L’EROE: CHI E’ COSTUI?
“Il divino, il cui splendore l‘eroe porta con sé tra i morti, produce quel brivido che noi, troppo unilateralmente chiamiamo timore, mentre esso è una disposizione d’animo più solenne ed elevata”(R. Otto)
La sua è una speciale quasi-esistenza, che è più della comune esistenza umana: più, perché abbraccia nel culto anche la vita dell’aldilà. Egli si distingue non solo e non sempre per il suo eroismo; l’eroe è caratterizzato in tutte le leggende, molto più che da una peculiare qualità, dalla sua sostanzialità, dalla consistenza particolare che condivide con le figure degli dèi. Ci sono tipi di eroi come ci sono tipi comuni di uomini, ma nei suoi tratti essenziali che lo contraddistinguono l’ eroe rimane unico, straordinario. La caratterizzazione umana è possibile; su di lui, tuttavia, cade una luce che potremmo definire lo splendore del divino. La luce del divino, che cade sulla figura dell’eroe, è stranamente mescolata all’ombra della mortalità. Lo splendore del divino posa su ciò che è immutabile in lui, ma è adombrato dal suo destino. Da ciò deriva il carattere di un essere speciale, a cui appartiene almeno una “storia”, un racconto che riguarda lui e solo lui, nessun altro eroe.
La mitologia eroica, a differenza della poesia eroica, mantiene la sua relazione con il culto. In tal modo, l’eroe si stacca dall’epica e si congiunge con la tragedia, che rappresenta infatti un’espressione di culto. All’eroe apparteneva un suo proprio culto, un semplice ma austero atto rituale, non inteso come atto di esaltazione ma come un attributo dovuto all’ eroe. Il sacrificio agli eroi si chiamava enàgisma (distinto dalla thusìa) e veniva effettuato su altari più bassi dei comuni bomòi, chiamati escharà. Nella loro morte, mediante lo splendore divino per cui aveva valore il culto, si realizzava una tendenza insita nella natura umana, la tensione verso l’immortalità. Dunque, questa figura contraddittoria di uomo-dio lancia un messaggio molto incisivo: egli incarna ciò che nel linguaggio filosofico si chiama “rivelazione dell’essere umano”: il suo senso non è la redenzione dell’uomo, bensì un più alto concetto di esso. Carlyle sostiene che la venerazione per gli eroi è uno dei fondamenti del Cristianesimo, un Cristianesimo un po’ ariano, perciò non completamente lontano, nel concetto, dal pensiero antico: “La venerazione per gli eroi è una cordiale, prostrata ammirazione, una sottomissione bruciante, illimitata per la più nobile forma di Uomo simile a Dio. Non è ciò il germe del Cristianesimo stesso?”[…] “L’essenza del nostro essere, il mistero in noi che si chiama IO, è un soffio del cielo. L’essere supremo si rivela nell’uomo. Questo corpo, questa facoltà, questa nostra vita, non è tutto come una veste per l’Innominabile?” Novalis affermava: ”Non c’è che un solo tempio nell’universo, e questo è il corpo dell’uomo. Nulla vi è di più santo di tale figura sublime. Chinarsi davanti agli uomini è come fare una riverenza a questa rivelazione della carne”.
Dunque l’interesse scientifico per gli eroi esiste, in quanto appartengono al quadro d’insieme della cultura greca. L’importanza umana sta nei racconti tramandatici, che come sfondo avevano il culto.
CHI E’ ERACLE?
L’analisi delle gesta di Eracle dimostra come il culto ed il mito dell’eroe contengano in germe la tragedia, non soltanto nella sua materia ma nel suo principio formativo e nel suo significato; infatti la tragedia attica, anche nel tempo, si collega nelle linee generali al culto ed alla mitologia dell’eroe.
