MITOLOGIA

ERA, il pavone e la Via Lattea


di Mary Falco


La toeletta di Giunone
di Andrea Appiani, pittore neoclassico (1754 -1817)

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Giunone assomigliava ad Era?

Rispetto alla figura greca guadagna autorità e dolcezza. Non più la dea corrucciata per le infedeltà del marito, ma la fortunata regina d’una terra ubertosa.
L’Italia s’affaccia alla storia come una specie di paradiso terrestre, terra promessa per i Greci, che collocano alla foce del Po’ il mitico giardino delle Esperidi, ma anche meta ambita dai Celti e dai Germani, che scendono le Alpi alla ricerca dell’avventura e finiscono per diventare appassionati estimatori dei prodotti mediterranei. Olio d’oliva, vino di grado, ferro ed ambra, denti di tricheco spacciati per avorio purissimo percorrono chilometri e chilometri a dorso di mulo o stipati nelle stive delle navi. Una civiltà nuova, quella etrusca, si incarica di far da perno al commercio. Le dee etrusche sono più dolci delle sorelle greche, introducendo anche a Roma la stessa visione bonaria: Ercole sarà praticamente adottato da Giunone, attraverso il famoso espediente del latte da cui scaturiranno i gigli e le stelle della Via Lattea, mentre Ippolito, lo sfortunato giovane calunniato dalla matrigna e condannato a morte nella tragedia greca, trova seconda vita nelle selve del Lazio dove, col nome di Virbio, sposerà la ninfa Aricia.

Un esempio della nuova organizzazione civile rappresentato dall’impianto urbano del V sec. a. C. rinvenuto nei pressi di Marzabotto, in provincia di Bologna, alto 130 m. sull’Appennino. La città intera sorgeva su una terrazza alluvionale affacciata sul Reno, nasce evidentemente come un'emanazione della cittadella sacra, che la sovrasta da un'altura sopraelevata di una dozzina di metri. Qui avevano sede gli dei, ospitati almeno in tre templi, cui corrispondevano le tre porte della città, orientate a sud, est ed ovest: Tinia-Giove, sovrano del Cielo e dio della folgore, alla sua destra la sposa Uni-Giunone, che accentrava nel suo tempio tutte le attività femminili, dall’assistenza al parto alla prostituzione sacra. Alla sinistra del dio troviamo invece l’amata figlia Minerva, protettrice di tutte le arti maschili e femminili esercitate all’interno della città stessa e garante della buona armonia della coppia regale. Alle spalle degli edifici sacri sorgeva una piccola struttura: “l'auguraculum" cioè un osservatorio da cui era possibile guardare le stelle ed il volo degli uccelli. Per questo forse gli Etruschi introdussero il suo culto nel mondo latino proprio nella forma della triade: Giove, Giunone e Minerva, venerati insieme, nello stesso tempio. La leggenda dice per volontà di Numa, il secondo re di Roma. Gli scettici dicono che fu una manovra per neutralizzare il culto a Marte ed a Quirino e potenziare quello di Giove, affiancandogli due donne e quindi due divinità meno importanti per la maggior parte dei latini.

Alla foce del Sele invece si venera ancora la dea col nome di Era, ma anche qui il clima mite ispira un diverso tenore alla devozione: uno splendido giardino sacro in cui si coltivano con successo tutte le specie allora conosciute introduce in un tempio stipato di tavolette votive per ricordare le innumerevoli grazie ricevute. Naturalmente il fiore più coltivato è il giglio sacro.
Tra le 80 specie presenti in natura, quasi tutte commestibili (sono gigliacee la cipolla, l’aglio e lo zafferano) il “lilium candidum” originario della Persia, deve la sua fama non solo al famoso color latte ed al soave profumo, ma soprattutto alla sua eccezionale rusticità: cresce bene anche nel terreno pesante e calcareo e può raggiungere un altezza di m. 1,80!

