Poseidone
è incontestabilmente il dio del mare,
rappresentato a fior d’acqua ed armato
d’un vistoso tridente. Gli sono sacri
e i tori ed i cavalli, i due animali più
significativi dell’antichità,
attraverso i quali il suo potere s’estende
al mondo agricolo e guerriero.
A dispetto di tanta imponenza non è
una divinità spaventosa o malefica:
spesso s’infuria, verissimo, provocando
proverbiali tempeste, ma altrettanto rapidamente
si placa; ha giurato odio eterno a Troia,
che non ha retribuito convenientemente la
costruzione delle mura ed ostacola fin che
può il ritorno in patria di
Ulisse…
ma per sua mano periscono solo figure minori.
Il cavallo di legno che porta la città
alla perdizione viene facilmente scambiato
per un idolo in suo onore, ma certamente
non è una mossa suggerita dal dio,
perché il suo potere sfugge o quasi
il confronto con gli altri, soprattutto
per quanto riguarda la sfera umana.
Per avere la città di Atene fa scaturire
una sorgente salata nel bel mezzo dell’Acropoli,
ma quando la maggioranza degli dei decide
che è molto più utile l’ulivo
piantato da
Atena, assegnando
la città alla dea, si limita ad in
inondare la piana di Eleusi… che in
fondo è casa sua.
Il legame con la terra è incontestabilmente
radicato nel suo nome, che i più
fanno derivare da Poteidan, ossia marito
di Da sinonimo di "
Gea",
la terra. In epoca classica Gea, più
nota come
Gaia, e
Demetra,
sono due divinità ben distinte: la
prima è la terra concepita come elemento
cosmogonico, l’altra una divinità
della seconda generazione, figlia di
Crono
e di
Era; Poseidone però
genererà figli con entrambe.
In origine è marito di
Demetra,
la sventurata e coraggiosa madre di
Persefone.
Non è sicuro tuttavia che la fanciulla
sia sua figlia, perché una curiosa
leggenda proibisce di pronunciare il nome
della bimba che Demetra gli ha partorito
e dunque potrebbe essere un’altra.
In ogni caso Poseidone, inutile dirlo, è
incurante ed assente nella centrale vicenda
del rapimento, tanto che in età classica
verrà sostituito da Zeus. A Rodi
gli si attribuisce anche la paternità
di
Rodo, una divinità
minore figlio o figlia (le testimonianze
si fanno incerte) di
Afrodite,
con la quale ha un rapporto particolarissimo,
troppo passionale per essere fraterno, troppo
libero per definirsi coniugale.
Non dimentichiamo che in greco “rodon”
è radice di rosa, il fiore per eccellenza,
nato con la dea dalla spuma del mare. Il
mito è antichissimo e trasparente.
Nell’Odissea quando
Vulcano
sorprende la moglie con Ares è inaspettatamente
Poseidone a parlare col marito furente,
convincendolo a liberarla. Perché?
Evidentemente si ritiene in qualche modo
legato alla dea nata dalle acque…
ed anche in conflitto con le leggi che il
più potente fratello Zeus ha imposto
alla vita di coppia! Ma la cosa più
importante è che per quanto possa
essere in contrasto con gli altri dei, ritiene
sempre che non valga la pena di fare una
guerra fratricida. In tutte le vicende che
lo riguardano s’intuisce un’antica
grandezza come dio incontrastato del mare,
marito della terra ed amante della dea stessa
dell’amore, che a fatica s’adatta
alla supremazia dell’Olimpo, ma allo
stesso tempo non vuole contestarla e si
ritira volentieri a vita privata.

In fondo il suo comportamento non è
altro che la traduzione del moto ondoso
del mare, come se ereditasse qualcosa dalle
divinità cosmogoniche che hanno preceduto
la sua generazione. Secondo una versione
più tarda fu allevato dai Telchini
di Rodi e si unì allo loro sorella
Alia, che gli dette sei maschi e forse una
femmina (secondo qualche commentatore anche
la piccola Rodo era loro), ma Afrodite,
forse gelosa del suo antico amante, li fece
impazzire, inducendoli ad attentare alla
propria madre, per cui Poseidone li precipitò
vivi nei visceri della terra con un colpo
di tridente, non tanto per punirli, quanto
per nasconderli da Zeus, che li avrebbe
fulminati, ma la povera Alia non superò
la perdita e si gettò in mare, dove
si trasformò in una divinità
minore,
Leucotea.
Poseidone sposò allora
Anfitrite;
la leggenda narra che l'amasse da tempo
ma che la Nereide gli si negasse per timidezza,
nascondendosi nelle acque dell'Oceano, oltre
le colonne di Ercole. Fu infine ritrovata
dai delfini, che gliela riportarono.
Curiosamente Anfitrite è in età
classica la sua unica sposa legittima…
e sterile!