LA NASCITA Frutto dell’unione di Zeus ed Alcmena, Eracle fu detto trisagonos, figlio della triplice Luna, poiché si disse che la notte in cui avvenne il connubio la Luna sorse due volte, e la notte era stata tre volte più lunga di quelle normali. Nei giorni vicini al parto di Alcmena, Zeus, che era stato vittima dell’Ate, aveva annunciato a voce alta a tutti gli altri dèi: “Ascoltatemi dèi e dee, che io possa esprimere ciò che il cuore mi ordina!Oggi la dea che aiuta nei parti difficili, Ilizia, farà venire alla luce un uomo che regnerà su tutti quelli che ci stanno intorno e che sarà del mio sangue!”. La moglie Era, fingendo di non credervi, gli fece giurare che l’ uomo del suo sangue, nato in quel giorno, e caduto ai piedi di una donna, avrebbe realmente regnato su coloro che gli stavano intorno. Zeus, non intendendo l’astuzia, giurò. Dunque Era lasciò in fretta l’Olimpo e si recò ad Argo dove Nicippe, figlia di Pelope e moglie di Stenelo, era al settimo mese di gravidanza. Le fece partorire il figlio prematuramente e fece sospendere le doglie ad Alcmena. Allontanò dalla moglie di Anfitrione le dee della nascita, e subito dopo annunciò a Zeus che era nato l’uomo che avrebbe regnato su tutti gli Argivi: Euristeo, figlio di Stenelo. Allora Zeus afferrò per i capelli Ate, la dea dell’ illusione, e la scagliò giù dall’Olimpo, in mezzo agli uomini. Nonostante tutto ciò, pare che Eracle nacque comunque in quello stesso giorno. Come si narra nell’ Iliade, nel vestibolo del palazzo in cui giaceva Alcmena con le doglie, in compagnia delle tre Moire che tenevano le gambe incrociate e le mani posate ferme sulle ginocchia, passò improvvisamente di là una donnola. Le dee si spaventarono, alzarono le mani e ciò che era incrociato si aprì…la donnola forse era una ragazza donnola (il suo nome era infatti Galizia, dal greco galè, donnola). Alcmena allora fece uscire da sé Eracle ed Ificle. Si racconta che la donnola fu poi trasformata dalle dee adirate in un animale, la donnola appunto, che secondo un’ antica credenza concepisce per mezzo dell’orecchio. Ella divenne infatti, in seguito, allegoria della Vergine Maria. Secondo una versione dei fatti, Zeus ed Era concordarono su Eracle che Euristeo avesse la signoria su Tirino ed Eracle sarebbe stato in suo servizio fino al compimento per lui di dodici fatiche; dopo avrebbe ottenuto l’immortalità che gli spettava. Esiste però anche un’altra storia, secondo la quale Alcmena, avendo paura della gelosia di Era, abbandonò il bimbo in una pianura, chiamata poi appunto Pianura di Eracle. Atena ed Era passavano di là, apparentemente per caso…in realtà poiché la dea vergine Atena era intimamente legata al figlio di Alcmena per la sua alkè. Convinse dunque Era a dargli il petto: il bimbo allora succhiò tanto forte che la dea non riuscì a sopportare il dolore e lo allontanò. Tuttavia il latte della regina degli dei lo aveva oramai reso immortale; così Atena, contenta, riportò il bimbo alla madre. Un’ altra versione tramanda invece che fu Ermes a porre sul petto di Era, mentre dormiva nella sua dimora celeste, il piccolo Eracle e quando poi per il dolore al seno lo gettò lontano si formò così la Via Lattea. Non appena i gemelli furono nati a Tebe, attraverso le porte dell’appartamento di Alcmena, due serpenti inviati da Era strisciarono nella stanza ed aprendo le fauci minacciarono di inghiottire i bimbi. Per la prima volta allora il piccolo Eracle si cimentò nella lotta: afferrò con le mani i serpenti e li strinse finchè essi non sgusciarono via. Anfitrione, accorso con la spada per difendere i figlioli, si fermò, sbigottito dalla forza e dal coraggio del bimbo. Così fece chiamare dal palazzo vicino l’indovino Tiresia, il quale gli predisse che da grande il bimbo avrebbe ucciso tanti animali feroci, avrebbe combattuto contro dèi, ed avrebbe ricevuto il dono dell’immortalità.
