Atene, 1920
(Prima dell'esecuzione)
Era un bruciante pomeriggio del
1920 - l'impietoso sole di luglio
fiammeggiava la via Vasilissis Sofias,
che allora si chiamava ancora Kifisias.
Ion Dragoumis procedeva davanti
al plotone d’esecuzione, e
sentiva dietro di sé i pesanti
scarponi degli otto militari che
lo scortavano.
«Ti dispiace se ti leghiamo
le mani?» gli aveva chiesto
un sergente mezz'ora prima, quando
era stato arrestato dagli uomini
di Pavlos Giparis ad Abelokipi.
Dragoumis non aveva risposto. Sapeva
che dopo cinque o dieci minuti sarebbe
morto - a che sarebbe giovato passare
da un mondo all'altro con le mani
sciolte oppure legate?
...
«Era pallido ma tranquillo»,
avrebbe ricordato uno dei militari
del plotone. «Ma non parlò
- non disse nemmeno una parola.
Sino alla fine non lo sentimmo fiatare».
Tutt'intorno la vita di Atene continuava
come se non fosse cambiato niente.
Solo cinque o sei fanatici, che
avevano assistito all’arresto
davanti al Thon, continuavano a
correre dietro il plotone - come
cani arrabbiati che corrono dietro
a un pezzo di carne appena tagliato.
«Consegnatecelo!» gridò
qualcuno.
«Consegnateci l’assassino
di Venizelos!»
…
Ora il plotone, con Dragoumis sempre
davanti, si avvicinava all’Areteio.
Alcuni passanti guardavano con curiosità
la scena. Era un po’ come
lo spettacolo del giorno per i turisti.
Nessuno poteva immaginare che quegli
otto militari con l’uomo vestito
di bianco in quel momento stavano
per compiere un’esecuzione
in piena regola – che sarebbe
avvenuta nel cuore di Atene –
tra il palo del telegrafo 906 e
il palo del telegrafo 907.
...
Avevano superato ora le baracche
militari che si trovavano davanti
all’Areteio. Dragoumis dovrà
aver pensato:
Questo sarebbe
il posto migliore per l’esecuzione.
Dietro alle baracche c’è
uno spazio aperto. Nessuno si accorgerebbe
di niente.
Il plotone continuò a scendere
per via Kifisias. Intorno, due o
tre fanatici che seguivano continuavano
a urlare: «Perché fate
da guardia a quel cane?» Dragoumis
batteva le palpebre per scacciare
il sudore che colava caldo dalla
fronte. Dove lo avrebbero ammazzato?
Più avanti c’erano
i bagni militari. E ancora più
giù, il Primo Reggimento
di Artiglieria.
«A un certo punto l’ho
visto sorridere debolmente»
avrebbe detto più tardi il
primo militare della seconda fila.
Forse in quel momento Dragoumis
aveva pensato:
Forse mi uccidono
alla scuola ecclesiastica del Rizarios.
Un'esecuzione risulta sempre più
comoda se c’è un sacerdote
nei paraggi.
Erano arrivati ai bagni militari,
quando Dragoumis sentì alle
sue spalle che qualcuno li raggiungeva
correndo. Un secondo sergente arrivò
frettoloso e disse qualcosa all’orecchio
del primo sergente che accompagnava
il plotone. Dopo si sentì
la voce del sergente Kitsos dire:
«Qui, qui».
Il plotone si fermò.
Dall’angolo della via Papadiamantopoulou,
l’addetto diplomatico russo
seguiva disorientato la scena.
«Vidi i militari mettere contro
un muro l’uomo con l’abito
bianco. Dopo fecero quattro passi
indietro. Solo allora capii che
si preparavano a giustiziarlo. Noi
aspettavamo il tram e un uomo, cento
metri più in là, aspettava
la morte».
Leventiof non fu l’unico testimone
oculare dell’assassinio. Del
resto tutt’intorno la vita
dell’Atene del 1920 procedeva
regolarmente.
«Alcuni secondi prima che
lo mettessimo al muro, era passata
una motocicletta», si ricorderà
in seguito uno dei militari. «Un
secondo dopo passò un tram».
Proprio di fronte al punto in cui
si era fermato il plotone un operaio
di Prevesa, Kiriakos Koulis, aspettava
un carro di pietre. Guardava ora
sbalordito i militari sistemare
il condannato nel luogo dell’esecuzione.
Dieci metri alla sua sinistra, davanti
al ristorante «Elisia»,
dormicchiava un venditore di ciambelle.
Nell’angolo opposto una donna
vendeva gazzose. Anche lei guardava,
a occhi sbarrati, la scena.
Il sergente si chinò e disse
qualcosa all’orecchio di Dragoumis.
Forse gli aveva chiesto: «Hai
un ultimo desiderio?» Dragoumis
non rispose. Solo tirò fuori
della tasca e inforcò il
suo monocolo di riserva –
ne teneva sempre uno, nel caso si
rompesse il primo.
«Poi volse la testa e guardò
verso sinistra», avrebbe detto
in seguito uno dei militari che
in quel momento gli stavano di fronte
con il dito sul grilletto. «Verso
Abelokipi – forse anche verso
Kifisia».
Era questo un ultimo saluto a Marika
Kotopouli, che sconvolta aspettava
il suo ritorno da Atene? O forse
mandò un ultimo messaggio
a Penelope Delta che anche lei abitava
a Kifisia a quell’epoca? Scherzi
del destino. Nel momento in cui
le otto pallottole del plotone perforavano
l’abito bianco di Ion Dragoumis,
le due donne che gli avevano segnato
la vita si trovavano a pochi metri
di distanza l’una dall’altra.
«Puntate!» ordinò
il sergente.
Il sudore colava caldo sulla fronte
di tutti – di Dragoumis, del
sergente, dei militari. Quel pomeriggio
fu certamente il più focoso
del 1920.
«Fuoco!»
Nessuno sparò. Come se
tutti
e otto fossero d’accordo.
Forse lo erano. Quegli otto ragazzi
immaturi erano venuti da Creta per
proteggere Venizelos, non per uccidere
uomini intemerati.
«Sparate, allora!» gridò
il sergente – e sparò
per primo a Dragoumis.
La pallottola lo prese al petto.
Lo scossone lo fece girare su se
stesso. In quello stesso momento
partirono anche le otto pallottole
del plotone – due o tre lo
presero al petto, le altre alle
spalle, quando ormai si era voltato
e cadeva per terra, sul pavimento
bruciante del marciapiede, con le
spalle rivolte verso il plotone.
Sono state rinvenute sul dorso
da cinque a sei ferite avrebbe
scritto nel suo rapporto il giovane
sottotenente medico che per primo
ne esaminò il corpo quando
fu trasportato all’Ospedale
Militare.
Quando il sergente si avvicinò
al corpo caduto, Dragoumis era ancora
vivo. Il piede sinistro aveva dei
movimenti spasmodici.
Il sergente sparò ancora
– questa volta alla testa.
Il piede sinistro rimase immobile.
All'ora della musica...
Recensione
de "L'Esecuzione"
La
scheda di Freddy Germanos