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Dall’asino di Buridano al gatto di Schrödinger: lo spettro di una nuova Animal Farm

Scritto da Enzo Terzi on . Postato in Politikì

 Sono giorni questi, in cui, immersa nell’odore di migliaia di camini accesi, Atene sembra scimmiottare la ben più tradizionale nebbia londinese. Una nebbia che quantunque abbia significati tutt’altro che meteorologici, nondimeno avvolge e assopisce i toni dell’austerità, complice anche il clima familiare, l’unico, autentico, ed oggi più che mai forte sentimento, che ravviva anche le tavole più umili. Sono giorni in cui si consuma l’attesa per un anno nuovo del quale già molto si conosce e del quale non si parla come se fosse  - in un certo qual modo -  possibile allontanarsene. Scarse sono le vendite anche delle predizioni dell’oroscopo, peraltro tutte positive, almeno quelle, come se ognuno avesse ferma coscienza di quanto avverrà. 
 
BURIDANO
Su questa atmosfera di sussurrata felicità casalinga come un velo opalescente, grava il fantasma dell’asino di Buridano. O meglio, di quello che tutti identificano come tale e che invece - come altrimenti poteva essere? -  sarebbe più da chiamarsi come l’asino di Aristotele. In realtà l’asino come tale, impropriamente fatto risalire al filosofo francese Giovanni Buridano, è frutto della tradizione filosofica mentre, la mancata scelta che gli si attribuisce, è da riferirsi “nientepopodimeno” che allo Stagirita.  In una delle sue dissertazioni, il De coelo (2, 295 b 31-34), Aristotele ricordava che secondo taluni, un uomo molto affamato e altrettanto assetato, posto ad uguale distanza da cibo e bevande, rimarrebbe inevitabilmente immobile, incapace di scegliere. La tradizione, forse con intento punitivo e denigratorio, trasformò quell’uomo in asino e da allora l’immagine del quadrupede che messo di fronte a due equidistanti ma uguali mucchi di foraggio, non sapendo quale scegliere, muore di fame, ha soppiantato l’esempio umano. 
Oggi il suo fantasma vaga sopra la capitale ricordando - seppur con discrezione - che forse, se in questi ultimi quattro anni si fosse agito con maggiore umiltà e determinazione, assumendosi la responsabilità di scegliere e, più che altro, di fare, oggi probabilmente i conti economici sarebbero ancora gli stessi ma sicuramente quel sentimento che sempre più assomiglia ad una sorta di rassegnata ed ostinata volontà di sopportare, non sarebbe né così evidente né, tanto meno, costituirebbe - come per molti sembra - la via obbligata da seguire. 
 
LA CATARSI
Ed in questo silenzio che forse solo qualche botto dei più irriducibili riuscirà a spezzare giusto l’ultimo dell’anno ecco che come per magia, l’asino compie la sua tragica catarsi - degno erede del teatro di questi luoghi -  e si trasforma in gatto. Non un gatto qualunque certo, ma in quello di Schrödinger, condannato, fino a quando non verrà sollevato anche l’ultimo velo, a restare in un mondo di transizione, dove vita e morte si condividono equamente e matematicamente la possibilità di rappresentare la verità, l’effettivo stato delle cose. E vi spiego come ciò possa accadere, addomesticando il ben più complesso significato dell’esperimento, senza per questo stravolgerlo, ai miei desideri.
Erwin Schrödinger, il suo inventore, in realtà di tutt’altro si occupava, almeno in apparenza. E fu per confutare una teoria di fisica, che formulò quello che alla storia passerà come il “paradosso del gatto di Schrödinger”. 
Ebbene, si prenda dunque un gatto e lo si riponga in una scatola ermeticamente chiusa. All’interno della stessa si sarà anche predisposta una minuscola sorgente radioattiva e un contenitore di cianuro che verrà rotto da un meccanismo legato a un contatore geiger nel momento in cui dovesse avvenire la disintegrazione dell’atomo ed un’emissione radioattiva. Vista la piccolissima quantità di materiale radioattivo  può accadere - la fisica ce lo dice –che la scissione  atomica si produca, nel qual caso il meccanismo romperebbe il contenitore di veleno ed il gatto morirebbe. Parimenti, proprio per l’esiguità del materiale radioattivo, può anche darsi che la scissione atomica  non avvenga, nel qual caso il gatto resterebbe in vita perché il meccanismo all’interno non romperebbe la fiala di veleno. 
L’unico sistema, dunque, per poter verificare l’accadimento della morte o la prosecuzione della vita è l’apertura della scatola. In caso contrario, ogni ipotesi, in assenza di verifica visiva, può essere valida con lo stesso numero di possibilità. 
 
