|
Augusta
deve i suoi natali
all'ellenismo di Federico II
Fu
la cultura ellenica di Federico
II di Svevia che favorì la fondazione
di Augusta, quindi Megara Nisea
non è per niente la madrepatria
di Augusta. Recentemente, in occasione
della festa di S. Domenico, patrono
della città di Augusta, il sindaco
della città greca Megara Nisea,
Dimitrios Stratiotis, è venuto a
stringere un gemellaggio ufficiale
con la città Augusta ad opera, soprattutto,
di un augustano, greco d'origine,
Dimitri Antoniou. La celebrazione
del gemellaggio è stata accompagnata
da grande entusiasmo ed interesse,
tanto che probabilmente seguirà
un successivo gemellaggio fra Megara
Nisea e Selinunte. Quest'ultima,
infatti, fu fondata dai megaresi
iblei, guidati da Pamilo, inviato
ad hoc dalla Grecia, cento anni
dopo che era stata fondata Hybla
Megara nel sinus megarensis con
il beneplacito di Hyblon, re dei
Siculi. A parte il gemellaggio tra
Augusta e Megara Nisea, che è sicuramente
condivisibile, tuttavia qualche
perplessità suscita la scritta «nuova
città megarese» nella lapide che
vuole celebrare il gemellaggio con
Megara di Grecia «sua antica madrepatria»,
in quanto sembra in contrasto con
la tradizione federiciana. Augusta,
infatti, deve il nome a Federico
II, come è espressamente dichiarato
nella più celebre iscrizione che
il Fazello poteva leggere sulla
porta nord del Castello, ma andata
perduta: «Augustam divus (novus)
Augustus condit urbem et tulit ut
titulo sit veneranda suo». Ciò vuol
dire che Federico II diede il nome
alla città da lui fondata, ricavandolo
dal proprio titolo (Augusto) che
è inciso anche nella sua moneta,
l'«Augustalis». E' escluso, altresì,
che si possa attribuire la fondazione
di Augusta a Cesare Ottaviano Augusto,
come si legge in alcuni storici
locali, e non, a partire dal Seicento:
ciò attesta, semmai, della antipatia
che gli spagnoli e la Chiesa nutrivano
nei confronti di Federico II. A
questo punto, per onorare questo
riuscito gemellaggio non è inutile
richiamare le antiche memorie elleniche
che costituiscono un patrimonio
incancellabile, tanto più che le
vestigia lasciate dai Dori megaresi
di Grecia sono ormai soffocate da
tutti gli insediamenti industriali
che le circondano in un abbraccio
che non può essere sciolto. La fonte
principale è Tucidide che narra
come il megarese Lamis sbarcò prima
presso Brucoli, subito a nord del
fiume Porcaria, allora Pantakias.
Cercò nell'entroterra un accordo
coi calcidesi di Leontinoi, fu accolto
e si tentò il sinecismo (la coabitazione
del territorio). Ma fu, poi, con
l'inganno scacciato e riprese il
mare per rifugiarsi a Thapos, l'odierna
penisola di Magnisi. Qui, Lamis
morì e i suoi compatrioti trovarono
ospitalità, grazie al re Hyblon,
nel sito tra il Cantera e il S.
Cusmano.
Alberto Terranova |