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Edipo e Medea: il tormento di due anime
Rappresentazioni classiche Siracusa 2004 (di Cettina Messina)

Medea la tragedia di Euripide

Euripide l'autore di Medea

Medea il film di Pier Paolo Pasolini

EVENTI NEL MONDOGRECO

RAPPRESENTAZIONI CLASSICHE
AL TEATRO GRECO DI SIRACUSA

EDIPO E MEDEA:
IL TORMENTO DI DUE ANIME

di Cettina Messina


Edipo: il dolore santifica. Medea: il dolore è assurdo e rende folli. Potremmo sintetizzare così le opposte concezioni di Sofocle ed Euripide, creatori delle tragedie che sono state rappresentate al teatro greco di Siracusa in questa non troppo calda estate del 2004. Forse a molti uomini del XXI secolo, immersi come siamo nella moderna mentalità tecnologica, la Grecia potrebbe sembrare, anzi sicuramente sembra, oramai così lontana dalla cultura comune… eppure è innegabile che questi antichi tragediografi, con l’antichità arcana del loro pensiero, ci guidano verso intuizioni sempre nuove, perennemente valide. L’imponente, massiccia affluenza di persone di ogni età e cultura raccoltasi in questi giorni nel suggestivo teatro ci obbliga ad affermare che c’è, ed è sempre viva una straordinaria passione per le tragedie greche. I due protagonisti dei drammi rappresentati, entrambi tormentati nella loro interiorità da dubbi e angosce, se pur per motivazioni diverse, nella loro enigmaticità ci affascinano profondamente.
I registi, di nota fama internazionale, a cui è stata affidata la realizzazione di questi eventi teatrali, Roberto Guicciardini e Peter Stein, hanno rispettato fondamentalmente la classicità dei testi, ma con moduli espressivi diversi, dando vita a due proposte di alta qualità. Le trame delle tragedie sono per lo più oramai note, mentre in riferimento alle innovazioni, che davvero ci hanno riportato all’essenza del teatro tragico di allora e dunque ad una più profonda comprensione di esso, ci sembra opportuno rilevare alcune considerazioni.

Abbiamo ammirato nell’EDIPO RE un emozionato Sebastiano Lo Monaco che, con il vigore della sua sicilianità, ha avuto l’arduo compito di riproporre l’uomo dall’“intelligenza sovrana” e dalla generosità impetuosa, tutte doti che lo condurranno alla rovina. Egli non ha imparato, nonostante la saggezza per cui è divenuto famoso e rispettato da tutti, tanto da divenire re, che non vi è azione in cui l’uomo non possa commettere colpa; la prima colpa in lui è già nel dire “IO!”, in un attimo che basta per mostrare qual è la condizione dell’uomo dinanzi alla divinità. Ma l’uomo appartiene ad un mondo, e il proprio problema è insieme di ciascuno e di tutti, dell’individuo e della comunità in cui vive. Di ciò lo ammonisce con autorità, ma invano, l’indovino Tiresia, magistralmente interpretato da Mario Scaccia. Al coro, si sa, è affidata la “poesia”, ed in questo dramma i supplici tebani hanno reso efficacemente la molteplicità di momenti e sentimenti con continue metamorfosi: ora sono divenuti movimento danzato, ora parola espressa, ora timore, ora gemito, ora attesa, per raggiungere il culmine della tensione quando si sono uniti a formare un “cuore pulsante”, che ansiosamente batte, che infine si divide ed entro cui rimane Edipo, scoprendosi pian piano, in fondo a se stesso, non uno, ma doppio. In questo modello esemplare di trama e ritmo teatrale, il messaggio più evidente è l’ambiguità della trascendenza, aperta alla dualità, che alla fine converge nell’unità ma per metterne in evidenza il mistero, l’ineffabilità. Non vi sono parole, infatti, per commentare il gesto estremo di Edipo che si acceca autopunendosi, in un’atmosfera cruenta che tocca la nostra emotività, grazie al gioco di luci sanguigne in cui scompare l’infelice eroe, concludendo il dramma.

L’effetto-luce è peraltro la caratteristica forse più singolare del dramma MEDEA, superbamente resa da Maddalena Crippa, in un’interpretazione, ci è sembrato, più sensuale delle precedenti. Il tocco del progettista Weissbard non è passato inosservato: la finestrina nera e tetra dell’oikos, riflesso dell’angoscia della donna barbara nel suo ambiente familiare, risulterà in netta contrapposizione con l’abbagliante luce dello spettacolare carro del sole con cui Medea fugge, con i piccoli corpi dei figlioletti uccisi. Un oikos distrutto è tutto ciò che rimane dopo l’atto nefando della donna, lacerata nel suo animo tra l’amore materno per i figli e il desiderio di vendetta, di fronte allo sbigottimento di Giasone, un eccezionale Gianluigi Fogacci. Anche in questa tragedia il coro ha registrato il groviglio di sensazioni e i mutamenti d’animo che si sono avvicendati, in contrapposizione alla voce solista di Medea: le fanciulle corinzie, leggiadre e ansanti allo stesso tempo, armoniche perfino nei sussurri, perfette nell’esecuzione degli originali canti di Giovanni Sollima, su preparazione del maestro Luigi Marzola, ci hanno avvicinato al senso ultimo e profondo della coralità tragica.

Ancora una volta dunque, la grecità ci ha proposto personaggi emblematici che, dinanzi a ciò che avviene nella nostra moderna quotidianità, risultano non semplicemente interessanti ma, osiamo dire, attuali. Quel mondo così complesso che, fino al momento dell’inizio della tragedia era fuori di noi, si è ristretto, ed in esso siamo entrati noi spettatori, rinascendo, faticando, godendo nei luoghi in cui siamo stati trasportati, rivivendo esperienze oscure della mente che non sono più passato o futuro, dimensioni dell’eterno del tempo, ma sono come uno specchio in cui scorgiamo il riflesso di noi stessi. E con il battito commosso delle nostre mani abbiamo restituito ai teatranti, ognuno a suo modo, le nostre emozioni.

Cettina Messina
Siracusa, 21 giugno 2004



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