LA GIOVINEZZA Durante la giovinezza egli compì già imprese importanti. Tra queste l’uccisione del leone che saccheggiava gli armenti tra il Monte Cicerone ed il monte Elicona; con la sua pelle, a quanto ci racconta Igino, si coprì poi il dorso, anche se Apollodoro riferisce che si trattava della pelle del leone di Nemea. (cfr. dodici fatiche). Quando aveva circa diciotto anni, lungo la strada verso Tebe, munito di mazza e pelle di leone, incontrò i messaggeri di Ergino, re dei Mini regnante ad Orcomeno, i quali andavano a riscuotere ormai da diversi anni il pesante tributo imposto dal re ai tebani, che aveva indebolito negli anni la città: cento giovenche. Essi furono davvero poco garbati con il giovane eroe….. Eracle tagliò loro naso e orecchie, le appese intorno al suo collo e mandò ad Ergino questo tributo. Quando i Mini si rivolsero contro di lui, egli li sconfisse e liberò Tebe. Fu per questo che Creonte gli diede in premio la figlia Megara e gli cedette la signoria di Tebe. Così almeno ci racconta il più interessante dei periegeti, Pausania, anche se sono tramandate altre versioni degli avvenimenti. Da Tebe, la storia di Ercole attraversa i luoghi tra Tirinto e Micene, in cui egli, per volontà della dea Era venerata in quella regione, era suddito di Euristeo. Eracle, dopo aver eseguito ogni comando del re, doveva tornare a Micene, in cui Euristeo risiedeva, per ricevere un altro incarico.
LE DODICI FATICHE Non sono fatti realmente accaduti, tuttavia le dodici fatiche dimostrano, nel linguaggio simbolico del mito, un precetto morale importante per gli antichi: con la volontà si possono superare le prove più difficili.
IL LEONE DI NEMEA Eracle non sterminava soltanto i comuni animali della terra; come dio – cacciatore combatteva anche contro la morte: sottometteva ed imprigionava animali sospetti, che appartenevano agli dèi, a volte proprio agli dèi degli Inferi. Sotto il monte Apesas, nella zona settentrionale della pianura di Argo, si estendeva la grande vallata di Nemea, piena di caverne. Era qui che abitava un leone, pericoloso e temuto da tutta la popolazione circostante. Secondo la leggenda, un dio l’aveva mandato là per punire gli abitanti del paese. Simboleggiava la morte ed in particolare gli Inferi, e questa è una caratteristica che, d’ altra parte, accomuna i leoni, che spesso si trovano dipinti sulle tombe. Eracle si recò presso la città di Cleone, vicino il bosco di Nemea. Là Molorco, un povero contadino, aveva subìto l’uccisione del figlio da parte del leone. Eracle apprese da lui come lottare ed uccidere l’animale. Disse poi a Molorco di aspettare trenta giorni: se entro questo tempo egli non fosse tornato, avrebbe potuto sacrificare un ariete a Zeus liberatore… La tana del leone aveva due ingressi. Eracle ne bloccò uno, e impiegò parecchio tempo per raggiungere la profondità dove dimorava il mostro, un periodo all’incirca di trenta giorni. Le sculture sul tempio di Zeus ad Olimpia presentano l’eroe mezzo addormentato, a simboleggiare che egli cadde in un sonno profondo dopo aver ucciso il leone. Quando si svegliò, fu incoronato col sedano, come uno che fosse venuto dalla tomba; infatti le tombe venivano adornate in quei luoghi con questa pianta. In seguito i vincitori dei giochi di Nemea portarono una corona uguale, e sul loro esempio anche i vincitori dei giochi Istmici. Quando ormai Molorco stava per sacrificare l’ ariete a Zeus, l’eroe apparve vivo, portando sul dorso il leone. Arrivò poi col leone a Micene, presso Euristeo. L’eroe tolse con tutti gli artigli la pelle invulnerabile del leone, dopo averla tagliata. Tuttavia Zeus, per rendere onore a suo figlio, portò in cielo l’animale come ricordo. Così divenne il leone dello Zodiaco.
