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Il neo greco? Non c'è nulla al mondo di più vivo: ecco perché

Scritto da Redazione on . Postato in Culture

Pubblichiamo l’intervento della prof.ssa Maria Perlorentzou (docente di neogreco all’Università degli Studi di Bari) in occasione della Giornata Mondiale della Lingua e Cultura Greca lo scorso 24 ottobre, presso il Liceo Classico “Socrate” di Bari. 

 

Le iniziative realizzate nel mondo dalle numerose Federazioni delle Comunità Elleniche, iniziate da già più di un anno in Australia, e in questi mesi attuate anche in Italia, oltre alle ovvie motivazioni volte a salvaguardare il patrimonio linguistico, le radici e le tradizioni della propria cultura, possono essere viste secondo molteplici prospettive e con diversi impegni.

Oltre a ricordare e riproporre l’importanza della lingua greca classica, mirano a evidenziare e portare a una maggiore conoscenza una riconosciuta verità: la lingua greca nella sua espressione moderna, denominata neogreco o greco moderno o Νέα Ελληνικά [Nea elinikà] o Νεοελληνικά [Neoelinikà], è una “cellula veicolare” che ha custodito e tramandato fino ad oggi il patrimonio linguistico, e conseguentemente, artistico, storico, letterario, filosofico offerti dagli studi classici. E tutto ciò sotto la veste di una lingua viva che può essere studiata, imparata e parlata come ogni lingua di oggi.

Chi ha studiato il greco classico si trova particolarmente avvantaggiato nell’avvicinarsi a quello moderno. Scopre in esso un substrato linguistico non soltanto di lemmi, vocaboli, terminologia, ma anche riferimenti di base nella struttura grammaticale e sintattica (declinazioni, coniugazioni, diversificazioni di caso fra soggetto e complemento oggetto) per non menzionare che alcuni elementi essenziali. Affinità dunque e analogie, ma anche sostanziali semplificazioni in vari settori, che non allontanano le due forme linguistiche ma facilitano l’approccio, l’apprendimento e l’uso. Nel moderno, per esempio, mancano il dativo, il duale, l’ottativo; l’infinito viene sostituito, sapientemente direi, da altre forme verbali, ma tutto questo senza cambiare radicalmente l’impostazione grammaticale; altrettanto nell’analisi logica la funzione per esempio dei casi nominativo e accusativo sopravvive rigorosamente. [Mi limito a riferimenti essenziali, non essendo oggi utile una impostazione diversa nel mio intervento].

Chi si avvicina al neogreco dopo studi effettuati nel mondo occidentale affronta un ostacolo iniziale, consistente, che però crea solo un momentaneo disagio. Già nell’avvicinarsi all’alfabeto di oggi, di 24 lettere, poiché è quello stesso ionico, che verso la fine del V sec. a.C. ha sostituito l’attico, si incontra una diversa pronuncia. È cioè una diversità fonetica che anche se non invadente crea difficoltà nel registro orale fra le due forme linguistiche, antica e moderna. Per fare qualche precisazione, fra le 24 lettere dell’alfabeto si differenziano nella pronuncia soltanto le consonanti β [vita, non beta],γ [ghama, non gama],δ [dhelta, non delta],ζ [ζita, non zeta],θ [thita, non teta],χ [chi, non ki], e le vocali η [ita, non eta],ω [omegha, non omega], e υ [ipsilon, non upsilon]; crea estraniamento il monoftonghismo, cioè la pronuncia in un solo suono [i] dei dittonghi ει, οι, υι, del dittongo αι in [e] o la consonantizzazione della υ nei nessi vocalici αυ eευ che la trasforma in [f] o [v]; cioè tali nessi vengono pronunciati come av/af e ef/ev secondo regole e circostanze precise (per esempio la dieresi sulla υ annulla tale fenomeno).

Per rispondere al perché di questa differenziazione fra la pronuncia applicata al greco antico, denominata anche pronuncia erasmiana, e quella del greco moderno o neogreco, tenterò di presentare un rapido quadro orientativo sulla questione, solo introduttivo.

Nell’antica Grecia la Koiné, la lingua franca, η κοινή διάλεκτος [i kinì dhiàlektos], cioè la lingua del mondo ellenistico, costituisce il punto di partenza per la storia della lingua greca nella sua evoluzione complessiva, medievale, bizantina e moderna. Questa Κοινή, mezzo di comunicazione in tutti i centri fondati sul territorio, dalle coste dell’Asia Minore, dall’Egitto e fino all’India, divenne presto la lingua ufficiale ed emarginò l’uso dei vecchi dialetti eolico, dorico, ionico e altri minori. Per risalire tuttavia alle origini della formazione e dell’espansione della Κοινή nel mondo ellenistico, bisogna seguire la storia della lingua greca già dal V sec. a.C.