Gli si attribuiscono pertanto molte altre
storie, con relative paternità extramatrimoniali.
Una delle sue figlie,
Lamia,
fu amata da Zeus e mise al mondo la Sibilla
Libica, la prima delle
famose profetesse rivelatrici degli oracoli
di Apollo. Da Gaia nascono molti figli,
di cui la storia si occupa solo in misura
marginale, perché sono dei mostri,
come per esempio l'aggressivo gigante
Anteo,
che costringeva tutti coloro che attraversavano
la sua terra - la Libia o il Marocco - a
lottare con lui. Dopo averli vinti e uccisi,
con i loro crani ornava il tempio dedicato
appunto al padre. Era invulnerabile finché
toccava con i piedi la madre terra che gli
infondeva rinnovato vigore, ma Eracle, durante
il suo passaggio in Libia, riuscì
ad averne la meglio, sollevandolo sulle
spalle. Anche
Cariddi,
secondo alcuni mitografi, era figlia di
Poseidone e di Gea, durante la sua vita
umana aveva mostrato una grande voracità
e, quando
Eracle attraversò
la sua terra con i buoi di Gerione, Cariddi
ne divorò alcuni. Per castigo Zeus
la precipitò in mare con un fulmine
ed ella divenne il terribile mostro.
Da una naiade ebbe
Glauco
che, per aver mangiato un'erba prodigiosa,
divenne un'immortale divinità marina;
dalla ninfa
Toosa ebbe
il ciclope Polifemo e Forco, che generò
le Gòrgoni, le Graie, il drago Ladone
e Scilla. Nacque come comune mortale ma,
sconfitto in duello da Atlante, si gettò
in mare e fu trasformato in dio, rappresentando
la furia delle acque.

Da
Medusa ebbe Pegaso, il
cavallo alato e Crisaore; con
Melanto
si unì sotto forma di delfino, da
cui il nome Delfo del figlio; e suoi figli
sembrano essere anche i Lestrigoni, giganti
antropofagi che attaccarono le navi di Ulisse,
quindi collocati tra il Lazio e la Campania;
forse anche Briareo, gigante dalle cento
braccia, detto dagli umani Aigaion, cioè
Egeone, che partecipò come alleato
degli Olimpici alla lotta contro i Titani.
Da
Lisianassa Poseidone
ebbe Busiride, che figura nella leggenda
come re d'Egitto, posto sul trono da Osiride
quando questi intraprese il viaggio intorno
alla terra. Tuttavia il suo nome non compare
nelle dinastie faraoniche e potrebbe essere
una deformazione di "Osiride".
Era un tiranno crudele, colpevole di molti
misfatti, al quale l'indovino cipriota Frasio
aveva vaticinato che solo il sacrificio
di un forestiero, una volta l'anno, avrebbe
allontanato la carestia che si era abbattuta
sull'Egitto. Il vate fu quindi la prima
vittima e lo stesso Eracle, transitando
per il Paese, fu catturato e destinato al
sacrificio, ma riuscì a sciogliersi
dai vincoli e a riacquistare la libertà,
dopo aver ucciso Busiride e tutti i sacerdoti.
Secondo una leggenda anche
Acheloo,
dio del fiume omonimo, oggi Aspropotamo,
era figlio di Poseidone e non di Oceano,
come tutti gli altri corsi d’acqua.
Come dio-fiume aveva il potere di assumere
qualunque forma e quindi si trasformò
in serpente e poi in toro per combattere
Eracle quando questi chiese in moglie
Deianira,
che si era già impegnata con lui.
Nella lotta che ne seguì, Eracle
gli strappò un corno e Acheloo si
dichiarò vinto; rinunciò a
Deianira e donò al rivale il proprio
corno, o forse quello della capra Amaltea,
già nutrice di Zeus, che, consacrato
a Copia, dea dell'abbondanza (cornu copiae),
acquistò il potere di elargire fiori
e frutti in quantità. Mutilato e
sconfitto, Acheloo si gettò nel fiume,
che prese il suo nome.
Figli di Poseidone sono anche Alebione e
Dercino, che vivevano in Liguria: quando
Eracle attraversò la loro terra con
i buoi di Gerione, i due cercarono di sottrarglieli
ma egli li uccise. Anche il cavallo alato
Arione sarebbe suo figlio, sebbene i mitografi
discordino sulle sue origini: chi lo dice
nato da una delle Erinni, chi da Demetra,
chi da Zefiro e da un'Arpia, chi racconta
che Poseidone lo fece emergere dai visceri
della terra, percossa dal suo tridente.
Da
Eurite Poseidone ebbe
il figlio Alirrozio, protagonista di due
diverse versioni del mito: secondo la prima,
tentò di usare violenza ad Alcippe
figlia del dio Ares, che quindi lo uccise;
secondo l'altra, Alirrozio si adirò
perché l'Attica era stata destinata
ad Atena anziché al padre Poseidone
e, per rappresaglia, cercò di recidere
l'ulivo che la dea aveva donato a quella
regione; ma l'ascia gli cadde dalle mani
e gli tagliò la testa.
