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Da Pericle a Papadimos: la crisi greca vista da Terzi

Scritto da Francesco De Palo on . Postato in Culture

Uomini o numeri? Si gioca tutta in questa distinzione niente affatto banale l'essenza della crisi greca, raccontata da Enzo Terzi nel suo pamphlet “Da Pericle a Papadimos”. Ripercorrendo i tratti salienti del suo rapporto con quell'Ellade che, se ieri colpiva l'autore per il folklore e per quel meltemi così intrigante e avvolgente, oggi trasuda ben altre sensazioni, come la tragicità della contingenza economica purtroppo dimostra.

 

Pericle e Papadimos, sono l’emblema della contraddizione tra uomo e numeri?

In un certo qual senso lo sono ma forse più che una contraddizione sono le due facce di uno stesso universo. Il secondo emanazione del primo e suo carnefice. Senza dubbio simbolo di epoche diverse. Pericle affidava all’uomo la possibilità di essere guardiano di se stesso, gli affidava le sue speranze per la conservazione del benessere personale e sociale, l’uno legato all’altro. Senza benessere sociale non poteva esservi benessere personale e viceversa. Ma non era una ricchezza in denaro. Era una ricchezza di valori. Vi credeva così tanto che il suo modello di democrazia divenne talmente libero che scivolò lentamente nell’anarchia e nella ingestibilità. Fu il limite della democrazia quello che venne raggiunto. E non mancarono le critiche consapevoli, prima fra tutte quella di Isocrate che dichiaratamente auspicava un ritorno al modello democratico illuminato di Solone dove il ricco cittadino si occupava del governo della città essendo, proprio per la sua ricchezza, sollevato dai problemi della sopravvivenza e quindi, disponibile a farsi carico della salute del proprio Stato, della propria Città. Oggi quei ricchi che Solone ci indicava come i preposti al buon governo, attraverso il passare dei secoli diventano i tecnocrati che, nella fattispecie di Papadimos o, analogamente, dell’italico Monti, assurgono al ruolo di virus e di guaritori. Ecco dunque che Papadimos, economista, funzionario bancario in USA, poi Governatore della Banca di Grecia, consulente di Goldman Sachs (che qualcuno in Italia ebbe poco tempo fa l’ardire di additarmi come il Prodi greco), diventa l’ultima carta giocabile prima della catastrofe. Ma la catastrofe era già avvenuta. Papadimos non può convincere coloro che aveva sino al giorno prima messo in guardia come funzionario di banca che, all’improvviso, la Grecia sarebbe diventata pagatrice e virtuosa. Ed è stato un bagno di sangue per la democrazia, complice un memorandum dallo stesso imposto alla firma del Parlamento greco con oltre novecento pagine consegnate due giorni prima e con le cifre in bianco. Ma il paese non aveva in quei giorni frenetici la lucidità per dire no.

Per cui?

Pericle e la Grecia ci avevano messo in guardia sulla natura dell’uomo, sulla sua mancanza di misura, sulla sua inadeguatezza ad un così alto principio come la democrazia. Nessuno ha voluto ascoltare. Così i Papadimos, per la dilagante incapacità ed impreparazione politica, riescono ad assurgere al ruolo di salvatori della patria – salvo poi non riuscirci tutti indistintamente, anzi fornendo solo un accanimento terapeutico - quando per antonomasia, per la loro formazione di tecnocrati sono abituati a lavorare per uno specifico padrone il cui primo comandamento è che da ogni operazione deve scaturirne un guadagno altrimenti non è da effettuarsi. Con buona pace dell’uomo che dietro ad essa si nasconde. Pericle morì durante una epidemia in un Atene comunque in buona salute, arricchita di monumenti e di potere anche se il sistema della città stato in breve tempo si rivelerà inadeguato. Con la strada aperta da Papadimos la Grecia in tre anni ha accumulato un debito che, interessi compresi, ammonta ad oggi a 700 miliardi di euro (240 di capitale + 460 di interessi calcolati) ed il paese è in rovina come oltre la metà della sua popolazione, ed è venduto e svenduto in ogni suo pezzo pregiato. Se fosse fallito subito e tornato alla dracma davvero sarebbe stato peggio?

Il libro è suddiviso in tre parti, come un lungo viaggio: quando crede che sia iniziata realmente la crisi del paese?

Le tre parti in cui è diviso il volume mi ricordano sempre come all’ultimo capitolo vorrei tanto poter aggiungere qualcosa di diverso. Si parla di vita passata, di storia passata, di storia presente ma, in quel libro, non si riesce a palare di futuro. Non mi è riuscito. Ed è un peso che sento. Ed ancora di più lo sento quando leggo di presunti segnali di ricrescita dovuti a qualche misterioso indice di borsa che come da una catalessi pressoché irreversibile sembra essersi risvegliato oppure quando mi dicono che i nuovi certficati del Tesoro greco, con scadenza tentennale (!!!) sono stati tutti venduti.

Un mercato non senza colpe...