ATENE-SCATOLA
La città oggi è come se fosse racchiusa in questa scatola. Ed il paese tutto con lei.  Una scatola che sarebbe opportuno aprire ed in gran fretta. Una scatola che dovrebbero aprire coloro che di Grecia parlano senza esserci, fidandosi spesso di dichiarazioni o di numeri o, peggio ancora, di sondaggi. Una scatola che dovrebbero aprire soprattutto gli abitanti di questo paese con un gesto di coraggio che possa permettere di affrontare una volta per tutte i difetti ed i malfunzionamenti. E qualcosa in questo senso - molto poco in verità rispetto a quanto servirebbe - si sta cominciando a fare. Qualche sbirciatina in questo contenitore che spesso troppo assomiglia ad un sarcofago la si vede fuggevolmente dare da qualcuno. Ma non abbastanza da poter in piena luce rendersi conto dello stato delle cose. Nessuno è ancora oggi in grado di dire se il gatto è vivo, oppure è morto o, anzi, aggiungendo un elemento intermedio tra i due, se è moribondo in modo più o meno recuperabile. 
 
CURE E PROMESSE
Dall’esterno le prime occhiate ci sono giunte proprio quest’anno dalle dichiarazioni ufficiali che dalle sedi internazionali alcuni hanno espresso ammettendo come la cura di questi anni presumibilmente abbia portato con sé tanti di quegli effetti collaterali indesiderati da vanificarne, almeno in parte, il risultato. Se anche i numeri sembrano tornare al loro posto, il dissanguamento che è stato operato per arrivarci ha reso il futuro difficilissimo da sostenere. Tutte le cure pesanti e difficili da sopportare si accompagnano ad un sostegno di vitamine e di minerali affinché il corpo possa reggere l’urto terapeutico. Qui, coloro che erano preposti a decidere (governo ed istituzioni internazionali) sembrano essersene dimenticati ed oggi, se anche fosse vero che qualche segnale indichi che il “grande male” è in fase di regressione, lo stesso ci lascia un corpo talmente esausto e privo di forze che sarà compito non meno difficile ed arduo iniziare una qualsivoglia riabilitazione.
 
E di qualche sbirciatina si inizia a parlare anche all’interno del paese. Piccoli segnali che mostrano come i rappresentanti di certe classi come quella degli intellettuali, fino ad oggi rimasta in un colpevole silenzio (rotto unicamente dai gridi di dolore di icone come Theodorakis), finalmente escano allo scoperto. E’ il caso ad esempio di Petros Markaris, tanto famoso quanto inascoltato.  Uno dei pochi che si sia assunto l’onere di guardare dentro a questa scatola. Non solo con i suoi romanzi ma, e forse soprattutto, proprio per la brevità della lettura, con le sue interviste tra le quali ad esempio quella rilasciata a “Il Sole 24 ore” o la serie rilasciata a “El Pais”.  Uno fra tutti, il suo monito, recentissimo, del 27 ottobre ultimo scorso, in cui senza perifrasi alcuna, dichiara: “Atene muore”.
 
Pochi altri lo hanno seguito se si escludono coloro che recentemente hanno aderito al movimento dei “58”, movimento politico più che intellettuale, la cui importanza è da riconoscere più nel fatto di essere usciti allo scoperto che non nel programma - teorico e presunto - che intenderebbero portare avanti.
Ed altre fuggevoli occhiate, date per lo più in situazioni “fuori sede”, lontane dai riflettori casalinghi anche se poi talvolta riportate dalla stampa nazionale, sono quelle che producono affermazioni inquietanti ma sacrosante. Ad esempio quelle del Ministro delle Finanze  Stournaras che a Bruxelles in una intervista  dichiara che “la Grecia ha ancora un lungo cammino da percorrere se vuole diventare uno stato efficiente”, dose poi rincarata da Kyriakos Mitsotakis, Ministro alle Riforme Amministrative quando afferma che “i partiti utilizzano lo Stato come un sistema per restare al potere e non come una struttura destinata a fornire servizi ai cittadini”. O ancora nuovamente il Ministro Stournaras (che poi tenterà di prendere le distanze da queste parole, per la bufera scatenatasi sulla stampa greca), quando rilascia all’inviato del giornale “Libération” (6 dicembre)  questa dichiarazione: “Questo basso livello di entrate fiscali è dovuto a due fattori: in primo luogo, ci sono molte esenzioni fiscali, molto più che nel resto d'Europa. È pertanto necessario rimuovere queste scappatoie fiscali, ad esempio sull'IVA praticata nelle isole che è inferiore a quella del continente, o agli agricoltori che saranno tassati nel 2015. D'altra parte, la Grecia sta affrontando una forte evasione fiscale….”.
 
CRISI DEL RACCONTO FINITA?
Problemi conosciuti. Ma è già una conquista il fatto di iniziare ad ammetterli. Adesso la scatola va aperta del tutto e con essa a nudo vanno messe tutte quelle inefficienze che impediscono il rinnovamento. E questo è un passo che nessuno può fare se non la Grecia. E’ finito anche il tempo delle diagnosi interne. Tutti oramai sanno dove sono e quali sono le cose da correggere e migliorare, inutile fare ulteriori e ripetitivi elenchi.  Dopo aver passato gli ultimi sei anni come li ha passati questo paese è impensabile lasciare la colpa unicamente all’Europa cattiva che certo ha operato non come una istituzione politica e solidale ma come una banca privata, fallendo così intrinsecamente tanti degli scopi per i quali, forse, era nata. 
 