L’IDRA DI LERNA Gli Inferi confinavano nella parte più profonda con il territorio di Lerna e quindi con il paese di Argo. A guardia di questo confine, all’ ingresso del regno dei morti, si trovava un serpente. La seconda fatica di Eracle sarebbe stata vincere questo mostro. Esso era anche chiamato “cagna assassina di Lerna”, ed il suo fratello maggiore era Cerbero, l’altro custode degli Inferi. Come lui, aveva più teste; nelle varie raffigurazioni antiche se ne trovano a volte cinque, a volte dodici, nove, cinquanta, addirittura cento. Esse si elevavano da una corpo immane ed informe. Pare che per ogni testa tagliata, ne crescevano altre due. Eracle stesso si fece affiancare da un aiutante per ucciderlo, il suo nipote tebano Iolao. L’ eroe arrivò col suo cocchio di guerra fino a Lerna e trovò il serpente sotterraneo nella sua tana, vicino la sorgente Amimone. Per costringere il mostro ad uscire scoccò delle frecce infuocate nella caverna. Appena il mostro apparve, egli l’attaccò; l’ idra si avviluppò ad un piede dell’eroe; inoltre vicino vi era anche un granchio gigantesco che mordeva Eracle all’ altro piede. Così il giovane Iolao venne in aiuto dello zio: bruciando le ferite del serpente con tizzoni ardenti, in modo tale che non vi crescessero altre teste, consumò quasi un bosco intero. Infine Eracle riuscì a recidere la testa immortale. La seppellì sulla strada che da Lerna porta ad Eleunte. Immerse le sue frecce nel veleno, di cui era pieno anche il corpo del serpente. In seguito il granchio gigantesco andò in cielo, nella costellazione vicino al leone. Secondo gli astrologi, è il luogo dove le anime degli uomini discendono nelle regioni più basse, poiché nel segno del Cancro comincia la metà sotterranea del cielo.
LA CERVA DI CERINEA Come terzo incarico Euristeo aveva dato ordine ad Eracle di portare viva a Micene la cerva dalle corna dorate, che apparteneva ad Artemide, e si nascondeva sulla rupe di Cerinea, in Arcadia. Il suo pascolo era tutto il territorio selvaggio dell’ Arcadia ed i monti della dèa, presso Argo. Spesso scendeva da quelle zone e devastava i campi dei contadini. La cerva non era un comune animale, bensì un essere divino. Secondo un racconto, una compagna di Artemide, di nome Titana Taigeta (da cui prese nome il monte Taigeto), era stata trasformata in questa cerva per punizione di Artemide, poiché aveva accettato l’amore di Zeus. Secondo un’altra versione, in tal modo invece Artemide l’ aveva salvata. La particolarità di questa cerva consisteva nel fatto che fuggiva continuamente chi volesse catturarla, e colui che l’inseguiva non riusciva a vincere il desiderio di catturare la rara belva. Il vero pericolo era proprio l’inseguimento, che portava l’ inseguitore in paesi sconosciuti da cui poi non sarebbe più riuscito a tornare. La cerva, inseguita da lui, fuggì prima sul monte Artemisio, poi più lontano, attraverso tutta l’Arcadia fino al fiume Ladone. L’ eroe la inseguì per un anno intero. Arrivato in Istria incontrò Artemide che in quei luoghi, nella parte più settentrionale del mare Adriatico, vicino il Timavo, aveva un boschetto sacro. Si portò fino al giardino delle Esperidi. Sotto l’albero dalle mele d’oro stava la cerva, sorvegliata da due donne, le Esperidi. Questo territorio era molto lontano dal fiume Ladone in Arcadia; era un territorio considerato allora fuori dal mondo in cui gli uomini vivevano. Qui l’eroe riuscì a catturare la cerva: le legò le zampe, se la caricò sulle spalle ed attraversò l’Arcadia, portandola così a Micene.
IL CINGHIALE DI ERIMANTO Il monte Erimanto si trovava nella regione nord-occidentale dell’ Arcadia, al confine tra l’Acaia e l’ Elide. Era molto caro alla dea Artemide, che ivi si recava per fare le sue danze solitarie. Quando la dea era adirata con qualcuno o con una qualche città, inviava un cinghiale furioso a distruggere i campi dei contadini. Eracle, per compiere la sua quarta fatica, fu mandato in quei luoghi. Attraversò di nuovo tutta l’Arcadia ed arrivò, in un primo momento, nei boschi di Foloe. Qui vi abitavano i Centauri. Apollodoro racconta che fu accolto ospitalmente dal centauro Folo che abitava in una caverna. Teocrito narra inoltreche fosse presente anche il saggio Chirone. Eracle chiese del vino e Folo aprì un pathos che conteneva del vino appartenente in comune ai Centauri, dono di Dionìso, destinato dallo stesso dio all’eroe. Si sapeva che fosse un dono pericoloso, ma i centauri non ne conoscevano la natura. Il profumo del vino allettò anche altri centauri, in un simposio che però si trasformò presto in lite. La lotta dilagò dal monte Foloe fino alla caverna di Chirone a capo Malea. Eracle, con le sue frecce avvelenate, inseguì i Centauri, e per errore causò la morte di Chirone, uccidendo anche Folo. Ripresa la strada per Erimanto, Eracle intimorì il cinghiale fino a farlo uscire dalla tana, lo spinse sulle alture dove vi era la neve, poi lo catturò con un laccio. Postolo sulle spalle, tornò a Micene.