Ed allora mi domando come quella che viene chiamata “fiducia dei mercati” non sia altro in realtà che una dissennata mania per il gioco d’azzardo con la differenza che quello non gestito dallo stato è considerato malattia sociale e reato, ad esclusione delle banche che, oggi, con gli ulteriori emendamenti seguiti agli esperimenti fatti di recente a Cipro, possono godere, per non fallire, se l’azzardo li porta ad errori di valutazione, anche del denaro non solo degli investitori e soci che in realtà sono categorie assimilabili, ma anche dei correntisti. Certo quelli con i conti almeno a sei cifre. Per adesso. Allora quando vedo procedere in queste direzioni secondo una sistema di previsione che va ben oltre qualsiasi sistema statistico per avventurasi nella cabala più esasperata che nemmeno il vecchio “strolago di Brozzi”, falso indovino che la leggenda vuole vissuto nei pressi di Firenze, dove sono nato, ecco, mi dico: cosa si parla a fare di futuro quando siamo in mano agli stregoni? Ecco perché sovente parlo di futuro rubato.

Un gioco di specchi fatale?

E per la Grecia, come per altri paesi, venne il momento che rimase invaghita da questo gioco di scommesse per il quale si incassava subito e si pagava a dieci, venti, trenta anni. E chi ci sarebbe stato mai a vederne i risultati? Solo che come tutti i giochi, anche i più sofisticati, c’è un punto di rottura, un bug del sistema per cui una variabile manda tutto a carte quarantotto (vedi Lehman Brothers, 2008).
Ma torniamo indietro a vedere quando il gioco è cominciato. La Grecia uscì dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte. Non tutte. Qualcuna intera era rimasta ma una bella guerra civile, anch’essa alimentata da altri, provvide a spezzarle. Nel 1949 il paese era interamente da ricostruire. Nella diatriba tra inglesi e russi, visto che già era costata una guerra civile, si inserirono gli americana che, sull’entusiasmo del Piano Marshall con il quale stavano aiutando l’Europa a ricostruirsi in cambio della fedeltà, tentarono l’operazione anche in questa terra di nessuno pur trovando l’operazione piuttosto difficoltosa per il livella quasi banditesco della società (leggi rapporto Porter del 1949). La Grecia non aveva neanche allora molte scelte se non quelle che le casse vuote dello stato rendevano possibili. In questo clima gli aiuti consistenti degli americani crearono le basi per l’avvento del regime dei colonnelli visto che la tensione sociale non approdava a nessuna maggioranza parlamentare capace di governare e prima di lasciare il paese in mano a derive comuniste, gli USA scoprirono che la dittatura sarebbe stata un’ottima medicina. La fine dei colonnelli fu forse l’unico momento del dopoguerra in cui questo popolo si mostrò coeso, compatto e risoluto a guadagnarsi democrazia ed una nuova economia. Karamanlis, chiamato appositamente, ebbe un’iniziale gioco facile e sull’onda di questo entusiasmo iniziarono a fiorire anche industrie manifatturiere (tra tutte la Biamax - "Biomihania Amaxomaton" - nata negli anni ’30 e poi rinata nel ’59, che faceva i più bei pullman da turismo del mondo). Personaggi popolari a vario titolo divennero di moda e tutto ciò fece divenire la Grecia un luogo ambito per il jet-set. Arrivarono capitali dall’estero ma le grandi famiglie greche ben poco investivano. Le sedi rimanevano all’estero. I figli si mandavano a studiare all’estero. All’estero oramai per una consolidata tradizione si teneva sempre un piede. E l’altro in patria ma senza fidarsene mai completamente. Grandi piani di riforme strutturali che lanciassero ed organizzassero l’economia del paese non ce ne furono mai, solo vaghi accenni per lo più a seguito delle frequentissime elezioni che si succedevano le une alle altre con cadenza nel migliore dei casi quadriennale. Chi aveva denaro o potere politico essenzialmente cercava di mantenere i propri privilegi. Erano cambiati i suonatori ma in sostanza i modi erano gli stessi dei tempi di Ottone I. L’entrata in Europa fu solo l’ultimo dei grandi atti di questa non politica. L’ultimo tra i gesti populisti cui erano abituati i politici che via via si succedevano al governo. In quel momento la Grecia firmò il suo patto con il diavolo, che subito dopo, con i Giochi Olimpici, dette immediata dimostrazione di come si poteva costruire falso benessere senza averne la ricchezza ma pagandolo con il debito. Il resto sono marginali fatti, peccati veniali serviti sul piatto di una economia inesistente, di una industria abortita prima di decollare se si fa salva quella marittima, una delle più grandi al mondo anche se buona parte è oggi in mano a capitali stranieri. Alla fine del 2008 è arrivato il conto da pagare, è arrivato il grande freddo che ha trovato il paese ancora in costume da bagno.

Come crede che si fondano la filosofia di ieri con la tragedia di oggi?

