Il pendolo del tempo e della storia oscilla
ora verso la pace inquieta della quarta
strofa, in cui il formicolare della vita
riprende, tra modeste vetrine, segatura
di falegnamerie, sirene di navi, stivali
partigiani e scarponi da soldato quasi affratellati
nell’oblio polveroso delle soffitte.
La memoria degli anni di lotta e di sangue
impera nella strofa successiva. Persèfone,
la signora della morte, srotola il suo sudario,
ma intanto colleziona gli uccisi, come insetti
da campionario. Il Poeta assiste, infaticabile
cronista di ogni sussulto, racimola sofferte
verità, come quella che, depurata
da ogni orpello della storia, del mito e
perfino della cultura, la realtà
dell’uomo si raggruma nella semplicità
profonda e altera del corpo.
Il ricordo della vita alla macchia, sui
monti, anima l’attacco della sesta
strofa. Il Poeta ha una missione: decifrare
il reale, seppure nelle venature misteriose
di una foglia di platano, per immortalarlo
nella scrittura e nel ricordo. Anche se
un potere brutale, in forma di scimmie circensi
ribelli, sconvolge il suo tavolo, i suoi
fogli, la sua memoria. Il verso veridico
è l’ incarico che la Grecia
dei millenni gli ha affidato, l’eredità
infinita dei suoi cantori, l’unica
fortezza e castello che restino al paese
martortiato.
Guidato dalla voce dell’Attrice, il
Poeta perfeziona nelle strofe successive
il suo percorso di coscienza. Il circo-mondo
è in fermento. Documentarlo è
una tensione titanica. La partenza del circo,
all’inizio della strofa finale, scocca
come un vuoto di liberazione, lo spazio
mentale del riflettere, del bilancio, della
messa a punto. E risuona, nella notte quieta
si stelle, l’ultima rilevazione –
in realtà la prima, che riaffiora
trionfante – la Poesia regna, redime,
fa rinascere, effettua una rivoluzione delle
anime. L’Attrice, adepta e vestale
di un segreto Battistero, dispensa grazia
e vita, i miracoli della salvazione, con
il sale benedetto dell’amore che fa
lievitare ogni cosa. Il caotico circo è
sfumato, ma lo spettro del Funambolo s’illumina,
eterno, alle spalle del Poeta, l’unico
autorizzato a guidarlo, con ferma dolcezza,
alla sua corda protesa alla luna.
ELISABETTA POZZI
GHIANNIS
RITSOS
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