GLI UCCELLI DEL LAGO STINFALO La palude di Stinfalo, circondata da boschi ombrosi, si trovava nella parte nord-occidentale dell’Arcadia. Qui vi abitavano innumerevoli uccelli, così tanti che, se prendevano il volo tutti insieme, riuscivano ad oscurare il sole. Per il fatto di soggiornare sulla costa occidentale, dove “il dio del Sole tramonta”, tali uccelli richiamavano il regno dei morti. Nel tempio di Artemide Stinfalia, venerata appunto in questi luoghi, si trovavano varie effigi raffiguranti questi animali, o immagini di ragazze con piedi di uccelli, che rappresentavano gli uccelli stinfalici come sirene funeste della palude… Era famache questi animali, allevati da Ares, si nutrivano di carne umana. Le loro penne erano così pungenti che ferivano le persone su cui cadevano. Ad Eracle fu comandato così di cacciare via dalla regione questi esseri mortiferi. Egli si recò su un monte ai margini della palude e creando fragore con nacchere di bronzo, e colpendoli con fionda, bastone ed arco, spaventò gli uccelli; quelli che non morirono da lui colpiti, fuggirono verso l’isola di Ares, nel Mar Nero. Come prova della sua impresa portò gli uccelli uccisi a Micene.
LE STALLE DI AUGIA Per la prossima impresa Eracle fu inviato nell’Elide, sulla costa occidentale del Peloponneso. Qui regnava il sovrano Augia, che significa “lo splendente”, e pare fosse figlio del dio Elios. Tra i suoi armenti vi erano anche ricchezze appartenenti al dio. Euristeo comandò all’eroe di andare lì, togliere il letame prodotto dalle vacche, che appestava l’ intero paese, in un solo giorno. Secondo Pausania, come premio per questa fatica, desiderata anche da Augia, egli avrebbe avuto una parte del regno ed avrebbe inoltre ricevuto in moglie la figlia del re, Epicasta. Se però non fosse riuscito nell’impresa, avrebbe dovuto pulire le stalle per tutta la vita, riducendosi a rango di schiavo… Accadde l’impossibile, come narrano vari racconti mitici e reperti archeologici, in particolare una metope di Olimpia in cui con grande foga Ercole manovra scopa e badile; alcuni riferiscono che, per facilitarsi il compito, abbatté le pareti che circondavano l’edificio e vi fece confluire l’acqua dei fiumi Alfeo e Peneo. Quando Augia seppe che tale prova era stata ordinata da Euristeo, non volle mantenere le promesse fatte. Sorse una furibonda lite che coinvolse anche il figlio di Augia, Fileo, che difese l’eroe. Così il re cacciò via entrambi dal suo regno. Tornato a Micene, egli fu fortemente biasimato da Euristeo, che gli rinfacciò di non aver agito solo per lui ma anche per un altro re.
