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Ebe: ciò che non riusciamo ad essere
di Mary Falco   
Venerdì 13 Febbraio 2009 18:08
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 “In mezzo a questo giungeva a Venezia una giovanetta di lieta e dolce fisionomia, ma composta, con i capelli folti ed inanellati, contenuti da un diadema d’oro, che le cingeva le tempie…” così il cavalier Fabio Mutinelli, archivista ed annalista a Venezia nella prima metà del XIX secolo, saluta l’arrivo della “Ebe” di Canova, giunta in città nel febbraio del 1800.
Chi era costei?
Figlia di Zeus ed Era, condivideva con la sorella Ilizia un relativo anonimato: la coppia regale, come s’usava in Grecia, non aveva occhi che per il maschio, Ares, il quale poi come ben si sa, per tutto ringraziamento, fomentava discordie e guerre.
Le due sorelle dunque vivevano nell’ombra, ne’ si ha notizia d’una loro ribellione a questo destino un po’ anonimo, ma certo tranquillo: Ilizia è un genio femminile, che facilita il parto, assistendo in primo luogo sua madre.
Ebe, che già il nome qualifica come personificazione della giovinezza, ha mansioni anche meno impegnative: serve il nettare ai banchetti degli dei, prepara il bagno di Ares, aiuta Era ad attaccare il carro, quando la regina degli dei vuole manifestarsi ai mortali.
All’arrivo di Ganimede la funzione di coppiera degli dei le viene tolta, ma è compensata da un bel matrimonio: quando Ercole riesce ad accedere all’Olimpo, Ebe infatti lo sposa, garantendogli l’eterna giovinezza.
Così diventa moglie e madre, anche se ne’ Alessiarete, ne’ Aniceto diventeranno famosi, pur essendo maschi… d’altra parte ad Ercole s’attribuivano ben settanta paternità, per cui la concorrenza era particolarmente agguerrita!
Un profilo umano appena distinguibile, ma un significato filosofico profondo; la giovinezza è questo: assenza d’ogni preoccupazione e responsabilità… cioè una cosa che noi esseri umani non riusciamo neppure ad immaginare, se non come premio appunto per un eroe, alla fine d’una vita travagliata.
Che tale completa assenza d’affanni, invece che in un santone o un filosofo, si concretizzi in una giovinetta sorridente, è un miracolo della cultura greca, che invano cercheremmo altrove. Per questo forse Ebe stessa è poco nota: figlia di dei, moglie d’un eroe e madre dei suoi figli, in tutta la sua vita non fa nulla per meritare il proprio destino o fuggirlo, non dice una parola per manifestare il suo pensiero… forse appunto non ne ha. La sua eterna giovinezza nasce dalla completa mancanza di desideri individuali, che le permette d’aderire sorridendo alla volontà dei genitori, senza sentirsi mai sminuita o trascurata.
Poco nota e difficile da rappresentare.
In una rassegna iconografica curata nel 2004 si passa direttamente dai vasi greci all’arcadia settecentesca: il medioevo è troppo religioso ed il rinascimento troppo passionale per sentirsi attratti da questo mito difficile e sorridente.
http://www.engramma.it/engramma_v4/rivista/galleria/34/galleria_ebe.html
Dopo la Rivoluzione francese, invece, l’equilibrio e la ragione vengono riproposte all’Europa come unica strada per la pace e Canova, per rappresentare Ebe, la ripristina nella sua funzione di coppiera degli dei, leggera e sorridente come se danzasse. Nessun dubbio che bevendo a quella coppa s’acquisti l’immortalità!
E la rappresenta ben due volte: Il confronto tra le due diverse versioni di Ebe: quella dove la figura è rappresentata su una nuvola, appartenuta all’Imperatrice Giuseppina moglie di Napoleone e quella di Forlì, realizzata tra il 1816 e il 1817 per la contessa Veronica Guarini, evidenzia come il grande scultore seppe trasporre nel marmo l’audace motivo della figura in volo.
La bellezza incontaminata di Ebe è il simbolo di tutto ciò che il classicismo rappresenta per l’Europa agli albori dell’ottocento.
C’è sempre un momento di stupore di fronte ad un’opera del grande artista, soprattutto pensando alla sua vita tutt’altro che serena, infatti Antonio Canova nato a Possagno (un villaggio in provincia di Treviso) nel 1757 e morto a Venezia nel 1822 è in realtà molto lontano da quella serenità olimpica che pure ha tanto magistralmente rappresentato.
Forse in qualche modo era riuscito a maturare in se’ un distacco dalle cose del mondo, che invece di realizzarsi in ascetismo religioso, lo metteva in grado di rappresentare le virtù degli dei col lavoro delle sue mani.
