
François Boucher (1703-1770)
Diana al bagno (1742), olio su tela
[Louvre]
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Artemide
è la sorella di Apollo: per l’esattezza
la maggiore ed è anche una bimba
prodigio, perché appena nata aiuta
la madre a partorire il fratello, per questo
le Moire la riconoscono patrona delle nascite
e viene ricordata anche come Eileithya,
"colei che soprintende ai parti felici".
Secondo Esiodo, seguito dai più,
la suddetta madre era Leto, a sua volta
figlia dei Titani Ceo e Febe (ma alcune
fonti la vogliono figlia di Demetra) Stando
ad Esiodo, comunque, Leto fu vittima della
gelosia di Era e nessun luogo poteva dirsi
sicuro per far nascere i propri figli. Finalmente
le fu offerto rifugio nell'isola di Ortigia,
al largo di Siracusa, qui nacque la bimba
prodigiosa, ma Apollo venne alla luce soltanto
nove giorni dopo, nell'isola galleggiante
di Delo (la brillante). Nessuno spiega come
le due dee, una bimba ed una donna in travaglio
di parto, arrivassero da Ortigia a Delo;
qualcuno dice che in realtà Ortiga
fosse i nome arcaico di Delo, ma naturalmente
i Siracusani non sono d’accordo. Talvolta
infine Artemide è chiamata anche
Cinzia, secondo la leggenda mitologica che
la vorrebbe nata sulle pendici del monte
Cinzio (o Cinto), nell'isola di Delo…
questa versione ci convince di più.
In ogni caso si trattava d’una bimba
fuori del comune: a tre anni mentre si faceva
coccolare dal padre Zeus, questi improvvisamente
le disse: - Con una figlia come te non avrò
mai nulla a temere dalla collera di Era!
Dimmi che cosa vuoi in dono e l’avrai!
– la piccola non se lo fece ripetere
due volte. Era una Dea e per quanto infante
non era ne’ ingenua ne’ sprovveduta,
tanto che snocciolò immediatamente
una nutrita lista di desideri: l’eterna
verginità, tanti nomi ed appellativi
quanti ne aveva Apollo, arco e frecce come
i suoi, il potere di portar la luce, una
tunica da caccia color zafferano con un
bel bordo rosso che copra appena le ginocchia,
sessanta Oceanine come damigelle d’onore,
venti ninfe dei fiumi provenienti da Amnio
di Creta, da impiegare alternativamente
come guardarobiere o custodi dei cani, tutte
le montagne del mondo e qualche città
a scelta, in cui tanto non sarebbe mai vissuta,
perché preferiva appunto le selve.
Per
nulla impressionato Zeus le accordò
tutto, portò a trenta il numero delle
città sacre e la nominò custode
delle strade e dei porti. Col permesso del
padre dunque la fanciulla si fece costruire
arco e frecce in purissimo argento dai Ciclopi,
che per lei sospesero un lavoro commissionato
da Poseidone, mentre i cani da caccia furono
donati dal dio Pan. La dea catturò
personalmente due cerve cornute, che aggiogò
ad un cocchio d’oro e così
attrezzata prese a girare il mondo. Le nutriva
esclusivamente di trifoglio… come
d’altronde i destrieri di Zeus.
Ma Artemide in realtà è solo
un volto della triplice luna ed il suo arco
d’argento rappresenta appunto la fase
crescente. Il secondo aspetto ricorda più
da vicino Afrodite, mentre il terzo è
quello della Vegliarda, che sola ha il potere
d’assistere i parti e di scagliare
frecce.
Questa sua varietà di attribuzione,
fa risalire la sua origine ai tempi più
antichi, certo pre-ellenici, in cui sulle
sponde del Mediterraneo orientale una unica
divinità, la famosa Dea Bianca, chiaramente
legata alla luna, incarnava tutte le funzioni
delle maternità e della fertilità,
suddivise in seguito tra diverse dee. Come
dea lunare dei tre volti, talvolta quattro
(la facoltà d’assistere i parti
e quella di scagliare frecce mortali possono
sdoppiarsi) ha molta fortuna nell’Europa
Celtica, dove continua ad essere venerata
fino agli inizi dell’era cristiana
e qualcuno dei suoi attributi confluisce
poi nel culto mariano. Nella Ionia il culto
di Artemide combaciava in alcuni punti con
quello della Grande Madre, di cui prende
l'eredità.
