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Archimede

Testimonianza di Plutarco

ARCHIMEDE Una vita per la scienza

di Cettina Messina


Archimede nacque a Siracusa verso il 287 a.C.. Era figlio di un astronomo, di nome Fidia. Per qualche tempo visse ad Alessandria, ma non s’inserì nell’ambiente del Museo, e preferì trascorrere la maggior parte della sua vita a Siracusa; d’altronde era unito alla casa regnante da legami di parentela e di amicizia.
La ricerca archeologica, grazie soprattutto alle indagini degli ultimi trent’anni, ci ha permesso di ricostruire in maniera attendibile il panorama urbano della città di Siracusa ai tempi del grande scienziato; infatti è stato oramai quasi del tutto individuato l’impianto urbanistico della Siracusa d’età post-classica, specie quella di epoca neroniana, e dunque dei tempi in cui visse Archimede. Pertanto, il teatro greco, l’ara di Ierone II, il Castello Eurialo, le grandi mura di cinta, il porto grande, costituiscono lo scenario in cui operò fervidamente, secondo quanto ci dicono le fonti, il nostro Archimede.
Molti studiosi della scienza antica ritengono che egli sia stato il più geniale degli scienziati greci. Di tutte le sue opere, che furono numerose, le più conosciute sono:
Sulla sfera e sul cilindro
Sulla misura del cerchio
Sulle spirali
Sulla quadratura della parabola
Sui conoidi e sugli sferoidi
Sull’equilibrio dei piani
Sui corpi galleggianti
L’Arenario
Sul metodo


Innanzitutto egli contribuì al miglioramento della METODOLOGIA scientifica. Servendosi di procedimenti meccanici, come lo spostamento e la dissezione di volumi, scoprì vari teoremi geometrici. Dal suo scritto, Sul metodo, dedicato ad Eratostene, si capisce che non giungeva alle sue scoperte con metodi complicati o artificiosi: spesso si affidava ad un metodo induttivo ed intuitivo, costruendo figure e poi sottoponendole a delle prove. Un passo del suo scritto lo dimostra:
“Vedendoti… come ho detto, diligente ed egregio maestro di filosofia, e tale da apprezzare anche nelle matematiche la teoria su cui (ti) accada di riflettere, decisi di scriverti e di esporti nello stesso libro le caratteristiche di un certo metodo, mediante il quale ti sarà data la possibilità di considerare questioni matematiche per mezzo della meccanica. E sono persuaso che questo (metodo) non sia meno utile anche per la dimostrazione degli stessi teoremi. E difatti alcune delle (proprietà) che a me dapprima si sono presentate per via meccanica sono state più tardi da me dimostrate per via geometrica, poiché la ricerca (compiuta) per mezzo di questo metodo non è una dimostrazione: è poi più facile, avendo già ottenuto con (questo) metodo qualche conoscenza delle cose ricercate, compiere la dimostrazione, piuttosto che fare ricerca senza alcuna nozione precedente. Perciò anche di quei teoremi, dei quali Eudosso trovò per primo la dimostrazione, riguardo il cono e la piramide, (cioè) che il cono è la terza parte del cilindro e la piramide (è la terza parte) del prisma aventi la stessa base e altezza uguale, non poca parte (del merito) va attribuita a Democrito, che per primo fece conoscere questa proprietà della figura sopraccitata, senza dimostrazione”.
Dunque, pur essendo il suo un metodo intuitivo (poiché ha bisogno di essere confermato da dimostrazioni geometriche), si rivela utile in quanto combina insieme geometria e meccanica, in un complesso intreccio tra matematica e fisica. In quest’ambito, i suoi maggiori contributi riguardano la quadratura del cerchio e la rettificazione della circonferenza. Nello scritto Sulla misura del cerchio, di cui si conservano solo alcuni frammenti, egli giunse a teorizzare perfino un poligono di 384 lati. Così, le considerazioni che egli apporta negli scritti Sulla sfera e sul cilindro, Sui Conoidi e gli sferoidi e Sulle Spirali contengono integrazioni degli Elementi di Euclide e capitoli importanti di geometria.
Nell’Arenario, vi sono nozioni interessantissime riguardo l’aritmetica greca. Infatti, in esso Archimede escogita un sistema per esprimere numeri molto grandi, cosa che con il sistema greco era pressoché impossibile, dato che, per indicare i numeri, venivano utilizzate le lettere dell’alfabeto greco. Egli calcolava, a mo’ di provocazione, il numero di granelli di sabbia che avrebbero potuto riempire l’universo (da ciò deriva il titolo del trattato): per quanto grande possa essere il numero dei granelli di sabbia, un numero grandissimo, è comunque determinato!

