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Le immagini sono state scattate
da Dimitri Antoniou
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Una
reggia che assomiglia ad una nave in tempesta,
un re – capitano segnano l’inizio di questo
intenso dramma, nella traduzione interessante
di Monica Centenni e la regia di Jean
Pierre Vincent. La scenografia metaforica
lascia intuire che la citta' traballa
e sta per affondare nella sconfitta di
una guerra atroce. Il re, come ogni buon
capo, incoraggia, esorta, grida, comanda,
segna ogni momento della tragica fine
di Tebe. Il suo linguaggio nell’idea di
Eschilo e movimento, anima, passione.
Tuttavia,
la ieraticita' del dramma eschileo, a
parer nostro, ha stentato a manifestarsi.
Disomogenea e' apparsa la realizzazione
dei costumi; non si comprende cosa c’entri
il gran cappottone di Eteocle, un convinto
Massimo Popolizio, con quelli delle fanciulle
del coro, efficaci nell’indicare lo smarrimento,
meno brave nella resa recitativa. Tuttavia
trattiene la nostra attenzione il re,
nella sua disperata condizione di chi
sa che, per difendere il proprio onore
e la propria citta', deve lottare accanitamente
con le sue ultime, migliori risorse, pur
presagendo di andare incontro ad un destino
prefissato di morte.
Ammirevole
la performance dell’áããåëïò, un Carlo
Valli davvero in forma, una stella polare
in mezzo a tante svolazzanti meteore sul
palco. I suoi lucidi, decisi, palpitanti
vitalissimi occhi allargavano quasi la
scena, adattandola alle sue descrizioni
vivide, come reali.
La potenziale energia del dramma e' andata
scemando pian piano, nelle figure timide
delle fanciulle, un po' bimbe un po' gitane,
dai modi un po' troppo leggeri per definirsi
tragici.
Eschilo rimane grande di per se, ma il
bruciore intimo, personale, acuto, che
trasmette la tragedia, quello, non l’abbiamo
percepito.
Cettina
Messina