Coltivare i giardini per la Dea è comunque un’idea che piace molto in Italia; Roma porta il culto direttamente nei giardini domestici, situati all'interno alla casa: si piantava un grande alloro, probabilmente in onore d'Apollo, numerosi gigli, sacri a Giunone, un roseto, papaveri, legati a Venere perché davano l'oblio, fiordalisi e naturalmente una siepe di mirto, che Dioniso, nell'oltretomba, aveva usato per riscattare la propria madre e da allora s'era guadagnata la "patente" di fiore matrimoniale, conservata tenacemente fino a tutto il rinascimento, e poi menta, rosmarino ed ortaggi vari, mantenuti vivi tutt’inverno grazie ad una sapiente irrigazione ed alla felice idea di richiudere lo spazio coltivato al centro della casa, in modo che le mura lo difendano dal freddo. I fiori servivano principalmente per le ghirlande nelle cerimonie sacre, ma se ne faceva grande uso anche in cucina ed in farmacia. La coltivazione del papavero, da cui si ricavava un sonnifero più blando dell'oppio, era così diffusa che in Grecia l'espressione "orto del papavero" designava un orticello di piccole dimensioni. Si fabbricavano poi unguenti, deodoranti e talchi in casa, soprattutto coi petali di rosa. Ma i fiori non bastano! Alla dea era sacro il pavone ed i Romani furono i primi a farne un animale domestico, che veniva allevato e si riproduceva in cattività.

Si riteneva che in mezzo a questa natura addomesticata vivessero durante il giorno i "lares familiae" cioè le divinità tutelari della casa, che uscivano in giardino alle prime luci dell'alba e rientravano nelle loro statue al tramonto. Per questo si popolavano di statue i giardini, dove si celebravano i sacrifici domestici. Anche i bambini morti prematuramente venivano inumati sotto la casa, restando in certo qual modo sotto la tutela della famiglia.

I poeti ricordavano con nostalgia i tempi in cui Dei e Ninfe dei boschi si mostravano con grande facilità ai mortali:

“...Giunone, dal colle che ora dicono Albano
(allora né nome, né fama aveva, né culto),
guardava il campo, guardava entrambe le schiere
dei Laurenti e dei Teucri e la città di Latino.
E parlò d’improvviso alla sorella di Turno,
dea a dea, ché sui laghi e le correnti sonore
ella regna (tal sacro onore il sovrano del cielo
in cambio della rapita verginità le donava)”

canta Virgilio nell’Eneide Lib. XII vv. 234-141

Il rapporto con gli dei è ricostruito appunto attraverso un’immersione nel tempo sacro atta a vivificare anche quello profano, scandito attentamente.
L’attenzione dei romani per il calendario, l’attenta divisione tra giorni fasti e nefasti, derivata dagli Etruschi, ha una tal portata culturale che duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad imporre un ritmo diverso e nemmeno a cambiare il nome dei giorni della settimana, dedicati ancora tutti agli antichi dei.
Se gli inizi sono sacri a Giano le calende lo sono a Giunone… ed eccola associata a lui nelle feste del nuovo anno, col velo nero della madre di tutti gli inizi che ricorda Iside. Ma il vero trionfo della dea è il mese di giugno, che i romani consacravano ai matrimoni, appunto in suo onore. Gran parte della sua funzione di protettrice della casa e della famiglia si trasmetterà, nel cristianesimo, alla Vergine Maria.
Il cristianesimo primitivo inserisce il giardino sacro all’interno dei conventi: gigli e rose salgono sugli altari, mentre il pavone appare talvolta nella grotta di Betlemme e nella scena dell’Annunciazione. Ali di pavone erano spesso dipinte ai Cherubini. Infine due pavoni che bevono allo stesso calice è un simbolo di rinascita spirituale ereditato anche dal mondo arabo. Ma il giglio fa maggior carriera, perché allude alla purezza e al candore e quindi diventa un attributo della Madonna. Come simbolo di purezza viene offerto da Gesù bambino ai santi, mentre nelle rappresentazioni delle virtù il giglio compare sempre in mano alla Pudicizia, insieme all'abito bianco e al volto coperto. Infine lo ritroviamo come emblema araldico sia della città di Firenze che dei reali di Francia.. Il giglio è simbolo di Firenze fin dal XII secolo. La prima insegna della città fu un giglio bianco su fondo rosso, proprio perché in botanica l’Iris Fiorentina è una pianta dai fiori bianchi. Firenze adottò, invece, l’attuale stemma con il giglio rosso su fondo bianco nel 1251, quando lo scontro tra le due fazioni cittadine, i Guelfi e i Ghibellini, vide la vittoria dei primi, che per distinguersi dagli sconfitti ne invertirono i colori.

Mary Falco
6 Giugno 2006

prima parte

 

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