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Vi racconto la Grecia, da Pericle a Papademos

Scritto da Enrico Filotico on . Postato in Culture

Una riflessione sulla situazione di disagio che vive l’Europa, e la Grecia nello specifico. Mondo Greco incontra Enzo Terzi,  scrittore e letterato che dal 2008 ormai vive ad Atene, in occasione del tour italiano di presentazione del suo pamhlet "Da Pericle a Papademos, che lo ha portato a Prato, Roma, Milano e Verona.

Terzi racconta i dilemmi della politica fallimentare degli ultimi anni sotto il governo di Papadimos, reo di una gestione dei capitali mai troppo giudiziosa.   
 
Papadimos può davvero essere considerato il Monti greco?
 
La carriera professionale sicuramente  stimola il paragone che ha ben motivo di essere almeno per la specificità professionale  di entrambi i personaggi che  la storia recente ha visto protagonisti a livello mondiale nell’ambito dell’economia e della finanza, tanto che,  sia pure  in tempi e con incarichi diversi, hanno collaborato alle stesse holding  finanziarie, tra le  quali la famosa Goldman Sachs che grande ruolo ha avuto nella nascita e crescita della comunità dell’euro.  Per contro il momento in cui gli stessi sono stati chiamati ad intervenire a capo dei rispettivi governi  si palesano fondamentali differenze. Monti è stato chiamato in un momento in cui la situazione economica del paese era sì in fase di declino ma con ancora qualche residua possibilità di intervento strutturale che avrebbe potuto invertire la rotta o almeno rallentare il trend negativo; Papademos, invece, è stato chiamato quale “ultima ratio” per tentare di arginare una valanga che oramai era già in atto da oltre un anno. Un compito che si mostrava impossibile sin dall’inizio se non per quanto riguardava i rapporti con l’enclave internazionale. In merito a questo Papademos ha definitivamente indirizzato la Grecia verso l’accettazione dei diktat degli organismi finanziari internazionali il cui atto principale non fu tanto la rocambolesca firma del “memorandum” (si ricorda che il memorandum firmato sotto il premierato di Papademos,  venne fatto praticamente firmare in bianco ai parlamentari), quanto  la definitiva ed irreversibile accettazione del contratto preliminare che i rappresentanti internazionali  esigerono, contratto che esplicitamente cedeva la sovranità nazionale. Venne così depauperato il paese, in cambio dei prestiti dettagliati nei memorandum, di ogni e qualsiasi possibilità decisionale in tema di ristrutturazione economica, se non l’attuazione di quelle manovre atte unicamente alla riduzione ed al contenimento dei costi che, in termini pratici, si evidenzia nello sfacelo sociale ed economico di oggi.
 
Crede che l’avvento di Papademos in Grecia sia stato un “colpo di stato”, oppure una scelta cosciente del “male necessario”, così come era stato presentato Monti in Italia?
 
Dopo che al seppur debolissimo Papandreou fu impedito di effettuare quel referendum che avrebbe forse – in extremis  - potuto concedere una scelta al paese ed una occasione per rinegoziare certe condizioni, Papademos arrivò per cercare di colmare l’incapacità politica con l’attuazione di espedienti finanziari, contando molto sulla sua personale autorevolezza in campo internazionale. Praticamente il rappresentante di coloro che avevano diffuso il morbo fu chiamato nelle vesti di medico curante. Non avrebbe potuto agire diversamente ma non è stato né un male necessario né, tantomeno, una scelta cosciente, piuttosto il triste scarico di responsabilità di una classe politica ormai impotente di fronte al conto che la scelta avventata dell’euro (scelta alla quale come consulente partecipò anche Papademos stesso) stava impietosamente presentando. A differenza di Monti non poteva godere di un tessuto economico come quello italiano (dove il comparto industriale, manifatturiero ed artigiano è voce attiva importante nell’economia),  essendo di fatto l’economia industriale  greca non solo storicamente debole ma, oltre tutto, in buona parte già in mano di società estere (la Siemens su tutte) che ovviamente, sin dai primi accenni del disastro, hanno dato priorità alla tutela dei propri interessi.
 
Come ha reagito il popolo, ha accolto scetticamente il nuovo primo ministro, oppure l’ha salutato accettato con ottimismo?
 
