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Si siederanno mai Grecia e Germania ad un tavolo per trattare i danni di guerra?

Scritto da Enzo Terzi on . Postato in Politikì

La Germania aveva contratto un debito per i danni provocati a seguito della prima guerra mondiale pari a  26 miliardi di euro come stabilito dai vincitori (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) durante il Trattato di Versailles il 28 giugno 1919. La  somma richiesta dagli alleati era stata di  226 miliardi di Reichmarks, poi ridotti durant le trattative a 132 miliardi di Reichmarsks. 
Il 3 ottobre 2010 la Germania ha terminato di pagare questo debito. Dopo 92 anni e l’ulteriore riduzione (che si aggirò intorno al 50%) che venne firmata in occasione del Trattato di Londra l’8 agosto 1953 (Abkommen über deutsche Auslandsschulden e Londoner Schuldenabkommen), con il versamento di 69,9 milioni di euro, questo capitolo venne estinto. (cfr. www.stern.de/politik/geschichte/rueckzahlung-abgeschlossen-deutschland-hat-keine-kriegsschulden-mehr-1609987.html)
 
Stabiliamo in sede di premessa un principio.  Cosa è una riparazione per danni di guerra?
 
“i danni patrimoniali che un conflitto armato produce a soggetti privati o pubblici differenti dallo stato, e, nel diritto internazionale, le indennità, dette anche indennità di g., riparazioni di g., dovute da uno stato a un altro stato, in seguito a una guerra svoltasi tra essi, a titolo di risarcimento per le perdite subìte dal secondo durante le operazioni belliche e per effetto di queste (nella pratica, l’obbligo del risarcimento è previsto soltanto per lo stato che subisce il trattato di pace, non per gli stati vincitori che lo dettano, i quali impongono il risarcimento mediante apposite clausole contenute nel trattato stesso)” (cfr. Enc. Treccani)
 
Curioso a questo proposito leggere quanto stabilito dalla Convenzione internazionale dell’Aja del 1907 (http://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20041031202458.pdf) o, in alternativa, le leggi che attualmente sono in vigore in Italia a titolo di esempio (www.prassi.cnr.it/prassi/content.html?id=2907)
 
Ebbene la questione che riguarda i danni di guerra prodotti dalla Germania del Terzo Reich è questione tutt’altro che conclusa, tanto più per ciò che riguarda la Grecia.
Uno dei più grandi ostacoli che fu posto sin dall’inizio e che servì all’allora Germana Federale, quella dell’Ovest) a dilazionare i tempi fu che doveva considerarsi egualmente responsabile la Germania dell’Est alla quale, in virtù della cortina di ferro e della sua appartenenza al Patto di Varsavia, nulla poteva esigersi. Inoltre era necessario che fra le due germanie esistesse unicità monetaria e che fossero unificate. Tali condizioni si avverarono il 30 agosto 1990, dopo che l’anno precedente, l’11.09.1989 era caduto il Muro di Berlino. Il 12 settembre 1990 venne siglato a Mosca il “Trattato sullo stato finale della Germania” tra le due germanie ed i vincitori della seconda guerra mondiale, Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Unione Sovietica (tra l’altro tale trattato dal 2011 è nell’Elenco delle Memorie del Mondo dell’UNESCO).
 
Sistemata dunque la ponderosa querelle di carattere politico ma  anche giuridico e non del tutto infondata in definitiva, fu possibile adire per via ufficiale alla discussione sui danni di guerra.
 
I danni che in virtù delle leggi internazionali vigenti la Grecia avrebbe potuto richiedere alla Germania si suddividono in:
 
- danni monetari per il forzato prelievo preteso durante l’occupazione corrispondente, secondo una stima fatta da una apposita commissione dell’attuale governo greco, a circa 54 miliardi di Euro. Ciò in relazione ad prestito forzoso che le fu imposto dai tedeschi. A ciò deve aggiungersi il pagamento mensile imposto per il sostentamento dell’esercito tedesco, di 25 milioni di Reichmarks a partire dal 28 settembre 1941 fino alla fine della guerra (nella valuta di allora, secondo Mark Mazower, docente di Storia alla Columbia University, si trattò di 476 milioni di Rechmarks, come riportato nel suo trattato: “Inside Hitler’s Greece.The experience of occupation, 1941-1944”). Tale importo pagato mensilmente ammonta  a circa ulteriori 10 miliardi di euro dopo una stima in dollari eseguita nel 1995. Va precisato tuttavia che secondo la citata convenzione dell’Aja del 1907 un paese occupato è sì tenuto al sostentamento dell’esercito occupante ma ha anche poi diritto al rimborso di tali cifre. In effetti due rate di questo prestito forzoso mensile furono inizialmente dai tedeschi ripagate. L’Italia ha riconosciuto poi successivamente la propria parte di debito ed ha provveduto ad accordi separati con la Grecia.
 