Il concetto da cui vorrei pendere spunto è quello che esprime come nella tragedia, quella greca antica, giocata in teatro, dove diceva Aristotele si consuma la “mimesi della realtà” ovvero la sua imitazione, il protagonista è colpevole ed allo stesso tempo innocente, divenendo dunque portatore di bene e di male, esprimendo così quel dualismo che la filosofia farà proprio e cercherà di spiegare ed interpretare.
In questi termini dualistici, di colpevole e di vittima, di protagonista e di comparsa, di attività e di passività si giocano le scelte umane e, fra esse, quelle che concernono il suo vivere sociale nei luoghi e nei momenti in cui è chiamato dagli eventi a parteciparvi.

Quali i riverberi sociali?

Una siffatta rappresentazione dell’individuo come membro di un consesso che prima è la famiglia, poi la comunità ed in seguito la società (nazionale e poi internazionale) porta in sé non solamente la possibilità di scegliere ma, e soprattutto, la capacità. Giocano intorno a questo concetto numerosissimi fattori cosiddetti esterni, derivanti da condizioni economiche ed ambientali, culturali e religiose ma, in fondo, nessuno dei quali capace di alienare totalmente il personale modo di pensare e di esercitare, almeno nel pensiero, delle scelte. Che non è semplicemente cristiano libero arbitrio ma l’anticamera e presupposto necessario al compimento di un’azione.

Gli agenti esterni quanto influiscono?

Orbene in questo sistema potremo chiamare bene tutto quanto non direttamente controllabile, ovvero quegli agenti esterni rispetto ai quali spesso è necessario adeguarsi. La parte che ci renderà, comunque, innocenti. Tutto ciò che invece rientra nella nostra possibilità di scelta e quindi di controllo è, invece, quanto potrebbe condurci al “male” ovvero a renderci colpevoli. Ma colpevoli non in senso cristiano, ovvero rei di colpa, quanto, molto più positivamente, attori che producono un effetto e quindi responsabili.

Ipotizziamo una rosa di fattori da crisi.

La tragedia di oggi, in Grecia almeno, è frutto di fattori ambientali non certo favorevoli, come ad esempio la scarsità della popolazione, l’eterogeneità della stessa (ricordiamo come gli ultimi massicci flussi immigratori risalgano alla metà degli anni ’50) e quindi la relativa reciproca conoscenza tra gli elementi che la compongono; una storia secolare che certo comporta un peso culturale ed un gap di crescita rispetto ad altre nazioni. Per contro, una gloriosa antichità, un libero accesso al sapere ed un regime libero da un quarantennio (1974), avrebbero potuto, seppure come fattori esterni, giocare a favore di un appoggio a quella decisione singola che poi, nei fatti ci vede individualmente colpevoli, ovvero attori del nostro futuro. Non nel senso pieno e totale dei latini: “Unusquisque faber est fortunae suae” ma senza dubbio sua rimodulazione in senso sociale. Giustificare oggi quanto avviene, almeno nella percentuale in cui ogni singola decisione possa aver giocato un ruolo responsabile, significa evidentemente giustificare una scelta di opportunità. E qui, in una terra dove i posti di lavoro che non fossero con la vanga in mano o dietro ad un gregge, non sono mai stati troppi, la promessa elettorale del posto di lavoro e del favore ha sempre giocato un ruolo capace di spostare l’ago della bilancia ora a favore di uno, ora a favore di un altro partito (anche per l’assenza dell’attuazione di validi programmi di crescita).

Ma oggi lo stato è realmente inerme?

Oggi, tragedia nella tragedia, non solo lo stato non può più assolvere a questo rozzo ma efficace sistema assistenziale ma anzi, per volere straniero (leggi troika), deve operare tagli sanguinosi proprio là dove aveva coltivato il proprio elettorato. Dopo tre anni dalle prime richieste, solo oggi lo stato si accinge a questo duro adempimento, dopo che non a caso, la parte più a sinistra della sua compagine ha pensato bene di uscire dalla coalizione, per non sentirsene un domani responsabile (ovvero sfruttando il “pannicello caldo” dell’indignazione per tacitare la coscienza).

Come prevede che finirà?

Nei fatti accadrà ciò che Aristotele indicava nello spiegare la tragedia, ovvero che gli attori compissero una catarsi per superare la pietà e l’orrore che la tragedia stessa ha come suoi elementi narranti. In altre parole accade ed accadrà ciò che ineluttabilmente sarebbe dovuto accadere. Solo che accadrà nel modo più lancinante, non per crescita ma per imposizione, in un paese dove oramai la soglia della miseria è stata da molti varcata, un paese dove i rapporti sociali sono completamente saltati, in un paese dove lo stato sovrano non esiste più, in un paese dove si è, per una scelta di opportunismo, da parte degli organismi come dei singoli, rinviato quell’appuntamento con la colpa, ovvero con la responsabilità che poteva essere compiuto quando ancora vi era uno straccio di scelta da poter esercitare.

twitter@FDepalo

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