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Il greco che disse due no alla Germania. Chi era Manolis Glezos

Scritto da Francesco De Palo on . Postato in Kosmos

 In occasione della scomparsa di Manolis Glezos, pubblichiamo il capitolo del volume Greco-eroe d'Europa di Francesco De Palo Albeggi editore, 2014, dedicato al politico e intellettuale. 

Il nome di Manolis Glezos, al di là se si condividano o meno le sue idee politiche, in Grecia fa rima con coraggio. E tanto. Perché durante l’occupazione nazista, in pieno secondo conflitto mondiale, si rese protagonista di un gesto tanto eclatante quanto epico: salire sul Partenone e ammainare la bandiera del Reich hitleriano, sostituendola con quella greca.

Nato il 9 settembre 1922 nel villaggio di Apiranthos sull’isola di Naxos, a dodici anni il piccolo Manolis si trasferì ad Atene con la sua famiglia, dove terminò gli studi superiori con suo fratello Nick Glezos, poi giustiziato dai nazisti nel maggio del 1944. Durante i suoi studi al ginnasio di Atene lavorò anche come impiegato in una farmacia. Nel 1939 dette vita a un gruppo giovanile antifascista contro l’occupazione italiana del Dodecaneso e la dittatura di Ioannis Metaxas. Erano quelli gli anni del conflitto e dell’occupazione.

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale chiese di unirsi all’esercito greco al fronte albanese: venne respinto perché era di età inferiore all’età militare. Ma non recedette di un millimetro dall’idea di impegnarsi in maniera attiva, così lavorò come volontario per il Ministero greco delle Finanze. Durante il suo incarico al Comune di Atene e presso la Croce Rossa Ellenica, venne attivamente coinvolto nella resistenza, attraverso le organizzazioni giovanili di liberazione come Okne, Eam e Epon.

E così, nella notte del 30 maggio 1941, in compagnia del fedele Apostolos Santas, salì sull’Acropoli e rimosse la bandiera tedesca simbolo di guerra del Terzo Reich, sotto gli occhi delle guardie e sfidando la morte certa. Quella mossa eroica si rivelò ben presto foriera di entusiasmi e di un ottimismo contagioso nel Paese deflagrato dall’occupazione. Non appena ne fu data notizia si innescò un’onda di resistenza ancor più veemente contro gli invasori. Addirittura il generale francese Charles de Gaulle epitetò Manolis Glezos il primo partigiano d’Europa.

Ma il regime nazista non rimase con le mani in mano e dopo quel gesto avviò le indagini per individuare chi si era spinto a tanto, emettendo un mandato di cattura per i responsabili e condannandoli a morte. Iniziò così una lunga ricerca che portò, solo un anno dopo, all’arresto di Glezos e dei suoi complici, che vennero fermati e rinchiusi in carcere. In quella cella Manolis dovette subire le torture più selvagge, che vennero ripetute due decenni dopo sul corpo di Alekos Panagoulis, anch’egli reo di un gesto di sfida contro un altro regime. Glezos contrasse anche la tubercolosi e per questo venne rilasciato.

Ma la sua libertà durò lo spazio di un anno: il 21 aprile del 1943 venne nuovamente arrestato, questa volta dalle truppe italiane per una rappresaglia contro di loro. Restò in carcere solo tre mesi. Sei mesi dopo il suo rilascio, il 7 febbraio del 1944, venne di nuovo arrestato, e imprigionato questa volta per sette mesi. Evase il 21 settembre dello stesso anno.

Fino all’agosto del 1947 lavorò all’ideazione di un quotidiano d’ispirazione radicale, sino a diventarne direttore. Poi però le autorità greche ne disposero la chiusura. Il 3 marzo del 1948 fu arrestato per le sue convinzioni politiche e condannato più volte con diverse pene fino all’ergastolo e alla pena capitale nell’ottobre del 1948 per reati di stampa.

Un’altra condanna a morte gli venne in inflitta per aver violato la terza risoluzione del 21 marzo 1949. Tuttavia le condanne a morte non vennero mai eseguite a causa della protesta pubblica del popolo greco in tandem con la sollevazione dell’opinione pubblica internazionale. La condanna a morte venne commutata in una pena di carcere a vita nel 1950. Stupisce il fatto che quel suo gesto eroico che segnò il passo nei confronti dei nazisti nel corso degli anni sia stato ricambiato dal suo Paese con un’odissea giudiziaria improntata alla contrapposizione ideologica politica.

Il 3 agosto 1951, quando si stavano compilando le liste elettorali per l’imminente chiamata alle urne, Glezos venne scelto nonostante fosse prigioniero e fu eletto al Parlamento sotto la bandiera della Sinistra Democratica Unita, Eda, un partito nato appena un mese prima. La sua elezione coincise con dodici giorni di sciopero della fame: protestava per il rilascio di dieci prigionieri esiliati, di cui poi sette furono richiamati in patria proprio a seguito della sua mobilitazione. Nel 1954 venne eletto membro della segreteria organizzativa del partito, ma quattro anni dopo ricominciarono i suoi guai giudiziari. Nel 1958, durante il Governo di Konstantinos Karamanlis, Glezos insieme ad alcuni altri colleghi venne arrestato perché accusato di spionaggio. Dopo l’ennesima dimostrazione di piazza del popolo greco fu rilasciato il 15 dicembre 1962.

