TEATRO
L'origine della tragedia greca

 

di Cettina Messina


L’origine della tragedia e tuttora, per gli storici della letteratura greca, una questione complicatissima.
Dalle poche notizie che si hanno delle fonti antiche si e cercato di ricostruire un’accettabile interpretazione. Le fonti principali sono Aristotele ed Erodoto.
- Aristotele nella Poetica (IV, 144 9a) afferma che la tragedia deriva da “coloro che intonavano il ditirambo”, un canto corale in onore di Dioniso in cui avveniva un dialogo fra chi guidava il coro, detto corifeo, e il resto del coro. Il teatro tragico e dunque da lui collegato al culto dionisiaco.
- Erodoto nelle Storie (I, 23) racconta che inventore della tragedia e il cantore Arione di Metimna, non poiche creo i ditirambi, ma per il fatto che fu il primo a dare un titolo a cio che pronunciava il coro recitando in opposizione al canto. Egli insegno agli uomini truccati da satiri, con orecchie caprine, a cantare tali inni; il momento di transizione verso la rappresentazione drammatica e segnato dal cosiddetto Ditirambo dialogato (Cfr Teseo di Bacchilide). Sempre Erodoto, nelle Storie (V, 67), ci dice che anticamente a Sicione i cori tragici rappresentavano le sventure di Adrasto, un eroe di Argo vissuto ai tempi della guerra dei Sette contro Tebe. Nel VI sec. a. C. poi, Clistene, tiranno della citta, trovandosi in lotta con Argo, elimino il culto di Adrasto e volle trasferire i cori a lui dedicati a Dioniso. Sembra verosimile pertanto, che i cori tragici fossero legati alle cerimonie funebri relative ad un eroe defunto. Le origini peloponnesiache della tragedia sarebbero anche avvalorate dal legame etimologico che c’e tra äñáìá?e äñáù = fare, verbo usato in questo territorio per esprimere l’azione in genere e, piu precisamente, l’azione teatrale. D’altra parte il dialetto dorico risulta presente nei cori tragici di tutto il V secolo a. C, a conferma appunto di questa impronta iniziale.
Le origini della tragedia dunque ci riportano alla creazione del ditirambo proprio del culto dionisiaco e, parallelamente, ai canti funebri in onore degli eroi defunti; da queste forme si evolve la tragedia, fino a raggiungere la struttura in cui noi la conosciamo.

Il termine "tragedia" pare derivi dalla parola ôñáãïò, capro, un animale presente nelle tradizioni mitologiche greche. Spesso infatti Dioniso era assimilato ad un capro e i componenti del coro che intonavano il ditirambo in onore di Dioniso erano satiri, per meta uomini e per l’altra meta capri. Dal momento pero che nella tragedia nulla rimanda al capro, si dovra pensare che il termine tragedia indichi un "canto sul capro" o "canto per il capro", intendendo tale animale vittima di un sacrificio agreste legato al culto dionisiaco o magari il premio di una gara poetica; oppure lo si dovra intendere come “canto dei capri”, cioe dei coreuti del ditirambo travestiti da capri. In ogni caso, tutte e tre le ipotesi ci riportano al culto di Dioniso.