A
Creta fin dal XV secolo a.C. veniva venerata
una dea protettrice dei boschi e delle montagne;
ugualmente, a Efeso, fu a lungo praticato
il culto di una similare divinità
i cui connotati conducono però alla
dea frigia Cibele e, contestualmente, alla
dea che in tutto il bacino dell'Egeo rappresentava
la Madre Terra, vale a dire Rea. Il suo
santuario più famoso si trovava nel
porto di Efeso e il suo tempio era così
magnifico da essere annoverato tra le sette
meraviglie del mondo. Qui Artemide era venerata
nel suo secondo aspetto, come dea della
fertilità e la sua immagine efesina
con molte mammelle, risulta molto diversa
dalla sua raffigurazione di vergine cacciatrice.
Delle
sue antiche origini, venne conservato un
rito nel corso del quale i suoi adoratori
si travestivano da orso; la trasformazione
si ritrova in epoca classica nel mito di
Callisto, la ninfa che fu sedotta da Zeus
sotto forma d’Artemide stessa, perché
la poverina, fedele alla Dea, per nulla
al mondo l’avrebbe tradita, ma quando
la sua gravidanza fu manifesta incorse egualmente
nelle ire unite d’Artemide e di Era,
Zeus la trasformò in orsa affinché
potesse partorire l’eroe Arcade, secondo
qualcuno ebbe addirittura due gemelli ed
il secondo era il dio Pan. Questa nascita
tradirebbe l’antichità del
mito, perché in epoca classica invece
il dio Pan è adulto quando Artemide
gli chiede i cani da caccia! In ogni caso
Callisto, come tutte le donne sedotte da
Giove, non sopravvive alla nascita della
prole divina. Subito dopo il parto è
raggiunta dalla freccia vendicatrice e si
trasforma nella costellazione dell’Orsa
Maggiore. Il centro principale di questo
culto era a Braurone è un'antica
località dell'Attica, situata sulla
costa orientale a poca distanza da Maratona;
sull'Acropoli si ergeva un recinto sacro
dedicato ad Artemide Brauronia.
Atteone invece ebbe la ventura di scorgere
la Dea nuda nel bagno, ed essendosene vantato
con gli amici venne trasformato in cervo
e sbranato dai suoi stessi cani.
Dea selvaggia e terribile, dunque, incapace
di perdonare.
Omero la definisce come "Signora delle
bestie selvagge", "Sovrana degli
animali" e "Leone fra le donne".
Ne parla nell'Iliade (libro XXI) in modo
poco glorioso, quando Era, offesa da un
suo scherzo fuori luogo, le ribatte che
finché si limita ad uccidere animali
feroci va bene, ma quando tenta di togliere
potere ai suoi superiori, merita soltanto
una buona lezione. Detto ciò, le
sottrae la faretra e gliela dà sulla
testa. Era, si sa, aveva un caratteraccio,
ma il castigo da bimba attira la nostra
simpatia, che nasconde la crudeltà
con cui tratta Callisto o Atteone, facendoci
quasi pensare che l’errore dei due
fu proprio quello di non aver banalmente
e semplicemente chiesto scusa! In ogni caso
il suo carattere ombroso non le impedì
d’essere molto venerata dalle donne,
in particolare dalle madri di famiglia,
che la onoravano sotto la sua forma originale.
Lo stesso accade a Diana, nella mitologia
romana. Il legame tra le due divinità
è forse da attribuire ai viaggi dei
greci della Focide, portarono il suo culto
a Massilia (oggi Marsiglia), da lì
arrivò a Roma, dove assorbi rapidamente
quello della Diana italica, custode delle
fonti e dei torrenti e protettrice degli
animali selvatici (i porti scompaiono).
In alcune versioni viene indicato il suo
concepimento quale unione tra Giove e Latona
nella piccola isola di Renea. Il suo mito
ricorda una divinità originaria del
Lazio, venerata in tempi primitivi nei boschi
e nei luoghi selvaggi, ma ciò che
mostra meglio il carattere originale di
Diana ed il suo culto italico è il
mito del ramo d'oro, che gli studiosi contemporanei
riconoscono ormai come vischio… e
qui ricompare la matrice celtica del rito.