- compensazione alle vittime ed ai loro parenti per danni fisici dovuti ad operazioni non di guerra
- riparazione, in quanto nazione non belligerante, della distruzione delle forze armate: 13.676 morti nell’Esercito, 210 nella Marina e 67 nell’Aviazione, oltre a 42.485 feriti accertati
- massacro di circa 68.000 civili in occasione di 89 massacri: 35.000 circa direttamente dai tedeschi, 25.000 dai bulgari loro alleati e 8.000 dagli italiani durante il loro periodo di adesione all’Asse
- compensazione per i periodi di detenzione in campi di prigionia: 190.000 persone in totale di cui circa 100.000 imprigionati dai tedeschi, 55.000 circa dai bulgari e 35.000 circa dagli italiani 
 
- indennità per la distruzione di circa 409.000 edifici (oltre il 20% degli edifici al tempo esistenti nel paese anche se la stima percentuale è molto sommaria in quanto desunta non da verifiche di tipo catastale)
 
- indennità per la distruzione di oltre 2000 km di ferrovia; oltre 400 locomotive; 70% di ponti, gallerie e tralicci telegrafici; sequestro di 11.658 (accertati) veicoli; 70% della rete stradale resa inservibile, soprattutto durante la ritirata e per i reiterati bombardamenti alleati; strutture portuali e stretto di Corinto resi inservibili; 1.407.821 di tonnellate di flotta distrutte
 
- terreni distrutti, agricoltura ed allevamenti ridotti al 40% della loro effettiva consistenza anteguerra.
 
A questa lista andrebbero sicuramente aggiunti i manufatti antichi risultati mancanti o, in alternativa la loro restituzione.
 
In totale, l’importo della riparazione, secondo la commissione governativa greca ammonterebbe a oltre 162 miliardi di euro (http://it.ibtimes.com/articles/46283/20130409/grecia-germania-riparazioni-guerra-pil.htm). Molte comunque sono state nel corso degli anni le valutazioni, dalla minima che parla di 70 miliardi di euro (ovviamente di fonte tedesca, calcolati da “Die Welt”) fino ai 570 recentemente calcolati dall’economista francese Jacques Depla su cui ci soffermeremo in seguito.
 
Alla base di questa sommarietà di valutazioni che sembrano trovare una loro più certa collocazione nel lavoro documentale e documentato effettuato dalla commissione governativa greca vi è il fatto che, nel 1945 fu chiaro l’intendimento delle forze vincitrici nel voler ricostituire,  attraverso richieste come quelle del trattato di Versailles, una condizione sociale in Germania che, schiacciata nuovamente da un debito che mai avrebbe potuto onorare, potesse nuovamente esplodere nel futuro, favorendo l’ascesa di movimenti che nella ricerca di un riscatto avrebbero emulato il Terzo Reich. La Grecia così come altri paesi fu dunque obbligata ad accettare le condizioni dei vincitori, pur non essendo tra i perdenti ma solo tra le vittime. Estremamente discutibili pertanto le dichiarazioni non lontane del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble rilasciate nella primavera di quest’anno, proprio ad Atene con le quali definiva il capitolo “risarcimenti” un capitolo chiuso e regolamentato dalle precedenti intese, facendo evidente riferimento alla politica pragmatica degli alleati  nell’immediato dopoguerra.
 
In realtà un primo passo la Grecia lo aveva fatto il 24 febbraio 1965 in occasione di una visita dell’allora primo ministro Andrea Papandreou a Bonn, allorché presentò al direttore generale del Ministero delle finanze tedesco, una memoria inerente il prestito forzoso pagato dalla Grecia ai tedeschi. Un nuovo passo, ancora più preciso (riportato con un lungo articolo da Der Spiegel www.spiegel.de/spiegel/print/d-46414881.html) fu fatto in occasione della visita del ministro degli esteri tedesco ad Atene il 12 ottobre 1966 (nella ricorrenza dei 22 anni della ritirata tedesca), al quale venne consegnata dall’allora ministro delle finanze greco, Ioannis Toumbas, una fattura della Banca di Grecia per l’ammontare di 1.328 milioni di marchi (pari circa a 15 miliardi di euro). I tedeschi risposero molto semplicemente che la Grecia era firmataria del Trattato di londra del 1953 che se da una parte regolava l’ammontare dei debiti della prima guerra mondiale, all’articolo 5, in particolare al comma secondo, differiva gli eventuali debiti della seconda guerra mondiale, come segue:
“Art. 5 Crediti esclusi dal presente Accordo […]2.  L'esame dei crediti, derivanti dalla seconda guerra mondiale, di Stati furono in guerra contro la Germania o occupati dalla stessa nel corso di tale guerra e degli attinenti di detti Stati verso il Reich e i servizi o le persone agenti per suo conto, compresi il costo dell'occupazione germanica, gli averi in conto di clearing acquistati durante l'occupazione e i crediti verso le Reichskreditkassen, è differito fino al regolamento definitivo del problema delle riparazioni.” (www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19530026/index.html). La questione fu dunque nuovamente rinviata fino al conseguimento di quelle condizioni essenzialmente politiche cui accennavamo all’inizio della cronistoria. 
La questione del “prestito di guerra” venne nuovamente sollevata dal governo greco nel 1974 attraverso l’allora presidente della Banca di Grecia  Senofonte Zolotas (uomo sfortunato questo che non solo non riuscì nell’intento di far breccia nelle casse tedesche ma non riuscì nemmeno a farsi condonare dagli alleati i debiti prebellici contratti quale parziale risarcimento per il ruolo avuto dal paese durante la guerra).
 