Aristotele nella Poetica riferisce che la tragedia si sviluppo sempre piu fino a raggiungere la sua forma classica. Quando i cori ditirambici dal Peloponneso si trasferirono in Attica, molte cose cambiarono: al corifeo, che dialogava col coro, si aggiunse un attore, õðïêñéôçò (= colui che risponde); questa innovazione fece moltiplicare gli episodi e rendere piu complessa l’azione.
Durante il governo di Pisistrato, le prime gare poetiche vennero inserite nelle Grandi Dionisie, feste in onore di Dioniso che si svolgevano in marzo – aprile.
Nel 433 a. C. la rappresentazione delle tragedie entro a far parte delle Lenee, festa delle Baccanti, legate al culto di Dioniso, che si svolgevano tra gennaio e febbraio. In occasione delle rappresentazioni drammatiche lo stato bandiva dei concorsi, in cui gli arconti sceglievano tre poeti fra i concorrenti. Ognuno di essi doveva presentare quattro opere, tre tragedie e un dramma satiresco. Al termine delle rappresentazioni dei giudici assegnavano come premio al poeta della tetralogia vincitrice una corona d’edera, oltre ad un cospicuo premio in denaro. I magistrati designavano i coreghi, cittadini ricchi che potevano permettersi la spesa per sovvenzionare il coro. Lo stato invece si occupava del pagamento degli attori.
Secondo la leggenda, nel 534 a. C. la vittoria ando a Tespi, che per primo presento un coro intervallato da parti recitate da un attore e preceduto da un prologo. Fu egli ad introdurre il primo attore (õðïêñéôçò) che dialogava col coro, per cui i fatti che prima erano narrati dal corifeo ora venivano rappresentati. Pare inoltre che sempre lui abbia inserito altre leggende mitologiche non piu legate al culto di Dioniso; ma probabilmente sotto il suo nome si raggrupparono tutte le successive modificazioni. Ottenne tanto successo che non solo riporto la vittoria, ma da allora venne istituito un concorso annuale per questo nuovo genere di rappresentazione.
Eschilo aggiunse in seguito un secondo attore e Sofocle un terzo. Talvolta sulla scena era presente un quarto personaggio che non parlava (êùöïí ðñïóïðïí). Gli attori avevano il viso coperto da una maschera, calzavano il coturno che elevava la statura, e indossavano costumi convenzionali, uno per ogni personaggio rappresentato. Vi era dunque un massimo di tre attori che sostenevano anche parti femminili.
Il coro era formato da 12 coreuti, di cui il capo veniva chiamato corifeo; in seguito il numero passo a 15. Non lasciava mai l’orchestra, volgeva sempre la faccia agli attori. Molto importante in Eschilo, nella cui opere spesso e protagonista insieme con gli attori, perde importanza in Sofocle, fino a divenire con Euripide spesso del tutto staccato dall’azione.
Il fondale scenico era molto semplice e i cambiamenti di scena avvenivano molto raramente, in quanto vi era difficolta a rimuovere lo sfondo in legno o in muratura; si ricorreva quindi ad alcune illusioni teatrali tramite alcuni artifici scenici, come la ìç÷áíç con cui gli uomini salivano e scendevano dal cielo, o l’åêêëõêëçìá una piccola piattaforma con su uno o due personaggi, che veniva introdotta in scena quando si voleva dare agli spettatori l’idea di cio che accadeva all’interno dell’edificio. In eta ellenistica furono aggiunte della quinte girevoli, ðåñéáêôïé, che recavano sfondi diversi, fatte ruotare ogniqualvolta c’erano dei cambiamenti di scena.

STRUTTURA
La tragedia consta di piu parti:
- Prologo. E’ la parte che precede l’entrata del coro. Informa gli spettatori di cio che e avvenuto in precedenza o del punto in cui e giunto lo svolgimento dell’azione. In Eschilo e in Sofocle il prologo ha carattere drammatico, descrive la scena; in Euripide e narrativo, espone spesso gli antefatti del dramma.
- Parodo. E’ l’ingresso del coro nell’orchestra. Da destra, rispetto allo spettatore, il coro entra ordinato in file o per i singoli coreuti. Declama il canto d’ingresso, a ritmo di anapesti. Dispostosi nell’orchestra, il coro non la lascia piu.
- Episodi. Generalmente sono tre, sono scene di diversa grandezza, e corrispondono in un certo qual modo ai nostri atti.
- Stasimi. Canti del coro “a pie fermo”, che chiudono l’episodio o lo commentano; in seguito sono espressione solo lirica, che prende appena spunto dall’episodio.
- Esodo. Canto di uscita del coro, o anche l’ultimo canto finale non seguito dal canto corale.

Il dialogo lirico tra tutto il coro e un attore prendeva il nome di commo, perche esprimeva momenti di particolare tensione o dolore (cfr êïðôïìáé = mi batto il petto). Vi erano anche duetti tra attori (ìåëç áðï óêçíçò) e canti eseguiti a solo (ìïíùäéá).
Quando il dialogo tra personaggi era particolarmente intenso e si svolgeva a botta e risposta, entrambe di un solo verso, si aveva la sticomitia.
Nelle parti recitative si usava prima il tetrametro trocaico poi il trimetro giambico. Le parti corali presentano una grande varieta di metri lirici.
In genere il dialetto usato per le parti dialogiche era quello ionico – attico; per quelle corali conservava una patina di dialetto dorico.

Gli spettacoli allestiti in occasione di queste feste religiose erano pubblici e aperti a tutti: il momento della partecipazione alle rappresentazioni era un’occasione importante per la vita della citta, faceva parte dell’educazione del cittadino, della sua ðáéäåéá: esso racchiudeva in se una valenza religiosa, in quanto la tragedia e un esempio divino e una riflessione divina sulla natura della divinita; una valenza politica, in quanto il teatro greco ha funzione educativa rivolta a tutti i cittadini; ed infine agonistica, essendo una vera e propria gara poetica, a conferma dello spirito agonistico molto forte nella mentalita dei greci.
Essendo tali rappresentazioni una forma di culto pubblico, ciascun cittadino poteva essere ammesso gratuitamente; solo in seguito fu stabilito un gettone d’ingresso, al prezzo di due oboli, che dava diritto ad un posto numerato; tuttavia i cittadini poveri godevano di un sussidio dello Stato ed erano ammesse anche le donne, perche a tutti doveva essere consentita la partecipazione a questo importantissimo mezzo di educazione sia civile che religiosa.

Cettina Messina

vedi anche: INDA stagione 2004
vedi anche: INDA stagione 2005
vedi anche: INDA stagione 2006