Dopo la morte del padre e il secondo matrimonio della madre, venne affidato bambino al nonno, uno scalpellino che gli insegnò la difficile arte della scultura. Ma ad accorgersi del suo genio fu il senatore della Repubblica di Venezia Giovanni Falier. Grazie a lui ebbe nel 1775 la prima commissione: le due statue in pietra dell’Orfeo e Euridice realizzate nel 1778, seguite dal gruppo ancora naturalistico di Dedalo e Icaro, esposto l’anno dopo con enorme successo alla fiera della “Sensa” (Ascensione, momento in cui Venezia celebra il matrimonio col mare) in piazza San Marco. Il denaro guadagnato gli consentì, tra il 1779 e il 1781, un lungo e decisivo soggiorno a Roma per studiare Raffaello e le sculture antiche allora considerate il modello della bellezza ideale.
Grazie alla protezione dell’ambasciatore veneto Girolamo Zulian, Canova inizierà, con il gruppo marmoreo ispirato all’antico, Teseo vincitore del Minotauro, una strepitosa carriera, consacrata dall’impegno dei due grandi monumenti funerari pontifici, quello di Clemente XIV per la basilica dei Santi Apostoli (nel 1787) e di Clemente XIII in San Pietro (nel 1792), dove si confrontava con Bernini. Stabilitosi definitivamente a Roma nel 1793, alternerà, in un repertorio mitologico apprezzato dal collezionismo internazionale, dalle corti europee e dai membri della famiglia Bonaparte, le sculture di carattere grazioso come la serie degli Amorini, Venere e Adone, Amore e Psiche che si abbracciano, Amore e Psiche stanti, Ebe, a quelle del genere eroico come i due Pugilatori e il Perseo trionfante, collocato nel 1802 al posto dell’Apollo del Belvedere che era stato trasferito a Parigi. Qui lo scultore si recò nell’autunno dello stesso anno per modellare il busto di Napoleone, poi rappresentato nel 1806, in una scultura colossale, come Marte pacificatore. Il Monumento funerario di Maria Cristina, struggente rappresentazione del tempo, della vita e della morte, collocato nella chiesa degli Agostiniani di Vienna nel 1805, e il successo delle sue opere, soprattutto della Maddalena penitente e della statua sedente della madre dell’imperatore al Salon di Parigi del 1808, segnano definitivamente la gloria di Canova. Mentre la nomina, avvenuta nel 1802, da parte di papa Pio VII, a Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Stato della Chiesa, un ruolo che ai suoi tempi aveva avuto Raffaello, lo investe di un’enorme responsabilità nella salvaguardia, in tempi difficili, del patrimonio artistico italiano.
Sarà lui, in questa veste, a negoziare e ottenere nel 1815 a Parigi la restituzione delle opere d’arte che i francesi avevano requisito nel 1797. Così, quando nel 1822 morì a Venezia, gettò nel cordoglio tutta l’Italia, impreparata alla scomparsa di un simbolo di orgoglio e di unità nazionali. Si deve a Canova la prima rappresentazione moderna del nostro paese, con l’Italia piangente nel Monumento funerario di Vittorio Alfieri in Santa Croce a Firenze, nella quale riconoscersi.
Una grande (e l’aggettivo, una volta tanto, è del tutto appropriato) rassegna ne darà conto al San Domenico, a partire dal 25 gennaio 2009. Si tratta della mostra “Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura” promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, curata da Antonio Paolucci, Fernando Mazzocca e Sergéj Androsov e con l’allestimento di Wilmotte e Alessandro Lucchi.
Perché una sua mostra a Forlì, invece che a Roma o a Venezia?
Gli addetti ai lavori probabilmente lo sanno, ma ora anche il grosso pubblico scoprirà che Forlì e le Romagne furono luoghi fondamentali per Canova e, in generale, per il neoclassico in pittura e scultura, tanto che “Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura” si configura come la più impegnativa e completa esposizione sino ad oggi dedicata al maestro veneto, dopo quella di Venezia del 1992. A Forlì si potranno ammirare 160 opere.
Attraverso una serie di capolavori esemplari, l’esposizione forlivese ripercorrerà l’intera carriera del “moderno Fidia”, ponendo per la prima volta a confronto le sue opere (marmi, gessi, bassorilievi, bozzetti, dipinti e disegni), oltre che con i modelli antichi cui si è ispirato, anche con i dipinti di artisti a lui contemporanei con i quali si è confrontato.
Da Canova al grande neoclassicismo internazionale, con un focus di partenza – Forlì – ben localizzato ma non locale. Una mostra che spazierà dalla scultura alla pittura, proponendo anche alcuni, altissimi confronti con Raffaello e Tiziano, e altri capolavori di quel “classico” che fu fonte di ispirazione per molti artisti tra l’ultimo Settecento e il primo Ottocento.
Per Forlì, Canova creò tre capolavori.
Innanzitutto una versione di Ebe, una delle sue opere più popolari. A precedere Ebe, nel 1814, fu la Danzatrice col dito al mento, destinata al banchiere Domenico Manzoni e andata dispersa dopo la morte del proprietario in un atroce fatto di sangue, il cui mistero rimane ancora insoluto. La vicenda verrà sublimata dallo stesso Canova nella bellissima Stele funeraria di Domenico Manzoni ancora conservata nella chiesa della Santissima Trinità.
E la bellissima Ebe è stata scelta come simbolo della mostra e dell’ospitalità romagnola in genere.