Adesso il problema su cui concentrarsi (visto che in ogni caso la strada sarà ancora, per molto, ardua) è tutto interno al Paese. Nel suo rapporto devastato tra stato e cittadini, rapporto che fa riecheggiare le parole del vecchio Iorgos Papandreou quando, negli anni ’60 affermava: “i conti tornano ma i cittadini soffrono”. Ammettendo implicitamente il fallimento di una politica che invece, pervicacemente ha continuato a produrre ciò per cui aveva già palesemente mostrato i propri limiti. 
Oggi più che mai la sfida è quella di costituire - forse per la prima volta in questo paese - un rapporto tra istituzioni e popolo che sia di reciproca affidabilità.  Certo, vi sono da sconfiggere centenarie abitudini. Certo vi sono da trovare figure politiche che possano farsi carico di un simile fardello. Certo vi è da compiere quell’immane sforzo per il quale le parole di Pericle possano diventare il vero specchio della realtà, parole che raccontano di cittadini osservanti delle norme e di uno Stato che restituisce loro servizi secondo quel delicato equilibrio che è il rinnovamento continuo e costante della democrazia, frutto soprattutto di uno scambio sinergico tra diritti e doveri. 
 
ANIMAL FARM
L’alternativa, più o meno cruenta sarà quella di una nuova “Animal farm”, l’utopica e tragica fattoria di George Orwell dove gli animali (in questo caso il popolo), stanchi delle angherie dell’uomo (in questo caso nostro lo Stato) si ribellano, sedotti dalla voce di un qualsiasi “Vecchio Maggiore” (nel libro era il vecchio maiale che populisticamente guidò la sollevazione degli animali), inseguendo utopistiche riacquisizioni dei diritti come se gli stessi fossero stati indebitamente derubati dallo Stato padrone senza riconoscere che, invece, sono sempre conquista anche dell’osservanza di doveri. I doveri del rispetto per gli altri e per il bene comune, dettati dalla coscienza  individuale che solo in questo contesto di consapevolezza può produrre una unione che sia forza perché è il moltiplicarsi di coscienze attive e non solo di quantità amorfe e passive. 
Il libro conclude con chiarezza. Il Vecchio Maggiore ed i suoi simili prenderanno il potere e si ricostituirà un meccanismo uguale a quello che aveva generato la rivolta. Proprio perché non vi fu crescita della coscienza individuale né, per conseguenza, di quella collettiva.
 
PRIMO PASSO
Le cronache dei media sono piene oramai giornalmente di scandali grandi e piccini. Di frodi scoperte a tutti i livelli fino ad arrivare al ridicolo come la tragicomica vicenda dell’ex ministro Lapsis, o parimenti quella del politico di Alba Dorata, Iason Bibos, arrestato per gli stessi motivi, vicende queste che non possono diventare gli ennesimi episodi sui quali scaricare le proprie frustrazioni quando, invece, sono la dimostrazione di quanto sia ahimé radicata certa abitudine a trovare “soluzioni alternative” a quelle della legge.
 
L'EUROPA
L’Europa forse non riavrà mai quanto ha prestato (e qui si riafferma “prestato” come una qualsiasi banca, quindi dietro un calcolo di guadagno, comprese le possibili perdite per haircut o swap in itinere), ma i giochi finanziari ci hanno abituato che i numeri si possono manipolare a piacimento. Intanto nel paese tre generazioni si sono bruciate per questa “impasse”. Tre generazioni alle quali ben poco importerà cosa verrà riportato di questo “decennio” nei libri di storia un domani. La loro è già segnata e su questa dimensione umana e non storica misurano gli accadimenti e non su un ipotetico pareggio di bilancio nel 2020 ed un totale pagamento del debito nel 2040. Se fondamenta più solide non verranno costruite, appena la morsa del debito si farà  leggermente meno stretta, il gioco ricomincerà e sarà un altro massacro contro un paese che rischia fortemente di non aver imparato assolutamente niente da quanto è successo, camminando a testa china fino al termine della burrasca. Subendo senza avere il coraggio morale di guardare al proprio interno per dare un’energica spazzolata. Subendo, nascosti dietro un falso orgoglio che talvolta acceca al punto da non riconoscere anche le proprie responsabilità, proprio quelle in virtù delle quali i cosiddetti “xènos” hanno potuto facilmente affondare il coltello.
 
A chi il primo passo di un cammino tutto da inventare? Un cammino che dovrà sconfiggere una diffidenza che si è consolidata nei secoli. Un cammino che dovrà sconfiggere abitudine e consuetudine ma, soprattutto, il grande equivoco per il quale il governo sia una cosa diversa da chi lo ha eletto. Con buona pace dell’asino morto e del gatto che potremo non sapere mai se è morto o è restato vivo.

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