MITOLOGIA
POSEIDONE

Com'è profondo il mare!

di Mary Falco


Poseidone è incontestabilmente il dio del mare, rappresentato a fior d’acqua ed armato d’un vistoso tridente. Gli sono sacri e i tori ed i cavalli, i due animali più significativi dell’antichità, attraverso i quali il suo potere s’estende al mondo agricolo e guerriero.
A dispetto di tanta imponenza non è una divinità spaventosa o malefica: spesso s’infuria, verissimo, provocando proverbiali tempeste, ma altrettanto rapidamente si placa; ha giurato odio eterno a Troia, che non ha retribuito convenientemente la costruzione delle mura ed ostacola fin che può il ritorno in patria di Ulisse… ma per sua mano periscono solo figure minori. Il cavallo di legno che porta la città alla perdizione viene facilmente scambiato per un idolo in suo onore, ma certamente non è una mossa suggerita dal dio, perché il suo potere sfugge o quasi il confronto con gli altri, soprattutto per quanto riguarda la sfera umana.
Per avere la città di Atene fa scaturire una sorgente salata nel bel mezzo dell’Acropoli, ma quando la maggioranza degli dei decide che è molto più utile l’ulivo piantato da Atena, assegnando la città alla dea, si limita ad in inondare la piana di Eleusi… che in fondo è casa sua.

Il legame con la terra è incontestabilmente radicato nel suo nome, che i più fanno derivare da Poteidan, ossia marito di Da sinonimo di "Gea", la terra. In epoca classica Gea, più nota come Gaia, e Demetra, sono due divinità ben distinte: la prima è la terra concepita come elemento cosmogonico, l’altra una divinità della seconda generazione, figlia di Crono e di Era; Poseidone però genererà figli con entrambe.
In origine è marito di Demetra, la sventurata e coraggiosa madre di Persefone.
Non è sicuro tuttavia che la fanciulla sia sua figlia, perché una curiosa leggenda proibisce di pronunciare il nome della bimba che Demetra gli ha partorito e dunque potrebbe essere un’altra.
In ogni caso Poseidone, inutile dirlo, è incurante ed assente nella centrale vicenda del rapimento, tanto che in età classica verrà sostituito da Zeus. A Rodi gli si attribuisce anche la paternità di Rodo, una divinità minore figlio o figlia (le testimonianze si fanno incerte) di Afrodite, con la quale ha un rapporto particolarissimo, troppo passionale per essere fraterno, troppo libero per definirsi coniugale.
Non dimentichiamo che in greco “rodon” è radice di rosa, il fiore per eccellenza, nato con la dea dalla spuma del mare. Il mito è antichissimo e trasparente. Nell’Odissea quando Vulcano sorprende la moglie con Ares è inaspettatamente Poseidone a parlare col marito furente, convincendolo a liberarla. Perché? Evidentemente si ritiene in qualche modo legato alla dea nata dalle acque… ed anche in conflitto con le leggi che il più potente fratello Zeus ha imposto alla vita di coppia! Ma la cosa più importante è che per quanto possa essere in contrasto con gli altri dei, ritiene sempre che non valga la pena di fare una guerra fratricida. In tutte le vicende che lo riguardano s’intuisce un’antica grandezza come dio incontrastato del mare, marito della terra ed amante della dea stessa dell’amore, che a fatica s’adatta alla supremazia dell’Olimpo, ma allo stesso tempo non vuole contestarla e si ritira volentieri a vita privata.

