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Migranti, Siria e geopolitica: il poker di Erdogan e i silenzi dell'Ue

Scritto da Silvio Cabarno on . Postato in Politikì

Il presidente turco Erdogan sta provando ad estorcere denaro all’Ue ma nessuno lo arresta. Usa mezzi meschini e deprecabili; sta cacciando dai centri di accoglienza del suo paese migranti e profughi.

Con molti dei profughi che spinge verso i confini di una nazione molto più piccola e povera di quella della quale egli è dittatore, condivide una comunanza storica di almeno cinque secoli e lo stesso credo religioso a proposito del quale si era erto a protettore alcuni mesi fa.

Molti di quei migranti scappano dalla Siria che egli ha di recente invaso e sul quale il suo esercito combatte, uccidendo militari e cittadini connazionali di quei profughi che in quella nazione ci tornerebbero se la guerra cessasse.

Oggi chiede altri soldi all’Ue per rinunciare a cacciare migranti e profughi che, gli piaccia o meno, erano già ospitati in strutture del suo paese e che da esse si sono mossi in massa per partire solo perché il governo turco gli ha spinti a farlo, illudendoli con la menzogna di frontiere aperte verso Bulgaria e Grecia per tutti voi.

Accortosi che la sua azione illecita non sta raggiungendo il successo atteso, ha deciso di pressare con la forza del suo esercito e degli agenti dei corpi scelti della sua polizia, una marea di gente (a suo dire circa 130.000 tra uomini, donne e bambini) oltre il confine di un altro Stato che, legittimamente, prova a respingere persone; le quali, va ribadito, in questo momento non fuggono da una guerra ma sono spinte a lasciare i centri di accoglienza in cui erano da mesi in attesa di rientrare, un giorno, nella loro terra di origine e dagli affetti che hanno lasciato. Spingerli a disperdersi nel mondo vuol dire darla vinta a coloro dai quali costoro fuggivano, non condividendo il modo con cui costoro (che fossero Bashir Assad, ribelli antigovernativi o milizie islamiche) reggevano o avrebbero voluto governare la Siria.

E i militari e le presunte forze dell’ordine al suo servizio, dopo aver fornito cesoie per tagliare le recinzioni di confine greche e imbarcazioni per attraversare il mare (non pare che trattasi di strumenti che comunemente abbondino in centri di accoglienza o che povera gente in marcia dal confine siriano abbia pensato bene di portarsi da casa in fuga) da stanotte sparano ai loro colleghi stranieri (colleganza non solo per la comune professione ma, di più, per la stessa appartenenza alla Nato), la cui unica colpa è comportarsi come farebbero loro, a parti invertite; solo che oggi i militari e gli agenti turchi sono gli artefici principali di reato, quello di favoreggiamento: reale, se si considerasse il loro contributo a far sì che il loro boss persegua il suo obiettivo di ottenere il denaro preteso oppure quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il quale prevede che 'chiunque promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito'.

Mandar via quelle persone dal paese più prossimo alla loro terra d’origine e, nel frattempo, continuare a occupare una porzione della terra da cui costoro provengono, uccidendo militari e civili conterranei di quei disperati che egli usa per estorcere denaro è un comportamento che ha rari precedenti nella storia e di cui dovrebbero tener conto tutti i capi di Stato che negli incontri ufficiali gli stringono la mano. Promuovere lo sradicamento di popolazioni dal luogo natio per, probabilmente, un giorno sostituirle con altre aliene per legittimarne l’occupazione è, purtroppo, un film già visto grazie ad altri predecessori di Erdogan: accadde tra il 1912 e il 1922 con gli armeni e le popolazioni di origine greca del Ponto, di Efeso, Smirne e Costantinopoli, e da ultimo con i ciprioti a seguito dell’invasione dell’isola del 1974 ancora ad oggi illecitamente occupata da forze armate turche per una metà del suo territorio.

Un grande nazione come la Turchia e un grande popolo come quello turco non meritano di essere ricordati per fatti di questo genere che, per colpa di alcuni, ne oscurano il ruolo di protagonista della Storia per almeno un millennio. La Siria è martoriata da anni di guerra, prima per i ribelli che speravano di liberarsi del loro dittatore, poi a causa dei terroristi che volevano sostituire con il loro, il regime esistente. Ma sino a quando la guerra è un fatto interno, allora l’Onu non ha titolo di intervenire; adesso, però, c’è l’esercito di uno Stato sovrano, la Turchia, che ha invaso e combatte l’esercito di un altro Stato sovrano, la Siria, e, quindi, i presupposti per il pronunciamento del Consiglio di Sicurezza ci sono tutti.

Ma ciò non accadrà, perché Erdogan, ha, con sospetto tempismo, rinsaldato il suo rapporto con una delle cinque potenze, la Russia, che hanno il potere di apporre il veto alle decisioni del Consiglio di Sicurezza. E né gli Usa, in questo momento storico e con l’attuale amministrazione hanno la forza politica e morale di fermare quello che sta accadendo in quella parte del mondo, dopo aver abdicato a un qualsivoglia ruolo di protagonista in quello scacchiere dopo il loro voltafaccia a danno dei curdi.

E mentre l’Alto rappresentante dell’Ue non incide più di tanto e l’Unione Europea non prende con forza e senza indugi posizione contro chi l’accusa di aver infranto i patti (affermazione grave se fosse vera e a proposito della quale, pretendiamo, da cittadini europei, di conoscerne il perché) e, in ogni caso, ritiene di poter esercitare arbitrariamente le sue presunte ragioni ricattando l’Ue attraverso le minacce e l’aggressione ai confini di un suo stato membro, una parte dell’opinione pubblica mette sul banco degli imputati un paese di 10 milioni di abitanti che, se accogliesse improvvisamene 130.000 persone aumenterebbe la sua popolazione nel breve volgere di qualche giorno, del 1,3%.

Fare entrare così tanta gente, in un così breve lasso di tempo, in un paese afflitto dalla nota crisi economica e soggetto all’osservanza di rigide misure finanziare che, in particolare, incidono sul suo sistema sanitario e di welfare, e purtroppo, colpito anch’esso dal corona virus, vuol dire, senza dubbio, condannare quelle 130.000 persone a vivere molto peggio di come vivevano nelle strutture comunque sia già esistenti sul suolo turco.

La povera isola di Lesbo ha in tutto 80.000 abitanti circa e sul suo suolo sono già presenti oltre ventunomila profughi che, non potendo essere ospitati nel locale campo di accoglienza, occupano case di campagna non abitate e chiesette, cercando di vivere come possono, a scapito delle povere risorse e proprietà degli abitanti del luogo. Greci di Lesbo e migranti, dunque, entrambi vittime di una situazione che nessuno dei due ha contribuito a creare. Quale cittadina italiana di pari popolazione potrebbe accogliere come minimo 2000 persone in più nel giro di 2 o 3 giorni? Dove ospitarle, nutrirle, vestirle o curarle?

E adesso il Sultano prova a blandire il governo greco invitandolo a lasciare passare i migranti, tanto quella povera gente non vuole restare in Grecia ma raggiungere le altre nazioni di Europa; sottile strategia per garantirsi il conseguimento dell’auspicato profitto.

C’eravamo illusi, vedendo i film di James Bond, che i criminali che minacciavano il mondo o una sua parte in cambio di denaro, venissero sconfitti e puniti; e la gente, di solito, tifava per chi quel criminale lo fronteggiava. Oggi scende in piazza contro la Grecia affinché la tattica criminale sia coronata dal successo.

 

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