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Quel mistero della corazzata russa (ma italiana): la tesi di Ribustini

Scritto da Dimitri Deliolanes on . Postato in Culture

Da tempo la storiografia più attenta del secondo dopoguerra aveva individuato e descritto i reiterati tentativi dei neofascisti italiani di affondare le navi militari che l’Italia era stata costretta a consegnare all’Unione Sovietica, come riparazioni di guerra. Più volte marinai della X Mas e altri ex combattenti della Repubblica Sociale avevano cercato di minare battelli nel porto di Taranto, prima che partissero per i porti russi. 
Già prima della fine della guerra, nei convulsi giorni seguiti alla capitolazione dell’8 settembre del 1943, l’ordine emesso dal monarca italiano, fuggitivo a Bari, di indirizzare la flotta di guerra verso Malta, fu accolto con veementi proteste dai marinai, che più volte proposero l’autoaffondamento delle navi. 
 
L’episodio più grave fu l’ammutinamento dei marinai della corazzata Giulio Cesare, con la ciurma decisa a mandare a picco la nave per non consegnarla all’odiato “nemico”. La ribellione alla fine rientrò e la corazzata fece il suo ingresso al porto di Taranto, già occupato dalle forze alleate.
In tutti questi affondamenti, o autoaffondamenti, tentati e sempre falliti, c’è un caso di molto probabile riuscita. Ne parla il giornalista Luca Ribustini nel suo Il mistero della corazzata russa. Fuoco, fango e sangue, ed. Luigi Pellegrini, Cosenza 2014, p. 141. La corazzata russa cui fa riferimento il titolo non è altra che l’italiana Giulio Cesare, consegnata nel 1949 all’Unione Sovietica in base ai Trattati di Pace e integrata nella flotta di Mosca con il nuovo nome di Novorossiysk.
 
Appena sei anni più tardi, il 28 ottobre 1955, la Novorossiysk, all’epoca la più grande corazzata del paese, è stata protagonista e vittima di uno dei più gravi incidenti subiti dalla flotta sovietica in tempo di pace. Mentre entrava nel porto di Sebastopol, la nave esplode, imbarca acqua e ben presto si inclina. Il comandante, il viceammiraglio Viktor Parchomenko, probabilmente preso alla sprovvista, sottovalutava la situazione e non ha ordinato l’immediato sgombero del vascello. Il risultato è disastroso: 604 marinati sovietici affonderanno con la nave nel fondale fangoso del porto. Un’ ecatombe, una strage senza precedenti in tempo di pace.
 
Le autorità sovietiche, in grandissimo imbarazzo, si sono affrettate di avallare una versione di comodo: la corazzata si sarebbe scontrata con una mina residuata della guerra. Per Mosca, la questione si chiude così e non se ne dovrà parlare mai più. Ma anche gli occidentali, in piena Guerra Fredda, non si preoccuparono di indagare più di tanto. 
All’autore bastano poche pagine per distruggere senza pietà la versione della mina vagante, rimasta pienamente efficiente e sfuggita da tutte le operazioni di bonifica per un intero decennio. E parte da lì per esporre in modo particolarmente dettagliato la sua ipotesi di lavoro: la Novorossiysk è stata affondata da marinai che appartenevano alla X Mas, nell’unica operazione di affondamento riuscita, anche se a distanza di tempo.
 
Per sostenere questa ipotesi svolge, sotto gli occhi del lettore, un’attenta e appassionante indagine giornalistica. Per prima cosa spolvera i vecchi documenti di archivio dei servizi americani. Ma scopre che le relative informazioni sono tuttora coperte dal segreto militare. 
Scopre poi i testimoni, in particolare un ex marinaio della X Mas, Ugo D’Esposito, particolarmente attivo nei servizi d’informazione. L’ex militare conferma senza esitazione: l’affondamento è opera della X Mas, formalmente disciolta ma ben viva dentro e fuori le forze armate dell’Italia repubblicana. Anche la data dell’attacco, il 28 ottobre, è un’esplicita rivendicazione.
 
E’ l’anniversario della Marcia su Roma, scelto personalmente da Mussolini per ordinare anche lo sfortunato attacco alla Grecia. Due anniversari che nessun militante fascista può dimenticare. 
 Ribustini non si accontenta della confessione dell’anziano ex fascista e indaga a fondo anche sul come: erano in grado i neofascisti italiani di portare un attacco di queste dimensioni in territorio sovietico nel 1955? Ed è proprio questo il grande segreto rivelato dal libro. Si scoprono le dimensioni della penetrazione neofascista dentro le forze armate dopo la liberazione.
 
Non solo ai vertici dell’esercito e dei servizi di sicurezza rimangono i stessi dirigenti che avevano fatto carriera sotto il regime mussoliniano, ma i servizi americani, progenitori della CIA, fin dalla liberazione aveva tramato per sdoganare i vecchi combattenti repubblichini in funzione anticomunista e avevano provveduto a usarli come arma segreta di contenimento del comunismo italiano. I fascisti si muovono dentro e fuori le istituzioni, con gruppi terroristi e manovre destabilizzanti nelle forze armate, ma sempre sotto la protezione dei servizi e della potenza atlantica. In questo contesto, la X Mas era entrata come corpo in una delle numerose armate segrete che dovevano garantire l’ancoraggio dell’Italia nell’alleanza occidentale, molto prima della fondazione della famigerata Gladio. In questa maniera, i seguaci di Junio Valerio Borghese avevano a loro disposizione tutta l’agibilità necessaria per poter portare avanti un attacco ai sovietici di queste dimensioni. Ed ecco spiegata la reticenza delle fonti americane.
Anche sul piano operativo i vecchi marinai della Flottiglia erano perfettamente in grado di organizzare l’attacco.
 
Avevano l’esperienza dell’attacco condotto durante la guerra contro una nave da carico britannica nel porto di Algesiras. Una nave commerciale italiana, opportunamente modificata, si era avvicinata all’obiettivo e aperto uno sportello laterale in modo da far uscire uno dei mini sommergibili in dotazione alla Flottiglia della RSI. Una volta portato avanti l’attacco, il sommergibile rientrava e la nave commerciale continuava la sua rota.
 
Fuori da Sebastopol, al momento dell’affondamento, c’era una nave commerciale italiana. Si chiamava Acilia, apparteneva all’armatore napoletano Raffaele Romano ed era partita da Brindisi portando a bordo anche sei uomini del “servizio riservato della marina Militare Italiana”. Ma già prima della partenza, ancora ancorata nel porto adriatico, lo stesso servizio della Marina Militare aveva provveduto al suo “allestimento”. L’ipotesi dell’autore è che anche a Sebastopol la X Mas ha ripetuto l’attacco di Algesiras, ben conoscendo quei fondali, visto che durante la guerra disponeva di una base operativa proprio in Crimea.
 
Conclusione: Ribustini ha condotto una magistrale indagine giornalistica e l’ha trascritta in un libro che non deve passare inosservato. Molto probabilmente, descrive la prima e unica, a quanto si sa, delle stragi fasciste eseguite fuori dai confini e avente come vittime militari di una potenza straniera. Un capitolo rimasto inedito troppo a lungo.
 
            
 

 

 

 

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