In fondo il suo comportamento non è altro che la traduzione del moto ondoso del mare, come se ereditasse qualcosa dalle divinità cosmogoniche che hanno preceduto la sua generazione. Secondo una versione più tarda fu allevato dai Telchini di Rodi e si unì allo loro sorella Alia, che gli dette sei maschi e forse una femmina (secondo qualche commentatore anche la piccola Rodo era loro), ma Afrodite, forse gelosa del suo antico amante, li fece impazzire, inducendoli ad attentare alla propria madre, per cui Poseidone li precipitò vivi nei visceri della terra con un colpo di tridente, non tanto per punirli, quanto per nasconderli da Zeus, che li avrebbe fulminati, ma la povera Alia non superò la perdita e si gettò in mare, dove si trasformò in una divinità minore, Leucotea.
Poseidone sposò allora Anfitrite; la leggenda narra che l'amasse da tempo ma che la Nereide gli si negasse per timidezza, nascondendosi nelle acque dell'Oceano, oltre le colonne di Ercole. Fu infine ritrovata dai delfini, che gliela riportarono.
Curiosamente Anfitrite è in età classica la sua unica sposa legittima… e sterile!
Gli si attribuiscono pertanto molte altre storie, con relative paternità extramatrimoniali. Una delle sue figlie, Lamia, fu amata da Zeus e mise al mondo la Sibilla Libica, la prima delle famose profetesse rivelatrici degli oracoli di Apollo. Da Gaia nascono molti figli, di cui la storia si occupa solo in misura marginale, perché sono dei mostri, come per esempio l'aggressivo gigante Anteo, che costringeva tutti coloro che attraversavano la sua terra - la Libia o il Marocco - a lottare con lui. Dopo averli vinti e uccisi, con i loro crani ornava il tempio dedicato appunto al padre. Era invulnerabile finché toccava con i piedi la madre terra che gli infondeva rinnovato vigore, ma Eracle, durante il suo passaggio in Libia, riuscì ad averne la meglio, sollevandolo sulle spalle. Anche Cariddi, secondo alcuni mitografi, era figlia di Poseidone e di Gea, durante la sua vita umana aveva mostrato una grande voracità e, quando Eracle attraversò la sua terra con i buoi di Gerione, Cariddi ne divorò alcuni. Per castigo Zeus la precipitò in mare con un fulmine ed ella divenne il terribile mostro.
Da una naiade ebbe Glauco che, per aver mangiato un'erba prodigiosa, divenne un'immortale divinità marina; dalla ninfa Toosa ebbe il ciclope Polifemo e Forco, che generò le Gòrgoni, le Graie, il drago Ladone e Scilla. Nacque come comune mortale ma, sconfitto in duello da Atlante, si gettò in mare e fu trasformato in dio, rappresentando la furia delle acque.
Da Medusa ebbe Pegaso, il cavallo alato e Crisaore; con Melanto si unì sotto forma di delfino, da cui il nome Delfo del figlio; e suoi figli sembrano essere anche i Lestrigoni, giganti antropofagi che attaccarono le navi di Ulisse, quindi collocati tra il Lazio e la Campania; forse anche Briareo, gigante dalle cento braccia, detto dagli umani Aigaion, cioè Egeone, che partecipò come alleato degli Olimpici alla lotta contro i Titani. Da Lisianassa Poseidone ebbe Busiride, che figura nella leggenda come re d'Egitto, posto sul trono da Osiride quando questi intraprese il viaggio intorno alla terra. Tuttavia il suo nome non compare nelle dinastie faraoniche e potrebbe essere una deformazione di "Osiride". Era un tiranno crudele, colpevole di molti misfatti, al quale l'indovino cipriota Frasio aveva vaticinato che solo il sacrificio di un forestiero, una volta l'anno, avrebbe allontanato la carestia che si era abbattuta sull'Egitto. Il vate fu quindi la prima vittima e lo stesso Eracle, transitando per il Paese, fu catturato e destinato al sacrificio, ma riuscì a sciogliersi dai vincoli e a riacquistare la libertà, dopo aver ucciso Busiride e tutti i sacerdoti.
Secondo una leggenda anche Acheloo, dio del fiume omonimo, oggi Aspropotamo, era figlio di Poseidone e non di Oceano, come tutti gli altri corsi d’acqua. Come dio-fiume aveva il potere di assumere qualunque forma e quindi si trasformò in serpente e poi in toro per combattere Eracle quando questi chiese in moglie Deianira, che si era già impegnata con lui. Nella lotta che ne seguì, Eracle gli strappò un corno e Acheloo si dichiarò vinto; rinunciò a Deianira e donò al rivale il proprio corno, o forse quello della capra Amaltea, già nutrice di Zeus, che, consacrato a Copia, dea dell'abbondanza (cornu copiae), acquistò il potere di elargire fiori e frutti in quantità. Mutilato e sconfitto, Acheloo si gettò nel fiume, che prese il suo nome.
Figli di Poseidone sono anche Alebione e Dercino, che vivevano in Liguria: quando Eracle attraversò la loro terra con i buoi di Gerione, i due cercarono di sottrarglieli ma egli li uccise. Anche il cavallo alato Arione sarebbe suo figlio, sebbene i mitografi discordino sulle sue origini: chi lo dice nato da una delle Erinni, chi da Demetra, chi da Zefiro e da un'Arpia, chi racconta che Poseidone lo fece emergere dai visceri della terra, percossa dal suo tridente.