Dopo le guerre persiane Atene aveva assunto una posizione egemonica. La forza politica insieme a quella culturale (in questo periodo sono stati scritti i più noti capolavori) furono la causa della diffusione del dialetto attico sotto la veste di una lingua franca, cosa che avvenne verso l’ultimo terzo del V secolo. Uscendo dai limiti dell’Attica ed espandendosi notevolmente, esso subì cambiamenti in doppia direzione: non soltanto esportava ma anche riceveva influenze da tutte le parti, sia nella fonetica che nel lessico, e in particolar modo accoglieva influenze ioniche.

Verso la metà del IV sec. Filippo il Macedone utilizzò questo attico ampliato, se vogliamo dire, come lingua ufficiale della sua amministrazione e della diplomazia; successivamente suo figlio Alessandro Magno adottò quella Κοινή come lingua ufficiale in tutto il territorio del suo impero.

Le nostre conoscenze su questa Κοινή provengono principalmente da 5 fattori: 1°, dalle opere dei Grammatici; 2°, dalla traduzione in greco della Bibbia detta “dei Settanta”, realizzata ad Alessandria fra il III e il II sec. a.C.; 3°, dal Nuovo Testamento scritto nel I secolo d.C.; 4°, dalle annotazioni dei Grammatici nelle loro opere; e 5°, il fattore preziosissimo che possiamo nominare “registratore implicito” della lingua orale di allora: è questo che ne offre ampia documentazione. Si tratta di lettere o altri documenti scritti, la maggior parte non pubblici, su papiri trovati in Egitto, datati dalla fine del IV sec. a.C. sino all’VIII d.C.

Come funzionò quel “registratore implicito”? Gli autori di questi papiri erano piuttosto persone di scarsa istruzione e produssero nei loro scritti abbondanti errori ortografici. Quando per es. al posto della necessaria presenza di una η, secondo l’ortografia storica,appare scritto erroneamente un ι[ota], rispecchiando la pronuncia orale della lettera, è evidente che queste due vocali non erano più diversificate nella lingua parlata. Lo stesso si deduce per la υ eper i dittonghi ει, οι, υι, al posto dei quali si trova la lettera iotaι[ota], come pure gli errori fra le vocali ο eω, il dittongo αι ela lettera ε.

La Κοινή dunque vinse su tutti gli altri dialetti, divenne comune sia come lingua scritta che orale. È da questa Κοινή, diffusa nel periodo compreso fra Alessandro Magno e Costantino il Grande, che proviene il greco moderno.

Verso la fine del I sec. del Cristianesimo la sua supremazia viene contrastata da alcuni grammatici e maestri di retorica che la considerano, sia come scritta che orale, frutto di ignoranza e di decadenza. Introducono con le loro teorie il movimento dell’Atticismo, una specie di “purificazione” linguistica, che predilige come unico greco “corretto” la lingua degli scrittori attici. Tale movimento acquisì importanza, dominò l’insegnamento scolastico, influenzò la prosa letteraria, e portò la lingua viva a una calcolata emarginazione. In questo modo ebbe inizio la diglossia, che ne caratterizzò tutta l’evoluzione e la differenza, fino ai nostri tempi, fra lingua dotta e lingua volgare. Pensate che soltanto nel 1976 la lingua volgare, detta δημοτική [dhimotikì], è stata dichiarata lingua ufficiale del paese, abolendo definitivamente la καθαρεύουσα [katharévussa], forma semplificata della lingua dotta, realizzata sul finire del XIX secolo.

Riprendendo il nostro sommario iter espositivo possiamo dire che le nostre conoscenze per il periodo che va dal 600 (cioè prima della scomparsa definitiva dei papiri) al 1100, si basano quasi esclusivamente su testi scritti nella lingua dotta, consolidata secondo le tendenze conservatrici, lontana da quella orale, anche se in alcuni di essi si presenta un tentativo di equilibrio fra la lingua pura e quella viva.

Nel periodo dall’XI al XV sec. la diglossia si indebolì e con essa il prestigio della lingua dotta, dopo la fine dell’XI sec., con le Crociate e le loro conseguenze che sconvolsero il territorio dell’impero bizantino, ma soprattutto con la IV Crociata (1204) che diminuì il potere politico-economico e sociale di Costantinopoli. Al contrario si nota una più abbondante produzione letteraria in lingua volgare o volgarizzante.

Arrivati così al grande evento storico della presa di Costantinopoli, da parte dei Turchi Ottomani nel 1453, che comportò la lenta dissoluzione dell’impero bizantino, le condizioni dell’uso linguistico proseguirono più o meno sullo schema precedente. Ma quel grande evento diede inizio a un altro fenomeno, molto importante: l’esodo degli eruditi greci dall’Oriente verso l’Occidente alla ricerca della possibile continuità della loro opera. Questo comportò non solo il trasferimento e la salvezza dei preziosi testi scritti della letteratura classica, manoscritti e altro, poi custoditi nei centri della cultura occidentale, ma anche il diffondersi della pronuncia con la quale avveniva l’insegnamento e la lettura di quegli scritti da parte degli eruditi greci, pronuncia che rispecchiava la fonetica del loro tempo.