Per capire la nascita del capolavoro, la prima e la seconda Ebe saranno collocate, scenograficamente, in sequenza con due capolavori della scultura antica: L’Arianna con la pantera, allora agli Uffizi e oggi al Museo Archeologico di Firenze, e la straordinaria Danzatrice di Tivoli, opera ellenistica cui Canova si è ispirato. E ancora, in un accostamento mozzafiato, con il Mercurio volante di Giambologna, il capolavoro assoluto dello sculture cinquecentesco.
Alle pareti le diverse rappresentazioni dipinte di Ebe, un tema prediletto dai maggiori pittori neoclassici stranieri (Reynolds, Romney, West, Hamilton, Vigée Le Brun) e italiani (Lampi, Pellegrini, Landi), creeranno un fantastico gioco di rimandi tra la pittura e la scultura, in un esaltante gara fra la due arti in cui proprio la scultura, grazie al genio di Canova, risulta vittoriosa.
Canova associava la bellezza eterna di Ebe, simbolo di una giovinezza ancora incontaminata, a quelle di altre divinità come Amore e Psiche, capolavoro presente nella sezione successiva, accanto ad altri suoi capolavori opportunamente confrontati con le creazioni di pittori come Giani, Landi, Angelica Kauffmann, Hayez che si sono cimentati sugli stessi temi, negli stessi anni.
Ancora la raffigurazione dinamica della figura che si muove nello spazio sarà il motivo dominante della sezione dedicata alla Danzatrice, anch’essa appartenuta all’Imperatrice Giuseppina e ora all’Ermitage, confrontata con le magnifiche Danzatrici di Hayez e soprattutto con le figure danzanti presenti nelle grandi tempere, capolavori assoluti di Canova pittore, che finalmente restaurate rivelano per la prima volta non solo la loro commovente bellezza, ma i segreti della loro tecnica davvero unica.
Dopo questa ampia sezione dedicata alla musica e alla danza, dove comparirà anche la celebre Tersicore, la statua in movimento di Orfeo, concessa dall’Ermitage, ci introduce alla straordinaria sezione dedicata allo “Scultore filosofo”. Ad essere qui indagato sarà il Canova, che ha saputo confrontarsi con il tema metafisico della morte, come nelle stele funerarie in marmo, ispirate a quelle attiche, messe a confronto con analoghe rappresentazioni in pittura e con i drammatici bassorilievi sulle ultime ore di Socrate.
La grandezza di Canova, già in vita celebrato come il più grande scultore di tutti i tempi per avere riportato nel mondo la perfezione della scultura greca, sarà testimoniata da prestiti assolutamente eccezionali. Come i due colossali Pugilatori dei Musei Vaticani, ispirati ai due Dioscuri del Quirinale, su cui il giovane Canova si arrampicò tante volte per studiarli. O come la Venere Italica di Palazzo Pitti, la dea moderna tanto amata da Foscolo che la riteneva superiore a quella antica dei Medici. O ancora la Maddalena, capolavoro per il quale Canova trovò ispirazione in Tiziano.
Questo ultimo capolavoro sarà considerato dai romantici la sua opera più bella e per questo divenne motivo di ispirazione per Hayez la cui Maddalena, che sarà accostata a quella di Tiziano e Canova, rivela nella sua sconvolgente sensualità come, non uno scultore, ma il celebre pittore del Bacio possa considerarsi vero erede di Antonio Canova.
“Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura” .
Forlì, Musei San Domenico
25 gennaio – 21 giugno 2009
Mostra promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, curata da Antonio Paolucci, Fernando Mazzocca e Sergéj Androsov e con l’allestimento di Wilmotte e Alessandro Lucchi.
Orario di visita
Da martedì a venerdì: 9,30 – 19,00
Sabato, domenica, giorni festivi, 13 aprile, 1 giugno:  9,30 – 20,00
La biglietteria chiude un’ora prima.
Lunedì chiuso
Biglietti
Intero € 9
Ridotto € 6 per gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni, studenti universitari e residenti nella provincia di Forlì-Cesena.
Speciale € 4 per scolaresche (scuole primarie e secondarie).
Gratuito per bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, diversamente abile e relativo accompagnatore, due accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino.
Catalogo: SILVANA EDITORIALEPER

INFORMAZIONI:Mostra: tel. 199 199 111
Riservato gruppi e scuole (incluso visite e laboratori didattici):
tel. 02 43 35 35 25 - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Segreteria tecnico organizzativa della mostra

tf. 0543-1912030/031/032
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Alberghi e ospitalità
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Sito Ufficiale
www.mostracanova.eu

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo tel. 049.663499 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

Mary Falco scrive su MondoGreco (nuova versione) da Venerdì 15 Giugno 2007.

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