Il maggiore tempio dedicato a questa dea
si trovava al tempo dell'antica Roma sul
colle dell'Aventino. Sulla sponda orientale
del lago Nemi, presso i Colli Albani, sorgeva
un bosco di querce consacrato a Diana Nemorensis
(Diana dei boschi). Al centro di questo,
un particole albero produceva il vischio.
Se uno schiavo fuggitivo, riusciva ad arrivare
fino a quell'albero strappandone un ramo
"d'oro", aveva il diritto di battersi
col sacerdote della dea. Riuscendo ad ucciderlo,
avrebbe regnato in sua vece col titolo di
re del bosco, rex nemorensis. Il vincitore
non ereditava soltanto il titolo, ma anche
l'attesa di un nuovo pretendente, che a
sua volta strappasse un ramo d'oro per sfidarlo.
Diana
veniva anche chiamata Diana Lucifera (portatrice
di luce), dea della luce. In alcuni contesti
è possibile vedere anche una associazione
della figura di Diana con quella della divinità
lunare Selene, che tra l’altro viene
rappresentata come una giovanetta con una
mezzaluna in fronte, il capo velato e con
una fiaccola accesa in una mano: in molti
riti dei romani, inoltre, Diana venerata
come divinità trina, punto di congiunzione
della Terra e della Luna per personificare
il Cielo, in contrasto ad Ecate, cui era
riservato il Regno dei Morti e che in principio
non possedeva una propria storia, ma era
venerata quale dea della fecondità
in Asia Minore. Esiodo la fa discendere
da Ponto e da Gea e quindi non appartiene
all'Olimpo. Tuttavia Zeus non le si oppone,
anzi, le assegna una parte importante. Divinità
benevola, la sua potenza è al servizio
del benessere umano, facendone la felicità
in campi molto diversi tra loro: la vittoria
in guerra, la prosperità del bestiame,
la ricchezza. Era in grado di viaggiare
liberamente tra il mondo degli uomini, quello
degli Dei ed il regno dei Morti. Spesso
è raffigurata con delle torce in
mano, proprio per questa sua capacità
di accompagnare anche i vivi nel regno dei
morti.
Curiosamente questa dea pressoché
ignorata in Grecia è molto stimata
nella penisola italica: la Sibilla Cumana,
a lei consacrata, ne traeva la capacità
di dare responsi provenienti appunto dagli
spiriti o dagli Dei. Assorbe qui molte delle
prerogative che la Grecia attribuiva ad
Artemide soltanto. È raffigurata
come triplice (giovane, adulta/madre e vecchia),
ed il numero Tre la rappresenta. Era la
Dea degli incantesimi e degli spettri, e
le sue statue venivano poste negli incroci,
a protezione dei viandanti (Ecate Enodia
o Ecate Trioditis). Secondo la versione
siciliana fu proprio lei a sentire le grida
disperate di Persefone, rapita da Ade presso
il Lago di Pergusa, in Sicilia appunto,
e corse ad avvertire Demetra di quanto era
accaduto. Un particolare curioso: Ecate
è bi-sessuata, in quanto possiede
in sé entrambi i principi della generazione,
il maschile e il femminile. Per questo motivo
viene definita la fonte della vita e le
viene attribuito il potere vitale su tutti
gli elementi. Nella vita quotidiana Ecate
divide con la più famosa Diana la
cura dei bambini e dei giovani. Nell'iconografia
viene spesso rappresentata con sembianze
di cane o, accompagnata da cani ululanti
in quanto veniva considerata protettrice
dei cani, anche qui si sottolinea il legame
con Diana; la mitologia celtica riserva
questo ruolo alla dea Nehalennia, Elena
delle strade, che era anche la custode dei
viandanti: era rappresentata con una piccola
nave in mano, un cane ed un cesto di mele
ai piedi.
In ogni caso Diana rappresenta una versione
appesantita dell’Artemide greca. Non
è più la bambina prodigio
che aiuta la mamma, ne’ gioca sulle
ginocchia del padre. Al contrario rappresenta
con solennità l’intangibilità
della natura, che se violata produce la
morte, ma ha anche bisogno d’una pesante
corte di aiutanti per svolgere un ruolo
che in Grecia era quasi un gioco. E non
è un caso che Tiziano, che aveva
rappresentato una tante volte la dolcissima
Venere, conosce solo Diana vendicativa.
Mary
Falco
12 Luglio 2006
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