Nel campo della STATICA le sue scoperte furono concentrate soprattutto nello studio delle leggi delle leve. Egli sperimentava come, immaginando una retta intesa come un’asta poggiante su un punto di appoggio, se poniamo agli estremi due pesi uguali, ecco che, a distanze uguali dal centro sono in equilibrio; a distanze ineguali, si ha un’inclinazione verso il peso che si trova ad una maggiore distanza. Da ciò Archimede giunse a definire una legge: due grandezze stanno in equilibrio a distanze che siano in reciproca proporzione alle stesse grandezze. Il neoplatonico Simplicio ci riporta una frase dello scienziato, riguardo tale scoperta, che è passata alla storia: pare che, mentre era intento a far calare in mare una nave gigantesca con un sistema di leve, pronunciò le parole: “Dammi un punto d’appoggio e ti solleverò il mondo!”.
Archimede si considerava un matematico, cioè uno che trattava teoricamente i problemi. Egli considerava i suoi studi e le sue scoperte di ingegneria sicuramente meno importanti. Invece era proprio per questo che fu molto rispettato ed ammirato già dai suoi contemporanei, così come poi dai posteri; apparivano come strabilianti opere, agli occhi di chi osservava, le macchine balistiche escogitate per difendere la sua città, Siracusa, dagli attacchi nemici, gli apparecchi per il trasporto dei pesi, la vite o coclea (meccanismo elicoidale che serviva a sollevare liquidi o a trasportare materiali sfusi), l’invenzione di una pompa per l’irrigazione (basata sul principio della cosiddetta “vite perpetua”), la carrucola mobile, le scoperte legate alla statica, l’invenzione degli specchi ustori, la costruzione di un planetario, che fu poi portato a Roma e ammirato anche da Cicerone.
Di non minor valore furono i suoi contributi nel campo dell’IDROSTATICA. Nello scritto Sui corpi galleggianti, le proposizioni 5 e 7 esplicitano il famoso principio di Archimede:
“Delle grandezze solide quella che è più leggera del liquido, abbandonata nel liquido, si immerge in modo tale che un volume del liquido quale è quello della parte immersa, abbia lo stesso peso dell’intera grandezza solida”;”Le grandezze più pesanti del liquido, abbandonate nel liquido, sono trasportate verso il basso, fino in fondo, e saranno tanto più leggere nel liquido, quanto è il peso del liquido avente tale volume quanto è il volume della grandezza solida”.
Riguardo la scoperta del principio del peso specifico, che riguarda il rapporto tra peso specifico e volume, è Vitruvio a narrarci come è verosimilmente avvenuta. Pare che Gerone, re di Siracusa, volle offrire un giorno, nel tempio, una corona d’oro. Ma l’orafo che realizzò l’oggetto sottrasse una parte dell’oro sostituendolo con argento, e lo combinò con la parte restante della lega. All’apparenza la corona risultò perfetta. Tuttavia il re, sospettando che qualcosa fosse stato contraffatto ma non potendo dimostrarlo in alcun modo, pregò Archimede di risolvergli il caso, riflettendo sul procedimento con cui la corona era stata effettuata. Archimede iniziò a pensarvi intensamente e, mentre era in procinto di fare il bagno, osservò che, nella vasca (cioè nella sua tinozza…) usciva acqua in proporzione al volume del corpo che entrava. Di colpo intuì così il sistema con cui avrebbe potuto accertare la purezza o meno dell’oro che era nella corona: preparò, a quanto si racconta, due blocchi, uno d’oro ed uno d’argento, ciascuno di peso uguale a quello della corona. Li immerse nell’acqua, misurando il volume d’acqua spostata da ciascuno e la relativa differenza. Poi si accertò che la corona avesse spostato un volume d’acqua uguale a quello spostato dal blocco d’oro; se ciò non fosse accaduto, ciò sarebbe significato che l’oro della corona era stato alterato. E così avvenne. Per l’entusiasmo della scoperta, si precipitò fuori dalla vasca, corse a casa nudo com’era, gridando:”Eureka!”, che significa “Ho trovato! L’ho scoperto!”

Sul procedimento usato da Archimede si discusse a lungo, in quanto Vitruvio ci riporta l’avvenimento in modo molto generico. Ad ogni modo, da tutto ciò emerge che la scienza ellenistica, di cui Archimede fu probabilmente l’esponente più illustre, come tutta la scienza greca sviluppò principalmente l’aspetto teorico delle scienze particolari. Archimede, infatti si riteneva sostanzialmente un matematico puro e interpretava come uno “svago” le scoperte fatte nel campo della meccanica. Emblematico è, a tal proposito, il racconto della sua morte, avvenuta nel 212 a.C., durante il saccheggio della città da parte delle truppe romane comandate da Marcello. Nonostante Marcello avesse ordinato di non uccidere lo scienziato, in segno di rispetto e di onore per il suo ingegno, un soldato lo uccise, proprio mentre era intento nei suoi studi; e fu in questo momento che, secondo la tradizione, egli pronunziò la frase: “Noli obsecro circulum istum disturbare” (così ci è riportata da Valerio Massimo). Egli aveva auspicato che nella sua tomba, come simbolo, venisse incisa la figura della sfera inscritta in un cilindro, a ricordo di una delle sue scoperte più significative. Cicerone, in seguito, quando fu questore in Sicilia, ritrovò la sua tomba, la fece restaurare e la rese oggetto di grande venerazione.
Erede dei matematici greci per l’impegno profuso nella razionalità intrinseca al mondo reale, Archimede è riuscito a formulare alcuni principi basilari del mondo materiale, convinto com’era che nessun aspetto della realtà sfuggisse alla misurazione e al calcolo matematico. In Archimede ritroviamo per intero quello spirito del vecchio Talete che, come si racconta, cadde nella fossa mentre era intento a contemplare il cielo, e che Platone indicava come simbolo del più autentico spirito teoretico. La scienza greca, infatti è sempre stata percorsa dalla forza teoretico-contemplativa, che spingeva ad interpretare le cose visibili come uno spiraglio attraverso il quale si può giungere all’invisibile. Questa è una prospettiva che, forse, la nostra moderna mentalità pragmatica e tecnologica ha emarginato o non sempre riesce a mantenere.

Testimonianza di Plutarco