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L'Europa torni alla civiltà: ecco gli umori del referendum

Scritto da Francesco De Palo on . Postato in Politikì

Dal settimanale Left del 4/7/15

L’Europa si chiude a riccio nei suoi vertici politico-finanziari? E Alexis Tsipras si gioca tutto in una mano, aprendo, invece, alla piazza e al popolo. E con il massimo rischio preso come metro di azione e policies. Il demos come nuova frontiera di volti e braccia che chiedono di contare e decidere, in un mondo dove tecnici e alti funzionari hanno troppo spesso toppato.

 

Un tema, quello della partecipazione, che trova sintesi nel referendum sul memorandum proposto dal premier greco per domenica 5 luglio e osteggiato dai vertici continentali. Tentando di andare oltre il risultato che la cronaca consegnerà, tanto alla Grecia e quanto all’Europa, ecco un’analisi ragionata dello strumento referendario, che ad esempio in Italia è stato utilizzato in due occasioni storiche (come quello sulla Repubblica e sul divorzio). Ma che in Grecia, oggi, è la plastica raffigurazione della partecipazione che resta alta rispetto alle beghe internazionali che hanno manifestato un macro limite, sbagliando l’approccio politico e umanitario al problema del debito.

Troppo rischiosa la fuga in avanti di Tsipras? Troppo facile rifugiarsi solo ora nella agorà amica a cui far pagare il peso di quella scelta? Niente affatto, secondo Julianos Kattinis, uno dei maggiori artisti greci mondiali in vita.  “Hanno fatto l’Europa per evitare la terza guerra mondiale. E oggi? – si chiede il pittore – Comandano le banche e, dimenticando la cultura, noi siamo diventati barbari. Senza cultura, senza civiltà saremo solo barbari”. L’ingegnere greco Kostas Moschochoritis, già al vertice di MSF Italia, da un anno è direttore di Intersos, l’ong italiana impegnata nella risposta alle emergenze umanitarie e ha molto a cuore il tema della partecipazione. “Parlo a titolo personale e credo che da troppo tempo ormai molte decisioni strategiche vengono prese a porte chiuse e lontano dal controllo di Parlamenti e popoli – dice a Left in un perfetto italiano -  A prescindere dal risultato finale del referendum, è stato rilevante chiedere un’opinione, chiara e netta, al popolo per una decisione che avrà comunque un effetto totale sui greci e sulle future generazioni”.

Certo, aggiunge, si potrà discutere all’infinito sui tempi del referendum, ovvero se sarebbe stato utile farlo prima o aspettare ancora: ma quello che è certo è “il segno che si vuole lanciare all’esterno, serve consultare i destinatari delle decisioni quando queste sono importantissime”. Come il caso greco.

“Nessun passo indietro, ne va della nostra dignità – sottolinea Katerina Giannaki, membro per l’Europa del Consiglio dei Greci nel Mondo – Il nostro oxi è una mossa che ha spaventato l’Ue perché nessuno si aspettava che Tsipras assumesse un rischio così grosso. Oggi conta solo l’indipendenza nazionale del mio Paese e su questo non si scherza”. Alcuni detrattori della scelta syrizea sostengono che si tratti di scelte troppo tecniche e troppo complicate per essere lasciate alla valutazione di semplici cittadini, che non sarebbero pari a ministri o economisti. Altri accusano il 40enne leader ellenico di aver imboccato la curva a gomito della scommessa totale, senza un paracadute.

“Ma tutto è tecnico e tutto è politico – protesta Moschochoritis – . Negli ultimi decenni la supremazia dei cosiddetti mercati ha messo in secondo piano i cittadini. Io preferisco un popolo che fa da solo le sue scelte, piuttosto che lasciarle a chi non ha alcuna rendicontazione”. Non è un referendum contro l’Europa, ammonisce Giannaki, “diciamo un chiaro no alle politiche dei debitori, non un no alla famiglia continentale, qualcuno su questo sta speculando e fa del terrorismo mediatico ad hoc: inutile e deleterio”.

