Estratto
dal
del 23 gennaio 2006
Un saggio riscrive la
storia dell’archeologo tedesco.
E ripropone i dubbi sulle parti mancanti
del tesoro
Delitto
Schliemann, l'ultimo mistero di Troia
L’ipotesi:
lo scopritore della città fu avvelenato
dalla mafia con un caffè
Un
cercatore di tesori che amava la Grecia
La
sua è una di quelle leggende universali,
una di quelle grandi storie che tutti sembrano
conoscere, fin da bambini: Heinrich Schliemann,
il povero ragazzo tedesco diventato ricco
grazie «ad un’attività
commerciale brillantemente condotta»,
l’appassionato lettore di Omero che
decise di esplorare i luoghi descritti in
quei poemi finendo per scoprire Troia con
i suoi segreti e (soprattutto) i suoi tesori,
l’archeologo dalla vita avventurosa
che le major cinematografiche di Hollywood
da sempre sognano di portare sullo schermo
senza però mai riuscirci. Quell’eroe
è però da sempre sotto processo.
In pratica da quando, nel maggio 1873, annunciò
di aver trovato il «tesoro di Priamo»
(o meglio di Troia), un tesoro apparentemente
senza pace: prima donato al Museo nazionale
di Berlino, poi trafugato in Urss dall’Armata
sovietica, oggi in gran parte «diviso»
tra il Pushkin di Mosca e l’Hermitage
di San Pietroburgo (mentre più nulla
si sa, ad esempio, della celebre «camera
d’ambra» rubata dai nazisti
a Leningrado e mai più ritrovata).
Mario La Ferla (per quasi trent’anni
inviato speciale dell’Espresso) torna
ora a riaprire l’immaginario processo
con un nuovo libro-inchiesta che si propone,
anche grazie al contributo di un eminente
archeologo come Louis Godart, «di
frugare negli angoli bui della vita di uno
degli uomini più celebrati e discussi
del mondo, nel tentativo di dissipare le
nebbie oscure che da oltre un secolo avvolgono
la sua fine».
I dubbi sono davvero molti: perché
(ad esempio) «re, principi, Kaiser
tedeschi, primi ministri, eminenti scienziati
lo coccolavano tanto»; perché
«nessuno ha mai osato sfidarlo sulle
verità imposte di Troia, Micene e
Tirinto»; perché «riuscì
a tenere sempre in scacco i governi di Turchia,
Russia, Germania, Italia, Francia e Gran
Bretagna promettendo di volta in volta la
consegna del tesoro di Priamo»; quali
interessi, oltre all’archeologia,
lo portavano così spesso a Napoli
e in Sicilia? La sentenza, fin dalle prime
righe, sembra comunque segnata: colpevole.
E con lui sono colpevoli anche tutti gli
studiosi e i gli scrittori «che lo
hanno accusato di cose ignobili, ma che
allo stesso tempo hanno sempre evitato ogni
tentativo di scoprire tutta la verità».
Come Sindona - Schliemann,
nato il 6 gennaio 1822 a Neubukov nel Ducato
del Meclemburgo, muore (circondato da donne,
gloria, ricchezze) al Grand Hotel di Napoli,
il 26 dicembre 1890. I biografi ufficiali
parlano subito di «morte naturale»
(infiammazione acuta agli orecchi oppure
otite purulenta), ma La Ferla è categorico:
«La sua morte assomiglia in maniera
sorprendente e singolare a quella di molti
protagonisti delle storie più recenti
di brigantaggio politico e finanziario del
nostro Paese». Schliemann sarebbe
stato insomma avvelenato dalla «malavita
organizzata italiana» (camorra o mafia,
il dubbio non è del tutto chiarito)
con cui aveva fatto affari lucrosi per vendere
in giro per l’Europa (in modo fraudolento)
i tesori scoperti. Secondo La Ferla, quel
dicembre, l’archeologo era a Napoli
per vendere il (mai ritrovato, ndr ) «secondo
tesoro di Troia». Una morte, dunque,
per un affare andato male, una morte che
potrebbe ricordare, per motivazioni e mandanti,
quelle di Pisciotta e di Sindona. Anche
perché i suoi ultimi pasti, per curare
il mal d’orecchi che lo affligeva
da quando era arrivato a Napoli, furono
stranamente a base solo di «brodo
e caffè».
Garibaldi e massoneria
- «L’archeologo tedesco - spiega
La Ferla - aveva conosciuto Garibaldi, Mazzini,
Cavour nei salotti londinesi quando era
ospite di Lord Gladstone, potente primo
ministro della regina Vittoria, che lo introdusse
nella società aristocratica, facendolo
finalmente sentire qualcuno». Una
coincidenza che dimostra i suoi stretti
rapporti con quella massoneria «che
all’epoca dettava le regole della
politica in Europa a quelli che preparavano
la grande operazione che porterà
all’Unità d’Italia».
Fin qui niente di strano. La novità
è un’altra: sarebbe stato proprio
l’eroe dei due mondi a indicargli
i tesori nascosti nell’isola di Mozia
(il generale avrebbe avuto modo di scoprirli
dopo lo sbarco dei Mille), che l’archeologo
sarebbe poi andato a cercare «laddove
i fenici li avevano abbandonati fuggendo
dall’assalto dei greci».
Scoperta falsa - È
questa l’accusa forse più grave,
almeno scientificamente.
Si tratta di un’accusa più
volte formulata che La Ferla arricchisce
però di nuove prove, grazie prima
di tutto all’apporto di Louis Godart:
archeologo considerato tra i massimi studiosi
delle civiltà egee, ordinario di
filologia all’Università Federico
II di Napoli, autore con Gianni Cervetti
de «L’oro di Troia» (Baldini
Castoldi Dalai) nonché consigliere
del presidente Ciampi per il patrimonio
artistico. Secondo Godart è stato
in realtà Frank Calvert, «giovin
signore inglese di ottima e ricca famiglia»
a scoprire Troia, iniziando le ricerche
nelle terre che la sua famiglia possedeva
alle pendici della collina di Hissarlik.
Lo stesso Calvert consigliò Schliemann
di unirsi a lui nello scavo di Troia, ma
Schliemann lo avrebbe poi estromesso dalle
ricerche (per ingordigia di denaro? per
fama di gloria?), scoprendo infine la città
di Troia «divisa in nove strati sovrapposti».
Si chiede però La Ferla: «Come
mai Calvert non si permise mai di rendergli
conto della sua incredibile estromissione?».
Sarà stata forse colpa ancora una
volta della massoneria «che dirigeva
tutti i centri di potere occulto legati
a doppio filo con re e imperatori»,
quella stessa massoneria che secondo il
giornalista e scrittore sarebbe quantomeno
responsabile anche delle omissioni che da
tempo costellano le biografie ufficiali
di Heinrich Schliemann?
Stefano Bucci
Corriere della Sera
Lunedì 23 Gennaio 2006
IL LIBRO:
Mario La Ferla, «L’ultimo tesoro.
La vita segreta e la
morte sospetta di Heinrich Schliemann, l’inventore
di Troia»,
editore Stampa Alternativa, pagine 160,
€ 12
Un
cercatore di tesori che amava la Grecia
Mario
La Ferla: L'uomo di Atlantide
Libri
di Mario La Ferla
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