Da Eurite Poseidone ebbe il figlio Alirrozio, protagonista di due diverse versioni del mito: secondo la prima, tentò di usare violenza ad Alcippe figlia del dio Ares, che quindi lo uccise; secondo l'altra, Alirrozio si adirò perché l'Attica era stata destinata ad Atena anziché al padre Poseidone e, per rappresaglia, cercò di recidere l'ulivo che la dea aveva donato a quella regione; ma l'ascia gli cadde dalle mani e gli tagliò la testa.
Da Ifimedia, figlia di Triope, ebbe i giganti Oto ed Efialte, detti Aloadi, che crescevano in modo smisurato: quando raggiunsero l'altezza di quasi venti metri decisero di assaltare l'Olimpo e dare battaglia agli dei, manifestando l'intenzione di prosciugare il mare, riempiendolo di massi, e di allagare la terra. Suscitarono quindi le ire divine e, secondo una versione, furono fulminati da Zeus; secondo un'altra, furono uccisi con l'inganno da Artemide, che assunse le forme di una cerbiatta e si slanciò tra i due, che si trafissero a vicenda nella fretta di colpirla. Amò anche Alope figlia di Cercione, contro il volere del padre di lei, ed ebbe un figlio che fu abbandonato dalla nutrice nella foresta. Poseidone mandò una giumenta, animale a lui sacro, per allattare il bambino che, dopo diverse disavventure, fu allevato da un pastore e chiamato Ippotoo, poi capostipite della tribù degli Ippotoontidi. Purtroppo non riuscì a salvare Alope, che fu condannata a morte da Cercione e non gli rimase che trasformarla in fonte.
Altri figli di Poseidone, avuti da Tiro, sono i gemelli Neleo e Pelia; abbandonati alla nascita dalla madre, furono nutriti dalla giumenta inviata da Poseidone, cui l'animale era consacrato. Secondo una leggenda, Pelia fu colpito da un calcio della giumenta che gli deturpò il volto, da cui il suo nome, derivato dal greco pelion, cioè "livido". Diventati adulti, i due gemelli ritrovarono la madre, soggetta alle angherie della propria matrigna Sidero; Pelia uccise quest'ultima, nonostante ella si fosse rifugiata nel tempio di Era, e tale sacrilegio fu la causa della sua morte, dopo una vita lunga e densa di fatti e misfatti.
Infine dalla ninfa Satiria, figlia di Minosse, re di Creta, ebbe Taranto, eponimo della città omonima, mentre il nome di lei fu dato al locale Capo Satirione. Così si giustifica la tradizione che attribuisce origini cretesi alla città di Taranto.
Che cosa sta a significare questa vastissima genealogia?
Certamente che Poseidone è strettamente legato al concetto di fecondità, ma anche di pericolosità che da sempre è collegato al mare. Così facendone un dio potente ed in fondo generoso, bisogna pur attribuire a qualcuno la responsabilità dei danni e delle tempeste… ed ecco quest’abbondanza di figli mostruosi e bastardi, il grande incubo della polis greca, che si prestano bene a rappresentare il male in tutte le sue forme.
Tuttavia i miti sono complessi e chi li sconfigge più spesso è proprio un altro bastardo: Eracle, che tuttavia Zeus genera con una regina. Grazie alle sue origini umane, al latte di Era, che finirà addirittura per adottarlo e soprattutto alla propria forza prodigiosa, educata dai consigli di Atena, l’eroe riuscirà a far trionfare la giustizia e la pace.
Così la nuova morale civica, ispirata ad una corretta convivenza, prende lentamente il sopravvento sulla vita selvaggia d’un tempo, senza che Zeus e Poseidone giungano mai ad un conflitto diretto. Ma com’è più generoso il dio del mare con i suoi sventurati figli e con le sue innumerevoli compagne!
Quando dalla Grecia giungiamo a Roma ci aspetta una sorpresa: Nettuno non è soltanto il dio del mare, ma di tutte le acque, soprattutto quando scorrono segretamente nelle profondità della terra, tornando in certo qual modo alla pienezza dell’originale legame tellurico. Il nome è di origine indoeuropea, tanto che ritroviamo l’irlandese Nechtan, il padre del pozzo originario da cui derivano tutti i fiumi e torrenti.
A differenza di Poseidone, che vive solo nella leggenda, Nettuno è ritenuto ancora attivo in epoca storica e tanto Plutarco che Tito Livio narrano che nel IV sec. a. C. il lago d’Albano straripò a causa della collera del dio, nonostante si fosse in un periodo di grande siccità.
La sua festa si celebrava il 23 di luglio, che coincideva con l’inizio della canicola. E poco dopo, il 12 agosto, era ricordato il suo antagonista, Ercole! Ma la storia romana non ricorda figli mostruosi uccisi dall’eroe; probabilmente la venerazione tributata alla Sibilla cumana manteneva un equilibrio con la madre terra… e soprattutto con le acque che la fecondavano!

Mary Falco
15 Dicembre 2006


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