Per coincidenza, poco prima del suo processo, scoppiò una controversia tra la polizia e le autorità giudiziarie intorno all’attività di contrabbando messa in pratica dal criminale di guerra nazista Kolves Gunter. Questi fu arrestato dagli agenti di polizia ellenica, ma poche ore dopo fu rilasciato, anche se non vi era stata alcuna richiesta da parte del Governo tedesco orientale di liberare i criminali di guerra.

La conseguenza immediata fu lo scoppio di uno scandalo con effetti diretti sul processo di Glezos. La tensione tra la sinistra e il Governo Karamanlis lo rafforzò, anche se il Governo si assunse la responsabilità della fuga di Kolves. Più in particolare, la sinistra accusò il Governo di scherno e di aver perseguitato Glezos mentre lasciava a piede libero un criminale di guerra. La mobilitazione internazionale è stata una costante per Glezos.

Il Comitato Internazionale per la difesa aveva sede a Parigi, presieduto dal vecchio uomo politico francese Paul Bonkour. Tra i soci fondatori c’era il francese Jean Paul Sartre che ebbe un ruolo decisivo in occasione del grande processo contro Glezos, eroe nazionale ma perseguito proprio nella sua stessa patria. Il 9 luglio 1959 l’Alta Corte Militare di Atene fu chiamata a decidere, mentre Atene veniva invasa in quei giorni da avvocati stranieri, rappresentanti di organizzazioni internazionali e giornalisti richiamati dall’evento unico. Il processo si svolse nel vecchio edificio dell’Accademia militare. Gli imputati giunsero alla corte marziale con le manette in bell’evidenza. La vigilia del processo fu segnata dal primo intervento diretto e ufficiale da parte dell’Unione Sovietica.

Il Presidente del Soviet Supremo, il Maresciallo Vorosilof, con un messaggio al Re Pavlos di Grecia intese esprimere preoccupazione per la sorte di Glezos.

Il vice Ministro degli Esteri Skeferis, in occasione di un incontro con l’ambasciatore sovietico, ebbe a dire che il Re non poteva intervenire nella questione, e questo perché la Costituzione greca vietava espressamente il suo coinvolgimento nelle decisioni in materia di giustizia. Allo stesso tempo, il Primo Ministro Konstantinos Karamanlis dichiarò la sua sorpresa per la mobilitazione del comunismo straniero in quel processo di spionaggio e annunciò che la giustizia greca era indipendente, imparziale e che quindi non avrebbe accettato alcuna interferenza esterna.

La maggior parte dei convenuti negò ipotetici legami e difese la politica del Partito Comunista. Chiamato a deporre dalla Corte, l’imputato Manolis Glezos sostenne che l’accusa era infamante e mirata solo a colpire il partito e l’organo giornalistico da lui diretto. Il 22 luglio la Corte Militare annunciò la sua decisione sulla sorte degli imputati: a Voutsas e Trikalinos ergastolo per spionaggio; a Syngelakis e Karkagiannis undici anni di carcere e cinque anni di deportazione; a Ragouzaridis e Manolis Glezos cinque anni di carcere, la deportazione per quattro anni e otto anni di privazione dei diritti politici.

Ma furono ancora una volta le veementi sollevazioni estere di intellettuali, politici e giornalisti non greci a giocare un ruolo decisivo, così Glezos venne rilasciato il 15 dicembre 1962 come conseguenza delle proteste pubbliche in Grecia e all’estero. In suo onore il servizio postale sovietico rilasciò nel 1959 un francobollo commemorativo con impresso il suo volto.

Durante la sua carcerazione, Glezos fu rieletto deputato al ballottaggio del 1961. In occasione del colpo di stato del 21 aprile 1967 venne arrestato all’alba, insieme al resto dei leader politici di sinistra e detenuto per quattro anni consecutivi in svariate carceri, come Goudi, Pikermi, Gyaros, Partheni, Leros e infine a Oropo da dove fu rilasciato nel 1971 dopo la generale amnistia. In totale Glezos è stato condannato ventotto volte per le sue convinzioni politiche di cui tre volte a morte. Il tempo complessivo trascorso nelle carceri elleniche ammonta a undici anni e cinque mesi, mentre quattro anni e sei mesi è il tempo passato in esilio all’estero. È scampato nove volte ad altrettanti tentativi di omicidio.

È stato eletto nel collegio di Atene alle elezioni parlamentari del 1981 e del 1985, in cui il suo partito, l’Ecn, decise di collaborare con i socialisti del Pasok. Nel 2002 ha fondato il gruppo politico Cittadini Attivi che, in collaborazione con la Coalizione e gli altri piccoli partiti di sinistra, con uiti nel movimento Syriza, ha preso parte alle elezioni parlamentari del 2004. Sin dall’inizio della crisi greca ha offerto il suo contributo ideologico contro i memorandum imposti dalla troika, fino a scendere personalmente in piazza con il suo compagno di sempre, il celebre compositore Mikis Theodorakis.

