Archimede
nato e vissuto a Siracusa tra il 287 e
il 212 a.C., è considerato il piú grande
matematico e fisico dell'antichità. Egli
ha lasciato dietro al suo nome una così
grande scienza che qualcuno stenta a credere
alle notizie sulle sue capacità e realizzazioni;
anche se riportate da fonti dimostrate
attendibili per fatti più ordinari.
Il calcolo del volume della sfera fu una
delle sue invenzioni piú geniali, e tra
le sue scoperte che giovarono moltissimo
anche ai moderni ricordiamo: le regole
di quadratura e di cubatura del cilindro
e del cono, la proprietà delle spirali,
il principio idrostatico. Inventò parecchie
macchine, tra le quali una chiamata coclea
o vite di A. per attingere acqua dal fondo
di una nave, gli specchi ustori e varie
altre macchine da guerra. Lasciò alcune
opere di grande importanza, quasi tutte
perdute.
Fu ucciso nel 212 a.C. da un soldato romano,
incerto sul da farsi di fronte all'indifferenza
provata dal genio nei suoi riguardi, durante
l'assedio posto da Appio Claudio e da
Claudio Marcello in seguito alla rottura
dell'alleanza tra Siracusa e Roma, stipulata
dal tiranno siciliano Gerone II, che morì
nel 215 a.C.. Alla difesa della sua città
egli aveva contribuito con macchine di
sua ideazione.
E la sua morte per rozza mano, più che
bruta ci pare emblematicamente caratteristica
degli alti e bassi dello spirito umano,
con le sue pronte ripercussioni nella
storia, ed accadimenti spesso orrendi:
con la fine di Archimede un soffio animale,
quello sempre imprevedibile, spegne simbolicamente
la umanamente divina fiamma ellenica della
Sicilia, l'unica dei poeti creatori di
nuovi ritmi e delle commedie, di uno stile
di vita con le sue mode e le famose estrosità
come il gioco del cottabo; e il gesto
irrazionale di un uomo puro soldato, paragonabile
a quello commissionato da Antonio contro
Cicerone, sembra faccia fuggire quelle
Muse cui si è creduto per vari secoli,
dopo aver ispirato alla Magna Grecia tutta
ed alla Trinacria, pensieri davvero immortali.
Roma non saprà dare, impegnata essa stessa
ad apprendere, quanto diede la Grecia
sul piano culturale, e la Sicilia inizierà
daccapo a percorrere una diversa trazzera;
un po' meno sola, ma un po' meno regina.
Pur se grande merito va ai Romani d'essersi
innamorati del vivido respiro greco, anche
in Sicilia, curando il mantenimento di
tradizioni e monumenti, come quelli di
Segesta.
Ciò che lo storico romano Tito Livio definì
manus ferrea e speculo con le quali vennero
sollevate, per poi essere buttate sugli
scogli, e bruciate le navi romane (Ab
Urbe còndita, XXIV, 34) vennero progettati
da Archimede. Era il figlio dell'astronomo
Fidia. Probabilmente Archimede studiò
ad Alessandria d'Egitto, e lì fece amicizia
con Conone di Samo, Dositeo di Pelusio,
Eratostene di Cirene, e fu allievo di
Euclide alla scuola di questi; tornò poi
a Siracusa, dove scrisse quasi tutte le
sue opere: Della sfera e il cilindro,
Misura del circolo, Conoidi e sferoidi,
Le spirali, Sull'equilibrio dei piani,
Arenario, Quadratura della parabola, Sui
corpi galleggianti, Stomachion, Ad Eratostene:
sul metodo sulle proposizioni meccaniche,
ed altri frammenti.
Tutte le sudette opere furono tradotte
in latino nel medioevo e studiate a fondo
durante il Rinascimento. Archimede lo
ricordiamo per il suo contributo dato
alla filosofia ellenica, insieme ai colleghi
della prestigiosa e longeva scuola di
Alessandria del III secolo a. C.; loro
grande merito è stato quello di ignorare
i preconcetti ed usare il metodo oggi
definibile sperimentale (o galileano),
per la verifica pratica dei dati suggeriti
dall'osservazione diretta; così facendo
hanno lasciato un metodo applicabile genericamente
allo studio delle scienze che sarebbero
poi diventate geografia e geometria, per
esempio.
Archimede più nettamente chiede alla formulazione
teorica che si tramuti in applicazione
tecnica, catalogando e verificando rigidamente
i dati ottenuti.
Ecco quali furono le conseguenze che,
sempre, atterriscono gli amanti della
pace, con le parole di Polibio:
"Allorquando nella parte d'Italia ch'era
appellata Magna Grecia arsi furono i collegii
de' Pitagorici, insorse tosto un movimento
universale degli Stati, conforme accader
dovea, poiché così inaspettatamente eran
periti gli uomini principali di ciascheduna
città".
(Storie, libro II,
cap.XXXIX, a cura di I. Kohen, UTET, 1855,
Torino)