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Prima, durante e dopo la conferenza (farsa) di Ginevra su Cipro

Scritto da Dimitri Deliolanes on . Postato in Kosmos

Prevedibile il fallimento del vertice internazionale su Cipro il 12 gennaio a Ginevra. Un incontro convocato non in vista di un accordo ma per esercitare pressioni affinché si arrivi a un accordo, secondo una prassi consolidata. Anche il successivo incontro tra tecnocrati ed “esperti”, la settimana successiva a Mont Pelerin, sempre in Svizzera, si è limitato ad una mera registrazione delle posizioni delle due parti riguardo alla questione di Cipro.

In sostanza, gli esperti si sono riuniti solo per dare una parvenza di continuità nel processo negoziale, malgrado le difficoltà incontrate in ogni passo. Non è quindi per niente probabile che ci sia un’accelerazione dei negoziati nel futuro prossimo. 

Come è noto, a Ginevra si è raggiunta la punta di una trattativa trascinata da molti decenni ed entrata nel vivo sostanzialmente nel 2015, quanto la comunità minoritaria turco- cipriota (18-20% della popolazione totale) ha eletto come suo leader Mustafa Akinci, un politico progressista ed europeista che aveva dato segni di apertura e dialogo all’epoca in cui era sindaco della parte turca della capitale Nicosia.

La comunità turco-cipriota vive concentrata nella parte nord dell’isola, occupata dall’esercito turco dopo l’invasione dell’estate 1974. Esercitando il suo controllo su circa un terzo dell’isola, la Turchia ha anche proceduto alla pulizia etnica, espellendo la popolazione maggioritaria greco-cipriota, mentre si accordò con il governo di Nicosia perchè ai turco- ciprioti che si trovavano nei territori liberi della Repubblica di Cipro fosse permesso di raggiungere i territori occupati del nord. Si sono create così due territori omogenei dal punto di vista etnico, con il nord permanentemente presidiato da ingenti forze militari di Ankara, calcolate a circa 35- 40 mila uomini. Avendo ottenuto due territori etnicamente omogenei, Ankara promuove una soluzione federale, alla fine accettata dalla parte greco-cipriota. 

Nei negoziati i greco-ciprioti sono rappresentati dal Presidente della Repubblica di Cipro Nicos Anastasiades, eletto nel 2013 su un piano di rilancio del processo di riunificazione dell’isola, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il Palazzo di Vetro è attualmente rappresentato da Espen Barth Eide, ex ministro degli Esteri norvegese e ora inviato speciale del Segretario Generale. 

A Ginevra, l’inviato speciale dell’ONU non si è limitato a registrare le posizioni delle due parti ma ha anche presentato alcune formulazioni diplomatiche che avrebbero dovrebbero convincere il governo di Atene ad accettare “un certo grado” di presenza militare turca sull’isola dopo l’unificazione e anche “un certo grado” di garanzie da parte di Ankara. La questione della permanenza di militari turchi dopo l’unificazione come quella delle garanzie sembrano attualmente il maggiore ostacolo per arrivare un accordo. 

Per garanzie si intende la continuazione della formula sulla quale si è basato l’accordo sull’indipendenza di Cipro dalla Gran Bretagna nel 1960. Allora si stabilì che tre paesi, la Grecia, la Turchia e la Gran Bretagna stessa, sarebbero state le “potenze garanti” dell’indipendenza dell’isola. Nel 1974 però la Turchia usò unilateralmente il suo status di “potenza garante” per invadere Cipro. In una prospettiva di riunificazione dell’isola, Atene, ma anche Londra, sono pronte a rinunciare al loro status e abolire ogni tipo di garanzie, ritenute incompatibili con l’appartenenza della Repubblica di Cipro all’Unione Europea.

Per la verità, molto prima dell’incontro di Ginevra, il Presidente di Cipro aveva presentato a Eide un non paper in cui vi si potevano sorgere delle aperture sulla possibilità che ci fosse una certa presenza militare turca, limitata nel tempo, dopo la riunificazione. E’ su questo appiglio che si è basato Eide, sostenuto dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, per promuovere le sua formulazioni diplomatiche.

Per Atene però rimane inammissibile tollerare sia la presenza di truppe straniere sia la perpetuazione dello status delle garanzie in caso di riunificazione dell’isola. Il governo di Alexis Tsipras, inoltre, è riuscito a far convogliare su questa tesi anche tutte le forze di opposizione, creando un raro quanto forte spirito di unità nazionale su questo punto.

La tesi intransigente di Atene è stata a lungo sottovalutata dall’inviato speciale dell’ONU ma anche dalle potenze interessate alla questione, in primis Londra e Washington, abituate per decenni ad avere a che fare con governi greci pronti ad accettare ogni compromesso, per quanto doloroso, pur di compiacere i potenti partner occidentali.