Da
Ifimedia, figlia di
Triope, ebbe i giganti Oto ed Efialte, detti
Aloadi, che crescevano in modo smisurato:
quando raggiunsero l'altezza di quasi venti
metri decisero di assaltare l'Olimpo e dare
battaglia agli dei, manifestando l'intenzione
di prosciugare il mare, riempiendolo di
massi, e di allagare la terra. Suscitarono
quindi le ire divine e, secondo una versione,
furono fulminati da Zeus; secondo un'altra,
furono uccisi con l'inganno da Artemide,
che assunse le forme di una cerbiatta e
si slanciò tra i due, che si trafissero
a vicenda nella fretta di colpirla. Amò
anche
Alope figlia di Cercione,
contro il volere del padre di lei, ed ebbe
un figlio che fu abbandonato dalla nutrice
nella foresta. Poseidone mandò una
giumenta, animale a lui sacro, per allattare
il bambino che, dopo diverse disavventure,
fu allevato da un pastore e chiamato Ippotoo,
poi capostipite della tribù degli
Ippotoontidi. Purtroppo non riuscì
a salvare Alope, che fu condannata a morte
da Cercione e non gli rimase che trasformarla
in fonte.
Altri figli di Poseidone, avuti da
Tiro,
sono i gemelli Neleo e Pelia; abbandonati
alla nascita dalla madre, furono nutriti
dalla giumenta inviata da Poseidone, cui
l'animale era consacrato. Secondo una leggenda,
Pelia fu colpito da un calcio della giumenta
che gli deturpò il volto, da cui
il suo nome, derivato dal greco pelion,
cioè "livido". Diventati
adulti, i due gemelli ritrovarono la madre,
soggetta alle angherie della propria matrigna
Sidero; Pelia uccise quest'ultima, nonostante
ella si fosse rifugiata nel tempio di Era,
e tale sacrilegio fu la causa della sua
morte, dopo una vita lunga e densa di fatti
e misfatti.
Infine dalla ninfa
Satiria,
figlia di Minosse, re di Creta, ebbe Taranto,
eponimo della città omonima, mentre
il nome di lei fu dato al locale Capo Satirione.
Così si giustifica la tradizione
che attribuisce origini cretesi alla città
di Taranto.
Che cosa sta a significare questa vastissima
genealogia?
Certamente che Poseidone è strettamente
legato al concetto di fecondità,
ma anche di pericolosità che da sempre
è collegato al mare. Così
facendone un dio potente ed in fondo generoso,
bisogna pur attribuire a qualcuno la responsabilità
dei danni e delle tempeste… ed ecco
quest’abbondanza di figli mostruosi
e bastardi, il grande incubo della polis
greca, che si prestano bene a rappresentare
il male in tutte le sue forme.
Tuttavia i miti sono complessi e chi li
sconfigge più spesso è proprio
un altro bastardo: Eracle, che tuttavia
Zeus genera con una regina. Grazie alle
sue origini umane, al latte di Era, che
finirà addirittura per adottarlo
e soprattutto alla propria forza prodigiosa,
educata dai consigli di Atena, l’eroe
riuscirà a far trionfare la giustizia
e la pace.
Così la nuova morale civica, ispirata
ad una corretta convivenza, prende lentamente
il sopravvento sulla vita selvaggia d’un
tempo, senza che Zeus e Poseidone giungano
mai ad un conflitto diretto. Ma com’è
più generoso il dio del mare con
i suoi sventurati figli e con le sue innumerevoli
compagne!
Quando dalla Grecia giungiamo a Roma ci
aspetta una sorpresa: Nettuno non è
soltanto il dio del mare, ma di tutte le
acque, soprattutto quando scorrono segretamente
nelle profondità della terra, tornando
in certo qual modo alla pienezza dell’originale
legame tellurico. Il nome è di origine
indoeuropea, tanto che ritroviamo l’irlandese
Nechtan, il padre del pozzo originario da
cui derivano tutti i fiumi e torrenti.
A differenza di Poseidone, che vive solo
nella leggenda, Nettuno è ritenuto
ancora attivo in epoca storica e tanto Plutarco
che Tito Livio narrano che nel IV sec. a.
C. il lago d’Albano straripò
a causa della collera del dio, nonostante
si fosse in un periodo di grande siccità.
La sua festa si celebrava il 23 di luglio,
che coincideva con l’inizio della
canicola. E poco dopo, il 12 agosto, era
ricordato il suo antagonista, Ercole! Ma
la storia romana non ricorda figli mostruosi
uccisi dall’eroe; probabilmente la
venerazione tributata alla Sibilla cumana
manteneva un equilibrio con la madre terra…
e soprattutto con le acque che la fecondavano!