Gemellaggio Augusta - Mègara

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23 giugno 2002
Siracusa cultura
pagina 27

Augusta deve i suoi natali
all'ellenismo di Federico II

Fu la cultura ellenica di Federico II di Svevia che favorì la fondazione di Augusta, quindi Megara Nisea non è per niente la madrepatria di Augusta. Recentemente, in occasione della festa di S. Domenico, patrono della città di Augusta, il sindaco della città greca Megara Nisea, Dimitrios Stratiotis, è venuto a stringere un gemellaggio ufficiale con la città Augusta ad opera, soprattutto, di un augustano, greco d'origine, Dimitri Antoniou. La celebrazione del gemellaggio è stata accompagnata da grande entusiasmo ed interesse, tanto che probabilmente seguirà un successivo gemellaggio fra Megara Nisea e Selinunte. Quest'ultima, infatti, fu fondata dai megaresi iblei, guidati da Pamilo, inviato ad hoc dalla Grecia, cento anni dopo che era stata fondata Hybla Megara nel sinus megarensis con il beneplacito di Hyblon, re dei Siculi. A parte il gemellaggio tra Augusta e Megara Nisea, che è sicuramente condivisibile, tuttavia qualche perplessità suscita la scritta «nuova città megarese» nella lapide che vuole celebrare il gemellaggio con Megara di Grecia «sua antica madrepatria», in quanto sembra in contrasto con la tradizione federiciana. Augusta, infatti, deve il nome a Federico II, come è espressamente dichiarato nella più celebre iscrizione che il Fazello poteva leggere sulla porta nord del Castello, ma andata perduta: «Augustam divus (novus) Augustus condit urbem et tulit ut titulo sit veneranda suo». Ciò vuol dire che Federico II diede il nome alla città da lui fondata, ricavandolo dal proprio titolo (Augusto) che è inciso anche nella sua moneta, l'«Augustalis». E' escluso, altresì, che si possa attribuire la fondazione di Augusta a Cesare Ottaviano Augusto, come si legge in alcuni storici locali, e non, a partire dal Seicento: ciò attesta, semmai, della antipatia che gli spagnoli e la Chiesa nutrivano nei confronti di Federico II. A questo punto, per onorare questo riuscito gemellaggio non è inutile richiamare le antiche memorie elleniche che costituiscono un patrimonio incancellabile, tanto più che le vestigia lasciate dai Dori megaresi di Grecia sono ormai soffocate da tutti gli insediamenti industriali che le circondano in un abbraccio che non può essere sciolto. La fonte principale è Tucidide che narra come il megarese Lamis sbarcò prima presso Brucoli, subito a nord del fiume Porcaria, allora Pantakias. Cercò nell'entroterra un accordo coi calcidesi di Leontinoi, fu accolto e si tentò il sinecismo (la coabitazione del territorio). Ma fu, poi, con l'inganno scacciato e riprese il mare per rifugiarsi a Thapos, l'odierna penisola di Magnisi. Qui, Lamis morì e i suoi compatrioti trovarono ospitalità, grazie al re Hyblon, nel sito tra il Cantera e il S. Cusmano.
Alberto Terranova