Solo a pochi mesi prima della conferenza di Ginevra, in alcune capitali occidentali si sono accorti che il ministro degli Esteri greco Nikos Kotzias non si sarebbe accontentato di vaghe formule diplomatiche pur di salvare le apparenze, ma era disposto a sostenere fino in fondo la tesi di Atene: nessuna riunificazione era concepibile in presenza di truppe turche e di garanzie straniere.

A quel punto è sceso in campo il Dipartimento di Stato americano, in un tentativo di scavalcare il ministro degli Esteri greco: il vice Presidente di Obama, Joe Biden ne ha parlato con Tsipras mentre passava all’azione la dinamica e poco diplomatica sottosegretaria agli Esteri Victoria Nuland, facendo la spola tra Atene, Nicosia e Ankara per tutta la seconda metà del 2016.

Nuland ha fortemente esercitato la sua influenza anche su Eide, prospettandogli un ambito di accordo in cui tutte le divergenze tra le parti (non solo il problema centrale delle truppe e delle garanzie straniere, ma anche l’alternanza tra greco- ciprioti e turco- ciprioti alla presidenza, le libertà di circolazione e di stabilirsi di tutti i cittadini, le proprietà dei greco- ciprioti usurpate al nord e molte altre) sarebbero state oscurate con vaghe formulazioni diplomatiche.  

L’amministrazione Obama su Cipro ha ritenuto di seguire il vecchio percorso già tracciato da Londra fin dalla metà del secolo scorso. Ottenere una soluzione qualsiasi che funzioni da toppa su questo focolaio di crisi. Non importa se tra qualche decennio la crisi scoppi di nuovo, l’importante è sopire e regolare in qualsiasi modo. Una soluzione qualsiasi significa anche assecondare il giocatore più forte, cioè Ankara, ed esercitare pressioni sul giocatore più debole, cioè i governi di Cipro e di Atene. E’ su questa base nel 1960 che è stato concesso alla Turchia di avere diritti sulla Repubblica di Cipro, è su questa base che l’invasione, l’occupazione militare di un paese indipendente sono state tollerate ed è su questa base che si stava muovendo Eide, su indicazioni della Nuland.    

Anche il Presidente di Cipro non si è distanziato dai suoi predecessori: ha infatti ritenuto di tenere seriamente in conto le indicazioni di Washington, nella convinzione che man mano che passano gli anni e i decenni, l’occupazione del nord dell’isola si consolida e la prospettiva di riunificazione si allontana. Bisogna aggiungere che già nel 2004 Anastasiades aveva sostenuto il piano per Cipro presentato dall’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan, poi bocciato a grande maggioranza dalla comunità greco- cipriota.

Insieme con lui si erano schierati importanti organi di stampa e ambienti politici di Nicosia che tuttora continuano a desiderare una rapida soluzione, anche rispolverando le indicazioni del defunto piano Annan. Proprio questi ambienti, presenti sia nella destra che nella sinistra dello schieramento politico cipriota, hanno lanciato durissimi attacchi contro Kotzias, accusandolo di “nazionalismo” e di “scarsa volontà ad arrivare a una soluzione”. Lo stesso hanno fatto anche gruppi “internazionalisti” all’interno di Syriza che, a suo tempo, avevano anche loro sostenuto il piano Annan.

Una volta depositato il citato suo non paper, Anastasiades si è attivato, con una fitta serie di incontri e di colloqui telefonici con Tsipras, nel tentativo di spostarlo verso le tesi. Secondo informazioni della stampa ateniese, le telefonate del Presidente cipriota non cadevano nel vuoto, visto che Tsipras è rimasto per un certo periodo sospeso tra il sostegno verso la tesi del suo ministro degli Esteri e quello verso Anastasiades. 

Il premier greco, è noto, proviene da una cultura politica, come quella della sinistra radicale greca, che tendeva a sottovalutare i tanti problemi di convivenza con un vicino difficile come la Turchia. Egli inoltre non conosceva a fondo la complessa questione di Cipro. Aveva ritenuto quindi opportuno tenere una posizione di mediazione.

Kotzias, da parte sua, aveva reso chiaro anche al premier che non avrebbe accettato in alcun modo diritti di garanzia da parte di Ankara. Tsipras sa che il suo ministro, ex professore di relazioni internazionali, è un osso duro dal carattere difficile, ma ritiene che abbia fatto un buon lavoro nel campo della presenza internazionale del paese. Per questo motivo, nell’ultimo rimpasto di governo, agli inizi di novembre, Kotzias è rimasto stabilmente al suo posto.

Il premier greco quindi si è spostato gradualmente verso la tesi di Kotzias, convinto che la Repubblica di Cipro non può tollerare nè la presenza di militari nè garanzie straniere. Alla fine di novembre, dopo l’ennesimo incontro tra Tsipras e Anastasiades, il premier greco ha dichiarato pubblicamente  che la conferenza di Ginevra avrebbe potuto tenersi solo se Erdogan si fosse mostrato pronto a modificare le sue posizioni su questa questione centrale. La riposta di Erdogan è stata quella di ribadire la tesi turca, che l’esercito di Ankara non si sarebbe ritirato e che le garanzie erano necessarie “per la sicurezza dei turco- ciprioti”. Per Tsipras quindi non solo non si poneva la questione di partecipare all’incontro di Ginevra, ma anche la sua organizzazione sembrava non avere senso.