LE CAVALLE DEL TRACE DIOMEDE Se nelle prime sei fatiche l’eroe aveva agito in territori vicino la Grecia o nella stessa patria, per le ultime imprese Euristeo fu ancora più crudele con lui, e lo inviò in paesi sempre più lontani. Ora egli doveva portare a Micene le cavalle del re Diomede. Esse erano probabilmente parenti delle Arpìe, Gorgoni, Erinni, e la Tracia, conosciuta come il paese di Borea, in cui il vento del nord si unisce con le giumente, era un territorio a loro appropriato. Le quattro cavalle si cibavano di carne umana, e secondo ciò che è raffigurato in alcuni dipinti vascolari, erano alate. Diomede che le possedeva era figlio del dio Ares. Eracle fu inviato da Diomede col compito di rubargli le cavalle. Attraversata la Tessaglia, giunse presso il re Admeto a Fere, dove fu protagonista-vincitore della lotta contro la Morte, poiché si sostituì alla giovanissima Alcesti, moglie di Admeto, in un volontario viaggio nell’Ade. Euripide, nella sua tragedia Alcesti ci narra questa vicenda con versi memorabili. In seguito Eracle si recò dal crudele Diomede. Era famache tenesse le sue cavalle selvagge legate con catene di ferro, in una mangiatoia di bronzo, nutrendole con carne umana. L’ eroe diede ad esse in pasto il loro padrone e poi le portò a Micene. Secondo altri narratori questa impresa è collegata alla fondazione della città di Abdera, in Tracia. Con alcuni compagni Eracle giunse a rubare le cavalle e le spinse nel paese dei Bistoni, fino al mare. Le cavalle furono affidate al suo caro amico Abdero. Subito dopo uccise Diomede. Nel frattempo però Abdero fu dilaniato e divorato dalle fameliche cavalle. Secondo la tradizione Eracle si occupò della sua sepoltura e fondò poi, attorno alla sua tomba, la città di Abdera. Pare che a questo stesso frangente si colleghi la vicenda dell’eroe che lo vede protagonista assieme ad altri Argonauti alla conquista del Vello d’ oro. Ad ogni modo egli, pur con tutte le distrazioni cui fu sottoposto, divenne signore delle cavalle mortifere di Diomede e le portò con sé ad Argo.
IL TORO DI MINOSSE La narrazione più importante e conosciuta riguardo questa vicenda ci è stata tramandata da Apollodoro. Un toro maestoso era nato o sorto dalle onde. Minosse aveva promesso di sacrificare a Poseidone ogni cosa apparsa in mare...tuttavia il toro era così bello che Minosse sacrificò al suo posto un altro esemplare, mandando questo ai suoi armenti. Come si narra anche nella perduta opera di Euripide, I cretesi, la punizione per Minosse fu la passione insana della regina Pasifae nei suoi confronti. Ma si narrava anche di un’ ulteriore punizione: l’animale impazzì e si rese così necessario l’intervento di Ercole per sbarazzarsene. Euristeo dunque inviò l’eroe a Creta, con l’ordine di condurre l’animale, vivo, a Micene. Pare che lo stesso Minosse lo aiutò. Nei dipinti vascolari viene talvolta rappresentata la cattura: Eracle gettò intorno al muso e ad una zampa anteriore una corda, in altri addirittura lo immobilizzò senza corda; lo stordì poi con una mazza e lo portò a Micene, lasciandolo libero. Per un po’ di tempo l’animale vagò per il Peloponneso, poi attraversò l’Istmo, giunse a Maratona e fu catturato da Teseo che lo sacrificò ad Apollo.
IL CINTO DI IPPOLITA Ippolita era la bellissima e fiera dea delle Amazzoni. Poiché Admeta, figlia di Euristeo, desiderava il suo cinto, Eracle fu inviato da lei che abitava in Asia Minore. Qui vivevano le Amazzoni, un popolo di donne guerriere, presso il fiume Termodonte. Per mantenersi abili e non essere impedite nel tiro con l’arco e nel lancio delle frecce si amputavano la mammella destra, e nutrivano le loro figlie con la sinistra. La loro regina e la più valorosa era appunto Ippolita, la quale aveva ricevuto dal padre Ares un cinto, segno distintivo della sua regalità. Eracle intraprese questa fatica con vari eroi, tra cui Teseo e Telamone. Si diceva, e ciò si nota anche in varie rappresentazioni di dipinti vascolari, che le Amazzoni non fossero ostili agli uomini e che Ippolita avrebbe volentieri ceduto il suo cinto. Altra narrazione tuttavia tramanda che gli eroi giunsero in guerra con le Amazzoni. Eracle uccise così la regina e le tolse il cinto.