Ed è allora che per varie ragioni storico-politiche e filologiche nacque il problema della pronuncia della lingua greca che ha messo in contrasto studiosi umanisti e filologi per cinque secoli fino ai nostri giorni. Infatti nel 1528 il sommo umanista Erasmo da Rotterdam, nella sua opera sotto forma di “Dialogo sulla giusta pronuncia del latino e del greco”, propose una nuova pronuncia per i testi classici, che fu accettata da gran parte della comunità scientifica. Basandosi su dati storico-linguistici egli ha voluto, allora, supportare e soprattutto facilitare la diffusione delle lettere classiche presso i popoli europei proponendo una pronuncia che era distante da quella corrente. Ha avvicinato così la pronuncia di alcune lettere, o di nessi consonantici e vocalici, alla fonetica dell’alfabeto latino, offrendo chiaramente un cospicuo aiuto agli studiosi occidentali.

Fin dal primo momento non mancarono opposizioni alle sue teorie, con varie argomentazioni scientifiche, come quelle del suo maggior avversario, il tedesco Johannes Reuchlin, sostenitore della pronuncia greca dell’epoca, molto simile a quella odierna.

Da allora fino ad oggi vari studi a livello mondiale intorno alla validità o meno della pronuncia erasmiana, hanno nutrito l’argomento provocando sia reazioni di appoggio che negazioni, con tesi a volte fortemente contrastanti. Negli ultimi tempi si è arrivati a dimostrare che l’inizio delle differenziazioni della pronuncia del greco classico è indubbiamente databile già dal V sec. a.C., e sono quasi le stesse che ritroviamo nella pronuncia del greco moderno. Oggi è corretto sostenere che non si può parlare di “pronuncia greca contemporanea” per il neogreco e dall’altra parte di “pronuncia scientifica o erasmiana” per la lingua greca classica, quanto piuttosto di “pronuncia greca storica” e di “pronuncia non-ellenica o artificiale o erasmiana”, rispettivamente. D’altronde l’esatta pronuncia del periodo omerico e classico è per sempre perduta, a causa della ovvia mancanza di documenti “sonori” pervenutici dall’antichità, e storicamente e scientificamente è più giusto pronunciare la lingua greca secondo la sua evoluzione storica e non con l’introduzione di suoni di altre lingue parenti.

La pronuncia del greco moderno apre anche un contatto naturale con la ricchezza dei testi bizantini e neoellenici che sono il più diretto discendente della koiné ellenistica. Affrontando il problema dell’insegnamento di Lingua e Letteratura Neogreca nelle Università italiane si possono sintetizzare alcune osservazioni.

La recente riforma Gelmini dell’Università, prediligendo il principio della programmazione manageriale a discapito di quella scientifica, ha offerto la possibilità (ove si verifichi una scarsità di personale docente di ruolo o una completa sua mancanza per ragioni di pensionamento) di potere (ma non di dovere) decidere la soppressione di una disciplina. Così si capisce benissimo sotto quale forma di procedure, di decisioni e di volontà, sono state soppresse dalla ex-Facoltà di Lingue di Bari tre lingue e letterature straniere fra cui la Lingua e Letteratura Neogreca; sono state ridotte a biennali altre tre; sono rimaste soltanto tre triennali, e infine soltanto quattro possono proseguire nella laurea specialistica, essere cioè studiate per cinque anni.

Da segnalare che precedentemente ben tredici lingue e letterature straniere potevano essere studiate sia come triennali che come quinquennali. Ovviamente non è qui, oggi, il luogo né il momento di commentare le scelte di tale ridimensionamento.

Vorrei solo aggiungere che a livello nazionale, negli ultimi anni, erano già avvenute alcune soppressioni di cattedre di neogreco, come a Napoli, Lecce, Verona, Trieste, Viterbo, Padova; oggi esistono soltanto a Palermo, Catania, Roma, Venezia. Il tutto si è accentuato in concomitanza con la crisi economica generale, soprattutto in Grecia, sempre secondo il profilo manageriale degli studi che non riconosce garanzie di possibili sbocchi professionali. In ogni caso, per completare queste notizie, purtroppo negative, anche in altre sedi prestigiose, con una lunga tradizione di studi classici, bizantini e neoellenici, come in Francia, Inghilterra, Germania e altrove, molte cattedre di neogreco sono in bilico o già soppresse.

Ci auguriamo che una futura ripresa in tutto il settore europeo e soprattutto in Grecia possa un giorno invertire tali tendenze, ridare la possibilità, dove si studia il greco classico (e per fortuna sono molte le cattedre), il bizantino (numerose anche quelle ma in minor numero), di riprendere e fare rivivere lo studio della δημοτική, il greco moderno, τα Νέα Ελληνικά della Grecia di oggi, che supporta il patrimonio della cultura europea.

 

 

 

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