Il 5 marzo 2010, a causa delle sostanze chimiche spruzzategli in faccia dalla polizia antisommossa durante lo sciopero contro le misure imposte dalla troika per affrontare la crisi economica, ha avuto grossi problemi respiratori. Nel maggio 2012 è stato eletto deputato di Syriza, ma la sua attività politica non si è fermata al seggio in Parlamento. Glezos si è dedicato a un’altra battaglia che risale ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, come se in qualche modo intendesse proseguire quel gesto memorabile che lo ha reso famoso settantadue anni fa: è diventato Presidente del Consiglio Nazionale che chiede alla Germania la restituzione dei danni di guerra alla Grecia. Che i denari riparatori dei danni post secondo con itto mondiale non siano mai arrivati nelle casse di Atene è cosa risaputa. Ma dal novembre 2012 proprio su spinta di Glezos, il Ministero delle Finanze greco ha deciso di fare sul serio per ottenere quel risarcimento. Il vice Ministro dell’Economia greco ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. E con essi proporre ai rappresentanti di Bce, Ue e Fmi una sorta di integrazione al pacchetto di salvataggio contenuto nel memorandum.

I fatti: Hitler invase la Grecia nell’aprile 1941, saccheggiandola e devastandola in lungo e in largo. Ha scritto la Croce Rossa Internazionale nel suo rapporto ufficiale sulla questione che tra il 1941 e il 1943 almeno 300mila cittadini greci morirono letteralmente di fame, in virtù proprio di quelle razzie da parte dei tedeschi. Inoltre sia la Germania che l’Italia, oltre a pretendere cifre elevatissime per le spese militari, ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito un prestito d’occupazione, consistente in 3,5 milioni di dollari. Lo stesso Führer riconobbe in quella circostanza il valore legale del prestito e avallò il risarcimento, ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 qualcosa andò storto e alla Grecia furono riconosciuti 7,1 milioni di dollari come risarcimento, invece dei 14 richiesti.

E mentre l’Italia ripagò regolarmente la propria parte del prestito, la Germania si ri utò costantemente di farlo. Come se le riparazioni post belliche non fossero necessarie. A quanto ammonta oggi quella cifra? Prendendo come metro di valutazione l’interesse medio dei Buoni del Tesoro Americani dal 1944 (il 6%) ballerebbero cifre enormi: 163,8 miliardi di dollari per l’occupazione e 332 miliardi di dollari per i danni. E secondo un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla, la Germania dovrebbe corrispondere alla Grecia 575 milioni.

Certo, per dirla con le parole di chi quella richiesta l’ha avanzata molto tempo prima dell’articolo pubblicato sul Financial Times Deutschland, con petizioni che hanno chiamato a raccolta intellettuali, storici e giornalisti, la Grecia per anni è servita da pied à terre mediterraneo con prestiti massicci delle banche, con la telefonia in mano alla Deutsche Telekom, con l’aeroporto di Atene realizzato dai tedeschi, con i trasporti marittimi, con le commesse militari.

Il Governo tedesco ritiene che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione e considera la materia estremamente sensibile, temendo che possa danneggiare i rapporti con il creditore più importante d’Europa. Il primo lavoro dei tecnici ha riguardato il recupero di tutte le cartelle con i documenti e il loro salvataggio. Una volta riunificati nella sede del Tesoro, è stato chiesto l’aiuto di specialisti dell’Archivio Generale dello Stato per la manutenzione e la classificazione condotta con metodologia specifica. Il contenuto di ciascuna cartella, con circa 240-300 pagine di dati e documenti, è stato messo a disposizione di ricercatori e storici. Il prossimo passo è la digitalizzazione dell’intero archivio. Delle 761 cartelle si sa che il 14% risale al primo conflitto mondiale, e il restante al secondo.

Del tema, oltre allo Spiegel, si è occupato anche il giornale tedesco Tassespiegel. E secondo il sito web di Deutsche Welle, “nessun altro come la Germania ha distrutto tanto in Grecia: centotrentamila civili morti, donne e bambini giustiziati per rappresaglia; settantamila ebrei ammassati in campi di concentramento, trecentomila subirono congelamenti e morirono di fame perché i tedeschi confiscarono loro cibo; distrutto il 50% delle infrastrutture del Paese e il 75% del settore industriale di allora”. Ma nello stesso articolo si descrive il dilemma del Primo Ministro greco Samaras.

“Se il Governo greco rinuncia alle pretese, poi in Grecia ci sarebbero ondate di indignazione. D’altra parte, Antonis Samaras non vuole gravare il suo rapporto con la Merkel, che tanto faticosamente ha restaurato di recente, chiedendo miliardi”. Ma, è il macro dato di questa faccenda, il coraggioso Glezos settantadue anni dopo quell’impresa sull’Acropoli, ne ha avviata un’altra: costringere la Germania a restituire il dovuto alla sua Patria. Quando si dice un eroe per sempre.

 

Twitter@FDePalo

 

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