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Cipro, il caso Ceac e il silenzi dell’Ue sul Montenegro

Scritto da Francesco De Palo on . Postato in News

Che succede se una società con sede in uno stato membro dell’Ue si sente frodata da un Paese che aspira ad entrare nel Club europeo? E quelle istituzioni che stendono report sui progressi di chi nel 2019 vorrebbe essere al tavolo di Bruxelles come incrociano dati, analisi e valutazioni? Il caso del Montenegro torna alla ribalta degli affari europei, dopo la pubblicazione del Montenegro 2014 Report da parte della Commissione Europea.

Qui gli euro burocrati indicano tutti gli errori blu del Paese guidato da Milo Djukanovic, un passato da imputato per contrabbando di sigarette da 700 milioni: corruzione esasperata, pochi passi in avanti nella giustizia e nei diritti, assenza di trasparenza nei rapporti tra Stato e aziende straniere. Ma nonostante ciò arrivano ad ipotizzare un “sì” a Podgorica nell’Ue sin dal 2019.
In questa direttrice è da considerare il caso della Ceac, una società di alluminio con sede a Cipro di proprietà dell’oligarca russo Oleg Deripaska che ha presentato una richiesta di arbitrato di 600 milioni di euro contro il Montenegro dopo un "interferenza illecita" del governo con il suo investimento. Il trattato di investimento bilaterale in vigore tra Cipro e la Serbia e Montenegro infatti è stato preso a metro dalla società cipriota che si sente in qualche modo truffata dal Montenegro.
 
I fatti: nel 2005 la Ceac ha acquisito una partecipazione del 65,43% nel più grande produttore industriale del Montenegro, KAP, una fabbrica di alluminio che si trova nei pressi della capitale Podgorica. Kap è stata dichiarata fallita nel mese di ottobre del 2013 e Ceac sostiene che il governo locale ha "interferito illecitamente" nel processo di insolvenza. In questo modo sarebbe stato violato il trattato sul commercio che avrebbe dovuto proteggere gli investimenti ciprioti in Serbia e Montenegro. 
Ceac  sostiene ufficialmente la richiesta di risarcimento per l'esproprio illecito degli investimenti, per i  danni diretti e indiretti, oltre che per il trattamento ingiusto e iniquo del Montenegro nei suoi investimenti. Si tratta del secondo caso simile in un anno, dopo quello che ha riguardato il credito da 72 milioni di euro presentato dalla società olandese MNSS con sede nei Paesi Bassi nel dicembre 2012.
 
L’azienda olandese è stata la maggiore creditrice della società siderurgica con sede in Montenegro Željezara Nikšić, entrata nella procedura fallimentare nel 2011. Secondo i rilievi della Ceac inviati alle competenti sedi europee, le decisioni del governo montenegrino di avanzare una richiesta ingiustificata di un trasferimento di quote residue di CEAC, e di cercare un nuovo investitore straniero, è pari ad una espropriazione. Per questo Ceac ha affidato al professionista Egishe Dzhazoyan, partner di King & Spalding a Londra, la difesa dei propri interessi. 
Dzhazoyan sarà affiancato dal veterano negli arbitrati ICSID con sede a Parigi Ken Fleuriet, che in passato ha ottenuto buoni successi come nel caso di Ioan Micula nel dicembre 2013. Secondo Dzhazoyan ci sono i margini per parlare di appropriazione indebita e di perdita di profitti futuri.  
 
Ma Ceac assieme ad altre realtà ha avviato anche un procedimento arbitrale ad hoc contro il Montenegro nel mese di ottobre 2013 per errori della pianta prima dell'acquisizione. Chiedono altri 100 milioni di euro a titolo di risarcimento. 
Dzhazoyan spiega secondo l'azienda ci sono "debiti e obblighi nascosti nei confronti dello Stato per un totale di decine di milioni di euro ". La società sostiene che l'amministratore nominato dal tribunale, Veselin Perisic, ha gestito male la liquidazione di KAP, che continua a funzionare, ma non produrrà più di 50.000 tonnellate di alluminio annue.
 
Inoltre Ceac sostiene che il Montenegro avrebbe rinnegato un accordo di vendita e di acquisto e ha sottolineato come il governo è stato obbligato a garantire la stabilità dei prezzi dell'energia elettrica tra il 2005 e il 2010 in cambio di 75 milioni di euro investiti in nuove attrezzature impianti. Ma il governo ha poi rifiutato di pagare i sussidi concordati al produttore di energia elettrica, che ha portato ad un forte aumento dei prezzi dell'energia
 
twitter@FDepalo
 
 

 

 

 

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