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Le immagini sono state scattate
da Dimitri Antoniou
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La
purezza, il candore, riflesso di un’ innocenza
interiore, hanno dominato il palco in
questa rappresentazione curata dalla raffinata
mano registica di Irene Papas, nella traduzione
di Mariagrazia Ciani. Le bianche statue
si sono stagliate nitide sulla scena,
ancor piu lucenti sono apparse quando
il nero ha invaso il palco, ossia l’imponente
coro, il re, il messaggero, tutti gli
altri insomma, che non fossero la protagonista.
La storia di questo dramma e' ben conosciuta.
Ma qui vogliamo sottolineare dei meriti
notevoli, sia per gli attori che per i
costumi e la scenografia. Nelle movenze
e nei canti, ispirati ad arcane melodie
di quel tempo e di quella terra greca
in cui la storia di Antigone fu creata,
si osservano come se si fossero materializzati
l’incomprensione, l’ostinazione, la fierezza,
la mancanza di solidarieta', soprattutto
l’incomunicabilita'. Sono le urla a rendere
tutto cio ancor piu' evidente. Il cocciuto
Creonte, un efficace
Alessandro
Haber pur nell’interpretazione istintiva,
urla, non ragiona. Cosi e' costretta ad
urlare anche lei, Antigone, perla di umanita',
rimasta sola nella sua lucida e salda
verita' contro tutti, perfino contro la
debole sorella Ismene. La brava Galatea
Ranzi ha offerto, con la sua interpretazione,
la rivelazione netta, chiara, decisa che
incarna l’eroina della potenza irremovibile
delle leggi divine, quelle degli affetti.
L’emozione non solo permane, ma si accresce
al vedere come la giovine e' condotta
al supplizio. Gli spettatori, gli unici
solidali, la trattengono, con gli occhi
ansiosi. La accompagnano fino alla fine.
Grazie ad Irene Papas che con la sua sapiente
costruzione registica, ci ha davvero riportato
con ogni particolare, all’essenza del
teatro del V sec.a. C., fatto di forza
espressiva, di respiro sacrale, del senso
mediterraneo.
Cettina
Messina