Il primo dicembre Anastasiades accettò di partecipare a un pranzo di lavoro sulla linea del cessate il fuoco a Nicosia. A sorpresa, in quella occasione si è accordato con Eide e Akinci per accendere luce verde alla convocazione della conferenza internazionale di Ginevra, con la partecipazione, oltre ai “tre paesi garanti” (a livello di ministri degli Esteri), anche del segretario generale dell’ONU e dell’Unione Europea nel ruolo di osservatore. Con questi presupposti, il fallimento di Ginevra era facilmente prevedibile e fin dalla vigilia la responsabilità gravava per intero sull’intransigenza turca, che non ha voluto neanche discutere di militari e garanzie.

A Ginevra c’è stato anche un episodio illuminante del grado di equidistanza tenuto dall’inviato ONU nel seguire alla lettera le istruzioni del Dipartimento di Stato. Nel corso di uno degli incontri, Kotzias ha parlato, in presenza del segretario generale Antonio Guterres, di “esercito turco di occupazione”. Eide lo ha subito interrotto, sostenendo che nessuna deliberazione dell’ONU non riporta questa formulazione. Come risposta, Kotzias ha depositato una risoluzione dell’Assemblea Generale del 1983 in cui si parla esplicitamente di “esercito turco di occupazione”. “Come funzionario delle Nazioni Unite lei ha il dovere di essere a corrente di tutte le sue deliberazioni”, ha aggiunto.

L’episodio ha impressionato Guterres, nella sua prima importante missione. La vendetta di Eide è arrivata attraverso alcuni articoli sulla stampa anglosassone e turco- cipriota in cui si sosteneva che lo stesso segretario generale avrebbe chiesto a Tsipras di escludere Kotzias dai futuri colloqui, in quanto elemento “intransigente” e “interlocutore difficile”. Informazioni subito smentite dal segretario generale dell’ONU.

Nella successiva riunione degli “esperti”, la Turchia non solo è rimasta ferma sulle sue posizioni, riguardo alla “necessità di mantenere truppe e garanzie a Cipro”, ma ha anche avanzato la richiesta che, in caso di soluzione del problema di Cipro, i cittadini turchi abbiano tutti di diritti dei cittadini ciprioti: ingresso senza visto, abolizione del permesso di soggiorno, libertà di lavoro etc. Una richiesta che la dice lunga su come Ankara concepisce l’unificazione dell’isola.

D’altronde, già all’indomani del fiasco di Ginevra Erdogan aveva chiarito che non aveva alcuna intenzione di ritirare le sue truppe dall’isola. Il suo consigliere Yigit Bulut ha espresso con grande chiarezza le intenzioni di Ankara: “Coloro che preparano piani sulla carta e sognano di dividere la madrepatria turca da Cipro, isola che ci siamo presi grazie al sangue dei nostri eroi, devono venire qui e farci vedere se sono pronti a pagare lo stesso prezzo di sangue”. Da notare che si tratta dello stesso Bulut che periodicamente minaccia di sospendere l’accordo con l’Unione Europea sui profughi, che ha denunciato un presunto complotto internazionale per uccidere il Presidente turco con “telecinesi” e che ha accusato gli chef stranieri in Turchia di essere spie.

In sostanza, malgrado le successive divergenze con l’ex premier Ahmed Davutoglu, Erdogan rimane strettamente allineato alle indicazioni su Cipro che dava lo stesso Davutoglu nel suo libro del 2002 “Profondità Strategica”, quando ancora era un professore che teorizzava un futuro ottomano per la Turchia:

“La questione di Cipro non è una delle solite divergenze nazionali tra la Turchia e la Grecia, nè uno dei tanti punti di frizione tra i due paesi. L’importanza della posizione dell’isola dal punto di vista geostrategico è cruciale, indipendentemente dalla popolazione che ci vive. Anche se non ci fosse neanche un turco musulmano sull’isola, la Turchia comunque avrebbe dovuto sollevare una questione di Cipro. Nessun paese può rimanere indifferente verso un’isola del genere, collocata nel cuore del suo spazio vitale”.  

Con questi presupposti, i sostenitori di una soluzione “rapida anche se impefetta” perdono rapidamente punti. Eide continua la sua opera di sostegno delle “imprecisioni costruttive”, ma i rapporti dell’Occidente con la Turchia sono sempre più distanti e nessuno sa come la pensa il nuovo inquilino della Casa Bianca. La soluzione, a quanto sembra, o sarà vera, equa e duratura oppure tarderà ancora a lungo.        

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