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La
fortunata serie di Hercules di Kevin Sorbo
ha proposto al grosso pubblico una versione
moderna dell’antica lotta tra bene
e male, con la relativa interpretazione
americana di Marte, il dio della guerra,
eternamente vestito di nero, capo di una
banda di demoni assetati di sangue.
È veramente tutto?
Ovviamente la mitologia greco-romana è
troppo ricca per farsi rinchiudere in queste
coordinate. Già il greco Ares, cui
la figura romana s’ispira, presenta
accanto a questa fisionomia ufficiale anche
una storia privata più intrigante.
Era, la dea del cielo e
della fecondità terrestre, sposa
e sorella di Zeus, era rimasta profondamente
offesa dalla nascita d’Atena,
che era sorta adulta ed armata direttamente
dalla testa del suo divino coniuge, e chiese
aiuto a Flora per concepire a propria volta
un figlio senza l’aiuto del marito.
La responsabile del mondo vegetale le consegnò
dunque un fiore magico, in grado d’ingravidarla
senza nessun apporto maschile. Di che fiore
si trattava? Con due dee della fecondità
terrestre abbiamo solo l’imbarazzo
della scelta: la tradizione consacra ad
Era il giglio, il melograno e l’eliocrisio…
alle femministe la ricerca delle proprietà
farmacologiche relative!
Già Omero irrideva queste storie.
Nell’Iliade Ares è figlio legittimo,
ed anzi viziatissimo, della coppia sovrana.
È evidente che agli antichi miti
originari, che palpitano ancora vivi in
Esiodo, s’è sovrapposta una
“versione razionale” degli stessi
fatti, magari ispirata ad accadimenti veramente
occorsi ad antichi sovrani. Altrettanto
evidente che in questa razionalizzazione
successiva, dettata da una civiltà
cittadina, dedita al commercio e con ambizioni
democratiche, ci fosse poco spazio per l’antico
dio guerriero, che è rappresentato
quasi sempre perdente, difensore della causa
di sua madre, cioè di una guerra
persa da tempo per i diritti della natura
e del matrimonio in una società che
pensa ostentatamente ad altro.
Unico bene indiscutibile di Ares è
l’amore d’Afrodite.
Dea
potente, originariamente nata dalla spuma
del mare e quindi sorella e non figlia di
Zeus, ella è la padrona assoluta
del desiderio e con questo assoggetta tutti
gli dei, eccettuate Atena,
Artemide ed Hestia.
Ares è invece il suo indiscusso amante
succube delle sue grazie, è vero,
ma anche compagno ardente a cui la bella
dea dell’amore fa sempre ritorno,
nonostante i reciproci e romanzeschi “tradimenti”
che tra l’altro popolano la terra
di semidei. Indicativo il fatto che la più
famosa figlia della coppia è Armonia,
cui i filosofi antichi assegnavano il compito
di governare alla fine il mondo, garantendo
alla terra un’era di pace.
Anche se Omero ridimensiona molto la cosa,
rispetta il legame tra di due, che anzi
nell’Iliade è presentato addirittura
come legittimo… solo nell’Odissea
si narra che in realtà Afrodite è
sposa di Efesto e vive con Ares un amore
adultero.
Quando dalla Grecia giungiamo a Roma Ares
risponde al nome di Marte
e fa un salto di qualità. Società
guerriera, quella latina restituisce al
dio il posto che gli spetta e lo pone subito
dopo Giove nella triade
che governa la città. Quanto al terzo
dio… è nientemeno che Quirino,
in cui la tradizione riconosce Romolo, fondatore
di Roma stessa e figlio di Marte, appunto.
Una delle innocenti avventure del dio, infatti,
l’avevano portato ad ingravidare niente
meno che Rea Silvia, una vestale, che aveva
pagato con la vita il mancato rispetto del
voto di castità. Indifferente, come
tutti gli antichi dei, alla sorte della
poverina, Marte s’era tuttavia attivato
fin dapprincipio perché i due gemelli
nati dall’unione avessero di che vivere,
facendo arenare la cesta in cui erano stati
gettati ai piedi d’un fico
ed inviando subito una brava lupa ad allattarli.
I gemelli erano Romolo e Remo: quando litigarono
il padre si mise, senza conflitti interiori,
dalla parte del vincitore e lo guidò
alle prime guerre che fecero del piccolo
villaggio una grande città.
Attualmente
una vasta corrente di pensiero pensa che
dietro ad Ares-Marte=dio della guerra ci
sia un’altra figura più antica.
Un dio della fecondità terrestre,
figlio della terra e padre di tutti gli
aspetti vitali di questa, compresi quelli
che un tempo riempivano di panico l’uomo
e che non sono del tutto sotto controllo
nemmeno adesso: terremoti, eruzioni vulcaniche,
animali feroci… dio della morte dunque,
non già perché personalmente
assetato di sangue, bensì custode
d’equilibri antichi, che compromessi
provocano la rovina. La funzione guerriera
sarebbe dunque una sovrapposizione successiva,
utilizzazione, diremmo in termini moderni,
d’un’aggressività latente
del tutto inconscia e non legata davvero
ad una realtà politica esterna.
Se la discussione è ancora aperta
per Ares greco, Marte romano, in quanto
padre di Romolo fondatore poi assunto in
Cielo come dio Quirino, ha già in
se’ tutte le funzioni del caso: divinità
lontana, potente, si fa guerriera o garante
della fecondità e della pace a secondo
delle necessità del figlio, che poi
associa a se’ nel governo del mondo.
Gli umanisti, inutile dirlo, si sforzarono
di tornare al modello greco, che consideravano
più aulico, anche se continuarono
a chiamarlo Marte, alla latina.
Come Omero continuarono a pensare che l’unica
cosa buona che potesse fare fosse dimenticar
la guerra per dedicarsi anima e corpo a
Venere… che tra l’altro per
i neoplatonici non è più la
dea del desiderio erotico, ma quella dell’Humanitas,
intesa come premessa dell’armonia
universale.
Ecco l’interpretazione astrologica
di Marsilio Ficino:
"Marte spicca fra i pianeti per
la sua forza, poiché rende gli uomini
più forti, ma Venere lo domina…
Venere, quando è in congiunzione
con Marte, in opposizione a lui e in recezione
o veglia dall’aspetto sestile e trigono,
come noi diciamo, spesso arresta la sua
malignità… essa sembra dominare
e placare Marte, ma Marte non domina mai
Venere…"
Impossibile non pensare al quadro Marte
e Venere, dipinto da Botticelli, per un
matrimonio della famiglia Vespucci: la datazione
oscilla tra il 1478 ed il 1490. E guardando
il capolavoro rinascimentale torna alla
mente il commento di Chaucer:
“Ed essa lo ha soggiogato e come amante
gli ha insegnato la sua lezione… gli
ha infatti proibito del tutto la gelosia,
e la crudeltà, e l’arroganza,
e la tirannia; a suo piacere lo ha reso
così umile e nobile, che quando si
è degnata di posare lo sguardo su
di lui, egli ha accettato con dolcezza di
vivere o morire; e così ella lo guida
a suo modo, semplicemente con un cenno del
volto.”
Sì, c’è qualcosa di
vero nella leggenda che Marte sia figlio
di un fiore: e certo di fronte a lui l’antica
animosità tra Giunone e
Venere si placa, almeno per qualche
tempo… come fra tutte le nuore e suocere
del mondo!
Mary
Falco
21 Aprile 2006
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