I BUOI DI GERIONE Per catturare questi animali Eracle dovette attraversare l’ Oceano e raggiungere l’isola Eritia. Tali bestie vivevano in nebbiose stalle sotto la custodia del cane Ortro, fratello di Cerbero e dell’ Idra di Lerna. Avevano un colore rosso scarlatto. Il compito dell’eroe stavolta era di catturarli e spingerli lungo la via di Argo. Gerione, proprietario di questi buoi, non era un normale pastore, bensì un guerriero armato di elmo, scudo, lancia. Il suo nome significava “urlatore”, in quanto nel combattere spesso gridava. Esiodo nella sua Teogonia dice che aveva tre teste, tre corpi, combatteva dunque con sei braccia e possedeva anche delle ali per scagliarsi eventualmente sulle sue vittime; sul suo scudo infine era disegnata un’ aquila. Chiunque volesse catturare i suoi buoi era sfidato da lui in battaglia. Giunto sull’ isola “rossa”, Eracle si trattenne un po’ presso le stalle del monte Abante. Il cane Ortro, che subito ne scoprì le tracce e lo attaccò, fu immediatamente eliminato. Fu ucciso anche Euritione ed il pastore Menezio che avvistatolo, aveva avvisato Gerione. Proprio mentre Eracle era giunto con i buoi sul fiume Antemo, il “fiume dei fiori”, Gerione lo raggiunse. Nell’affrontarlo, Eracle fu simile ad Ares: riuscì ad uccidere il mostro dai tre corpi, prese con sé i buoi e fece ritorno ad Argo attraverso vari territori, sempre irti di rischi, pericoli e nemici da combattere.
I POMI D’ORO DELLE ESPERIDI Solo le Esperidi, figlie di Zeus e Temi, dee consigliere, potevano aiutare l’eroe a trovare la strada giusta che lo portasse a tali preziosi pomi. Sapevano chi fosse Eracle e che a lui non era vietato entrare nel giardino. Gli consigliarono pertanto di cercare Nereo e di insistere con lui finché non gli indicasse la strada. Dovette affrontare una lotta contro una divinità marina più giovane, un tritone, che assumeva forme diverse, ora di serpente, ora d’acqua, ora di fuoco. L’eroe lo vinse e Nereo gli indicò così la strada per il giardino delle Esperidi. Eracle fu condotto per i caldi paesi del Sud, attraversò l’Arabia, arrivò fino al mar Rosso, passò dal limite orientale a quello occidentale della terra, dal Caucaso all’ Atlantico, dal Sud al Nord. Toccò il regno del Vento del nord, dominato dalla bufera. Eschilo ci precisa che ad indicargli l’esatta direzione fu Prometeo, che sul Caucaso della Scozia soffriva già da tempo indicibili tormenti, e fu proprio lui a consigliargli di non entrare in persona nel giardino, ma di chiedere ad Atlante di poter avere le mele d’oro. L’eroe così arrivò nel regno del Vento del nord, attraversò il paese degli Sciti ed il paese dei Gabi, conosciuti come il popolo più ospitale e felice sulla terra, la quale non veniva neanche coltivata perché essa offriva loro spontaneamente i suoi frutti. Giunse poi agli Iperborei, luogo vicino al grande fiume Danubio, allora chiamato Istro. Le Esperidi erano vicine. Tra le descrizioni più suggestive di questi luoghi vi è quella di Euripide, il quale nell’Ippolito ci dice che Zeus aveva qui un palazzo, mentre Era custodiva il suo letto nuziale, circondato da splendide immortali sorgenti. L’albero con le mele d’oro era il dono di nozze della madre Terra ad Era. La regina degli dei aveva posto come custode il serpente Ladone, un mostro con molte teste e che emetteva innumerevoli e terrificanti voci. Le tre Esperidi (ma c’è chi dice che erano quattro o anche di più) non abbandonavano mai il giardino intorno all’albero. Chi giungeva presso di loro non ritrovava più la via del ritorno, era come arrivare sull’ Isola dei Beati... Chi osava afferrare la frutta d’oro, proprietà della regina degli dei, avrebbe incontrato morte sicura poiché perturbava una regione considerata sacra. Atlante, che abitava vicino, era conosciuto come un Titano scaltro ed astuto. Si prestò a tentare di prendere le mele, a condizione che Eracle gli reggesse la volta celeste. Poi tentò di ingannare l’ eroe non dandogli le mele; Eracle, avendo intuito l’inganno, finse di accettare di rimanere al suo posto a reggere l’universo, chiedendo tuttavia di poter aspettare fino a che preparasse un cèrcine. E il Titano ci cascò: posò a terra le mele e riprese a tenere il cielo. Altre versioni, tra cui la principale è quella di Apollodoro, ci riferiscono che invece Eracle agì d’ intesa con le Esperidi, e così riuscì a portare a termine il suo compito. Gli artisti di allora hanno creato rappresentazioni suggestive e fantasiose, come quella del maestro attico Midia, in cui addirittura le dee si trasformano in alberi… Apollodoro infine ci narra che le mele non furono prese da Euristeo, ma rimasero all’ eroe il quale, poiché le mele erano proprietà degli dèi, ancor più sacre dei tesori di un tempio, le restituì ai proprietari. Che fantasia inesauribile!