Per rintracciar atti ufficiali occorre andare fino al 1991, a riunificazione delle Germanie avvenuta, allorché, seppur verbalmente, l’allora ministro degli esteri  (oggi premier) Antonis Samaras rivolse al suo omologo tedesco, Dietrich Genscher, la richiesta di mettere sul tavolo delle trattative il problema dei risarcimenti. Il 14 novembre 1995, attraverso l’ambasciatore in Germania, Ioannis Bourlogiannis, l’allora ministro degli esteri (oggi presidente della Repubblica) Karolos Papoulias, su indicazione dell’allora premier Andreas Papandreou , presentò al ministro degli affari esteri, Peter Hartmann, un verbale nel quale si richiedeva l’istituzione di un tavolo negoziale tra i due paesi in merito alla questione irrisolta dei risarcimenti. Il verbale venne da Hartmann respinto.
 
Occorre qui precisare che nel contesto dei trattati dell’Aja del 1960 che la Germania Federale stipulò singolarmente con i ari paesi occidentali, alla Grecia, che ricordiamo non figurava tra i paesi vincitori ma solo occupati, furono offerti 115 milioni di marchi che ad oggi ammonterebbero a circa 1,5 miliardi di euro che ovviamente furono considerati frutto di una inaccettabile forfetizzazione. In realtà la Germania pagò questa cifra rifiutando poi successive condanne che la Corte Suprema Greca intimò allo stato tedesco in virtù di istanze presentate non dallo Stato greco ma da singoli cittadino o da comunità (come ad esempio la condanna al pagamento di 35 milioni di dollari per il massacro di Distomo, comminata nel 1997). 
 
La questione circa la validità delle sentenze emesse dalla Corte Suprema greca è in realtà in Germania molto dibattuta ed anno era tra i suoi sostenitori insigni personalità del mondo economico e giuridico. Di fatto il governo tedesco ha sempre  cercato di trascinare nel tempo la questione senza predisporre una soluzione in virtù, qui va ribadito, della scarsa pressione fatta dal governo greco che, sin dal 1953 in occasione dei trattati di Londra, ritenne opportuno sottostare alle scelte dei grandi vincitori.
 
Oggi, in occasione delle dichiarazioni del cancelliere Angela Merkel che propone a fronte di un colpo di spugna sul debito tedesco la promessa di una nuovo pacchetto di aiuti per 9 miliardi di euro, unitamente all’atteggiamento particolarmente aggressivo della troika con la quale sembra essersi spezzato il tenue filo collaborativo con la compagine governativa greca ed all’assunzione della presidenza in seno alla Comunità europea della Grecia per il prossimo semestre, viene lecito domandarsi se tale apertura non nasconda il timore che la comunità internazionale possa, finalmente,  prendere in considerazione il problema. Certo la Grecia dovrà mostrare una determinazione ben diversa da quella tenuta negli ultimi sessant’anni ma, in definitiva, ridotta come è allo stremo, potrebbe trovare la forza nella disperazione delle sue condizioni.
 
Infine è corretto ricordare come, indipendentemente dall’ammontare di 162 indicato dalla commissione governativa ellenica, dato questo che potrebbe risultare ad osservatori internazionali quanto meno partigiano, siano di supporto valutazioni estranee quali quella di Mazower (precedentemente illustrata) o quella, ancora più penalizzante per lo stato tedesco dell’economista francese Jacques Dipla che, in un rapporto del 2011, indica in 575 i miliardi di euro necessari a risarcire i danni di guerra arrecati alla Grecia, in toto (www.lesechos.fr/22/06/2011/lesechos.fr/0201458716889_jacques-delpla-----l-allemagne-doit-575-milliards-d-euros-a-la-grece--.htm). 
 
Non mancano dunque attendibili e rilevanti rapporti che certo danno forza alle richieste elleniche ma, certamente, non si può pensare che  uno tra i vari Dipla o Mazower si sostituisca allo stato greco nel formulare le proprie richieste. 
 
La risoluzione di tale problema certo risolverebbe, almeno in gran parte laddove si addivenisse ad una seria transazione, la situazione finanziaria del paese. Certo non ne risolverebbe i mali endemici, quelli interni, per i quali non è il denaro che serve ma un nuovo sistema di fare nazione, di essere paese, per costruire una società più cosciente e pronta ad affrontare da protagonista, quale potrebbe essere in molti settori, il proprio futuro. 
 

 

 

 

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