In questi cinque anni di crisi – quasi sei oramai – le reazioni del popolo greco hanno palesato apertamente le condizioni della società greca. Una società che non ha mai avuto il tempo di divenire coesa, ancora divisa in corporazioni e se si escludono i corposi assembramenti del 2011, ogni altra iniziativa non è mai stata coordinata. Di volta in volta è sceso in piazza il comparto colpito, la categoria offesa, circondati da una apparente indifferenza che ha in realtà agevolato ogni manovra del governo. Ci siamo trovati di fronte ad una moderna applicazione del “divide et impera” che ha permesso allo stato  di affrontare avversari separati tanto da potersi permettere di procedere con leggi ed atti sulla cui congruità democratica e costituzionale  molto ci sarebbe da dubitare se non proprio da obiettare. E’ questo oggi uno dei temi  più scottanti. Sugli oltre 3 milioni di soggetti colpiti dagli effetti della crisi e dai suoi presunti “rimedi”, molti di essi hanno reagito riattivando un mercato parallelo, un sommerso deregolamentato che non solo non produce introiti in quanto non dichiarato, ma conferma lo storico rapporto di grande distacco tra governanti e popolazione.
 
Ad oggi pensa di poter riscrivere quella terza parte del suo libro? È cambiato qualcosa che la faccia sperare in un futuro migliore?
 
La terza parte del mio libro oggi la potrei riscrivere aggiungendo prove e fatti a quelli che ancora, all’inizio del 2012, potevano essere  definiti timori. Il problema oggi non è quello di un “futuro migliore” ma quello di un “futuro”, definizione temporale che sembra unicamente governata dal caos, alla quale sarà imprescindibile quanto prima  dare un significato e, soprattutto, dei contenuti. Il paese oggi vive “alla giornata” e sempre più cittadini parimenti, stanno riscoprendo l’arte dell’espediente. Dell’ultimo capitolo mantengo caro proprio l’appello finale nel quale esortavo “il mondo tutto” a dare  alla Grecia quella possibilità di guardarsi dentro ed iniziare un cammino di costruzione la cui direzione nessuno avrebbe potuto indicargli né, tantomeno, cercare di imporgli.
 
Ha scritto di Grecia nelle mani di una “non politica fallimentare” che li ha di fatto portati fino a questo punto. Ma Enzo Terzi nei panni di Pericle maestro di virtù, che aveva donato al suo popolo i veri valori, da dove ripartirebbe per ridare lustro ad una nazione ormai decaduta?
 
Ripartirei dal prendere coscienza che la Grecia oggi è un popolo giovane, figlio di massicce immigrazioni terminate da non più di cinquanta anni e che ancora, per molti aspetti, devono trovare degli intenti comuni con chi già risiedeva, anche culturalmente. Ripartirei  dall’esortare la classe intellettuale del paese ad uscire dal quella sorta di Olimpo virtuale nel quale ha preferito nascondersi in attesa che passasse la bufera. Ripartirei dall’esortare a rivisitare la propria storia antica interpretandone il senso della fiducia nell’uomo e nella sua evoluzione, oggi scomparse, dimenticando il fatto che quella eredità è stimolo a lavorare duramente e non ricchezza da sperperare adducendo falsi pedigree più o meno genetici. Ripartirei cercando di trovare il coraggio di aprire alfine i secretati archivi della propria storia recente cercando di comprendere come disastri e barbarie non siano stati gli unici ingredienti ma solo un periodo di scontri dettati dalla comune fragilità. Ripartirei cercando di capire che quando Pericle dichiarava che la democrazia era frutto del lavoro di molti e non dei pochi, tale lavoro non può mai considerarsi compiuto, bensì è frutto di un esercizio che porta al godimento di tanti diritti ma che presuppone l’osservanza di altrettanti doveri. In altre parole una educazione della coscienza che, talvolta,  sembra tutta da ripercorrere tanto che Pericle sembra divenuto simbolo di parole vuote, di quella politica priva di contenuti che ha delegato la propria legittimità e la propria forza alle alchimie della finanza. Democrazia e libertà non sono frutto del denaro ma di ben altri meriti e conquiste.
 

 

 

 

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