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Era,
figlia di Crono e Rea,
nacque nell’isola di Samo
o ad Argo e fu nascosta in Arcadia
perché il padre non la divorasse;
le Stagioni furono le sue nutrici.
Crebbe dolce e bellissima, con una pelle
lattea dalle forme perfette, occhi profondi,
capelli di seta. Tutto ciò che vive
in terra le era sacro, ma il suo animale
prediletto era il pavone, simbolo
solare. Originario dell’India attraversò
la Babilonia, la Persia e tutta l’Asia
Minore per approdare a Samo, nel santuario
di Era. Nell’Atene del V sec. a. C.
si pagava un biglietto per ammirarlo. In
tutti i paesi attraversati si distinse per
l’abilità dimostrata come cacciatore
spietato di serpenti, tanto che si riteneva
che proprio assimilandone e trasformandone
il veleno il pavone producesse le caratteristiche
piume cangianti della sua coda. La sua carne,
ritenuta incorruttibile, era somministrata
agli ammalati come medicina.
Era
viveva felice e bellissima in mezzo alla
natura lussureggiante, ma qualcuno aveva
deciso di turbare la sua pace. Zeus,
suo gemello, ucciso il padre, corse da lei
e cominciò a corteggiarla senza successo,
finché non gli venne l’idea
di trasformarsi in un cuculo infreddolito,
che la dea raccolse e scaldò al proprio
seno. Allora riprese le proprie sembianze
la violentò, costringendola così
ad accettare un matrimonio riparatore. Poiché
la Grande dea pre-ellenica venerata a Samo
e ad Argo si chiamava appunto Era, da herwa=protettrice
già Robert Graves vede in questa
violenza il ricordo della conquista di Creta
e della Grecia micenea da parte degli Elleni.
Si racconta che alcuni giunsero a Creta
come fuggiaschi, si arruolarono nella guardia
reale, fecero una congiura di palazzo e
s’impadronirono del regno. La storia
ufficiale ricorda due saccheggi che potrebbero
essere confluiti in questo episodio: nel
1700 a.C. e nel 1400 a. C.; Micene in ogni
caso cadde definitivamente nel 1300 a. C.
Ma potrebbe essere un motivo esclusivamente
mitico: il dio indiano Indra si trasforma
in cuculo per corteggiare una ninfa ritrosa
ed il cuculo è un simbolo di potere
che ritroviamo a Micene.
Resta comunque significativo il fatto che
Zeus non può governare senza di lei:
lo stupro serve solo per farle accettare
un matrimonio che la dea non desidera, ma
che è indispensabile all’equilibrio
del mondo. Il potere celeste del maschio,
ben rappresentato dalla folgore, pur suscitando
il terrore, non può ne’ guarire
ne’ generare e tutto ciò che
riguarda la terra resta dominio indiscusso
della dea. Anzi… delle dee. Forse
perché il suo è in fondo un
matrimonio senza amore, forse solo per imporre
comunque il suo potere, Giove intreccia
una catena ininterrotta di relazioni e questo
da origine ad infinite guerre e rivalità,
non solo tra le donne, ma anche a causa
dei vari mariti, che non sempre accettano
di farsi da parte di fronte al dio…
soprattutto quando sono a propria volta
dei!
Occorre un elemento regolatore… ed
ecco farsi strada una delle più stupefacenti
creature dell’Olimpo: Atena.
Figlia di Zeus e della Titanessa
Meti, che non potendo essere sposata
legalmente, venne inghiottita dall’amante
celeste con la figlia e tutto. Quando giunse
il momento del parto Zeus si recò
in Libia, sulle rive del lago Tritonio,
ed ordinò al fido Efesto d’assestargli
un bel colpo d’ascia sulla testa.
Naturalmente l’altro obbedì
e quale non fu la sua meraviglia vedendo
che dalla ferita balzava una giovane in
armi, che lanciava da sola il grido di cento
guerrieri. La strana giovane si chiamava
Atena, aveva gli occhi chiari e fin dal
primo giorno s’affiancò volenterosa
al padre nel governo del mondo.