Ma proprio il vecchio continente che confini ideali ha oggi? Kattinis, nato nel 1933 su un traghetto che dal porto greco del Pireo era diretto a Damasco, azzarda il paragone con le nuove e drammatiche ondate migratorie: “Chi fugge dalla guerra e viene in Italia e quindi in Europa ci scopre più disperati e barbari di loro. E sapete perché? Perché abbiamo smarrito la cognizione che dal Medioevo ci condusse al Rinascimento, perché siamo inebetiti dal business e dal dio denaro, perché abbiamo buttato in mare la cultura e siamo rimasti sulla nostra zattera di egoismi”. E addita come esempio il fatto che “per distruggere la cultura della pittura l’Ue ha deciso di dare la patente di opera d’arte anche alla fotografia. E’diventata arte mentre invece è solo una macchina che qualcuno vuole anteporre a pennelli e dita sporche di colori: ecco l’Europa del denaro contro l’antropos che, invece, dovrebbe elevarsi”.

Un passaggio, quello della ri-legittimazione forzosa di piazze e cittadini, che nell’antica Grecia faceva rima con paedìa: quel senso di civiltà, alta, che oggi è merce rara in popoli e stati e che, paradossalmente, potrebbe trovare nuova linfa in un momento di forte rottura sistemica come quello della crisi ellenica. Ovvero, nella tragedia greca di oggi si può rinvenire qualche spunto per formare, in meglio, la generazione dei cittadini europei di domani? “Credo, lontano anni luce da qualsiasi forma di retorica, che questo sia un momento cruciale per l’Europa: ciò che accade nel mio Paese ha e avrà effetti, spero propositivi, per tutto il continente – aggiunge Moschochoritis - . Si tratta di decidere con semplicità quale strategia attuare: se sterzare con decisione e imboccare una strada verso l’Ue sognata tanti anni fa dai padri fondatori, quindi solidale e democratica; oppure se perseguire mestamente verso una realtà guidata da austerità e da poteri economici incontrollabili”.

E allora chi si assumerebbe in toto la responsabilità di sottovalutare l’opinione delle gente? “Nessuno – certifica Giannaki – ma prendo atto che ci voleva il primo governo di sinistra della storia ellenica per far tornare i cittadini in piazza e renderli parte attiva del loro futuro. Di contro devo ammettere che abbiamo pochissimi amici su cui contare, tutti ci sono contro in questo momento, sia all’interno che all’esterno del Paese. La gente è scomoda, perché potrebbe non essere allineata, così come la storia dimostra”. Il riferimento più amaro, tra gli altri, è alla Banca Centrale Europea guidata dall’italiano Mario Draghi reo di non aver esteso il programma del quantitative easing anche ad Atene. “Nulla di personale per carità, nessuno di noi si faceva illusioni ma non nascondo il rischio di un effetto domino nel Mediterraneo, anche con riferimento all’Italia”. E ancora, come “possiamo dare una risposta a Dublino 2, all’emergenza migratoria se non si organizza una rete a livello mediterraneo?”. Ovvero, non sono problemi solo greci o italiani, il debito e l’immigrazione, si difende Giannaki, ma “il risultato di politiche liberiste che l’Europa sceglie dolosamente di ignorare”.

Come se ne esce? “Trovo assurdo – dice Moschochoritis - che si parli di come reagiranno al referendum i mercati e la speculazione finanziaria e nessuno si indigna per chi specula. Questi mercati senza nomi e senza volti incutono timore nei governi eletti democraticamente dal popolo”.  La soluzione è dunque in una rivoluzione antropologica e di sistema, che travalichi stati e steccati senza paure: “L’Europa – sintetizza Kattinis, una vita trascorsa nelle accademie di Cairo, Monaco, Parigi e Roma – deve tornare alla civiltà, quella dei pensatori greci, quella del progresso morale e dello sviluppo dell’antropos. In caso contrario la terra finirà perché così com’è non ci servirà più. Sarà solo l’oblio”.

 

 

 

 

 

 

 

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