IL CANE DI ADES Come ultima prova, con la speranza che finalmente trovasse la morte, fu chiesto ad Eracle di catturare nelle profondità degli Inferi il cane di Ades, chiamato Cerbero. Non esisteva compito più difficile di questo: si trattava di violare un regno sacro, impresa che in teoria neanche un eroe poteva tentare. Apollodoro ci racconta che Eracle, per non offendere gli dèi degli Inferi, aveva fatto prima esperienza dei Misteri Eleusini. Fu adottato da un eleusino chiamato Pylios, che significa “proveniente da Pilo” o “dalla porta dell’Ade”, fino a diventare suo figlio. Eumolpo, il più importante sacerdote dei Misteri, lo aveva avviato alla purificazione: Eracle, nella rappresentazione di un’ urna marmorea posta vicino Roma, siede su un trono col capo coperto da un velo e lascia compiere su di sé atti sacri; dietro di lui, ben visibile, la fondatrice e patrona dei Misteri, la dea Demetra, seduta su un cesto chiuso che contiene gli oggetti segreti del culto. Tutto ciò avveniva lontano dagli occhi della gente comune... Secondo la tradizione, al Regno dei Morti si accedeva passando dal Tenaro attraverso una caverna. Per lottare contro gli dèi degli Inferi e gli Spiriti dei Morti era possibile fare la lotta o lanciare pietre. Eracle si presentò brandendo la spada e probabilmente ciò fece impaurire il vecchio nocchiero Caronte, al punto che lo fece entrare nella sua barca. Così Eracle attraversò le acque dell’Ade. Poco lontano dalla riva del terreno paludoso stava Cerbero, ad attendere coloro che arrivavano, sapendo chi doveva raggiungere il Regno di Ades e chi doveva starne lontano. Coloro che voleva trattenere li salutava con la coda, e se essi volevano tornare indietro, li divorava. Nella Teogonia di Esiodo è descritto come un animale che mangia carne cruda, ha voce metallica e possiede tre gole; Sofocle nelle Trachinie e Virgilio in Eneide ne contano addirittura cinquanta! Ma ci si era convinti ormai che anche le anime avessero paura di Eracle…Quando Cerbero lo vide infatti, tutto impaurito andò da Ades e si nascose sotto il suo trono. Giunto vicino al trono di Persefone e Ades, scagliò una pietra contro di loro. Subito Ades fuggì e subito anche il cane, Persefone invece rimase immobile e dopo poco tempo la tensione si allentò e l’ eroe fu accolto con tutti i suoi riguardi…Il re dell’ Oltretomba gli concesse di portarsi pure il suo cane, se fosse riuscito a domarlo. Una bazzecola! L’ eroe, abituato ai pericoli più rischiosi, tornò nell’ Acheronte e con decisione strinse la gola a Cerbero. Il cane fu incatenato e portato fuori dall’ Ade. All’uscita incontrò Teseo e Piritoo, prigionieri per aver tentato di rapire Persefone; il primo riuscì a riportarlo nel mondo dei vivi, il secondo sprofondò nelle voragini. Così finalmente Eracle rivide la luce e tornò nel mondo dei viventi a Trezene, città posta di fronte ad Atene. Con il cane dagli occhi azzurri e dal ventre sibilante per i serpenti che conteneva, tornò a Micene, denominato “Callinico” ossia “dalla bella vittoria”.
La vittoria più importante, oltre a quelle ottenuta sulla vita, era quella ottenuta sulla Morte. Eracle divenne così colui che tutti gli uomini avrebbero voluto essere, allora e forse chissà…anche ora.

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