Dapprima Era si seccò oltre misura
del fatto, non tanto per la relazione adultera,
quanto per l’usurpazione di quel mistero
del tutto femminile rappresentato dal parto
– Potevi dirmelo – disse –
te l’avrei partorita io! – ma
poi inaspettatamente tra le due donne nacque
profonda e reciproca simpatia. Se Atena,
inutile dirlo, rappresenta la ragione, la
razionalità, tutto ciò che
l’uomo (ma anche la donna!) può
fare quando riesce a far tacere la voce
tirannica dei propri istinti, il campo in
cui questa ragione da i più stabili
e duraturi frutti è proprio la vita
coniugale dell’augusta coppia.
Dalla sua nascita Atena, figlia prediletta
di Zeus, adopera gran parte delle sue energie
per risanare e razionalizzare il suo rapporto
con Era, a cui si affianca con devozione
filiale.
Anche in una delle situazioni più
complicate: la nascita di Eracle.
Zeus s’era infatti innamorato della
regina Alcmena, una donna virtuosa
che non avrebbe mai accettato di tradire
il proprio marito, quindi il dio ne prese
le sembianze. Quando la poveretta si rese
conto d’essere stata ingannata, temendo
la giusta collera di Era, preferì
abbandonare il proprio figlio in un campo
fuori dalle mura di Tebe, in quella che
oggi si chiama “pianura di Eracle”.
Ma per fortuna (qualcuno racconta che s’erano
accordate prima) proprio in quel momento
giunsero nella piana a passeggio Atena ed
Era. – Guarda mia cara – esclamò
la prima prendendolo tra le braccia –
che bimbo eccezionalmente robusto! Sua madre
deve aver perduto il senno per abbandonarlo
così! Suvvia, tu che hai tanto latte,
danne un poco a questa povera creatura!
–
Ma si trattava appunto del piccolo più
forte del mondo! E quando morde la dea ignara,
la poveretta ritrae il seno per il dolore
ed il suo latte immacolato sprizza da tutte
le parti, ecco allora apparire le stelle
in cielo, i gigli in terra… ed anche
Alcmena tremante, a cui Atena affida il
bimbo, raccomandando di averne cura e di
crescerlo bene, secondo la volontà
del grande Zeus, che vuole farne un eroe
e migliorare attraverso di lui il genere
umano.
Era, la dea del cielo e della fecondità
terrestre, sposa e sorella di Zeus, non
poteva infatti essere completamente estromessa
dal progetto del marito, tanto che Ercole
non riuscirà a salire all’Olimpo
finché lei non solo accetterà
la sua esistenza, ma lo adotterà
solennemente. E c’è di più:
il nome greco Eracle in realtà significa
“gloria di Era”. Dunque l’azione
più rimarchevole della dea sarà
accettare il bastardo del marito? A prima
vista l’episodio è gravemente
antifemminista, ma non dimentichiamo che
senza il suo latte, Ercole, per quanto forte,
sarebbe rimasto un mortale fra tanti, nonostante
l’augusto genitore, anzi la sua forza
stesa diventa un difetto quando, accecato
dall’”ybris”, uccide i
suoi stessi amati figli scambiandoli per
mostri.
L’episodio
della turbolenta vita coniugale dell’augusta
coppia è raffigurato un Alla The
National Gallery di Londra da un capolavoro
poco noto del Tintoretto: “L’origine
della Via Lattea” dipinta nel
1580 circa per l’imperatore Rodolfo
II e custodita gelosamente nel castello
di Praga fino all’arrivo delle truppe
svedesi, nel 1648.
Qui il romano Giove approfitta del sonno
di Giunone per attaccarle al seno suo figlio
Ercole, perché solo succhiando dal
petto di Giunone il bimbo può aspirare
all’immortalità. L’epilogo
è lo stesso: il piccolo è
straordinariamente vorace e la dea si sveglia
di soprassalto, parte del latte viene spruzzato
in cielo, dove da origine appunto alla Via
Lattea e parte cade a terra dove crescono
immediatamente dei gigli. E per una strana
coincidenza la parte terrena della leggenda
manca al dipinto originale, che fu danneggiato
e dovette essere ridotto. L’episodio
può essere ricostruito nella sua
interezza soltanto grazie alle copie che
furono realizzate: un disegno anonimo di
proprietà dell’Accademia di
Venezia ed una libera riproduzione di Joris
Hoefnagel, attivo a Praga a partire dal
1590. Comunque è un racconto tardivo,
che i Romani hanno tratto da Diodoro Siculo,
Apollodoro e Teocrito; rappresenta un’elaborazione
del mito greco.
Giunone
assomigliava a Era?
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La Via Lactea di
Rubens |
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