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Famagosta, città fantasma in mostra a Roma

Scritto da Francesco De Palo on . Postato in Teknes

Le mura veneziane sono lì a ricordarlo: nell'isola di Cipro, dal 1974 divisa in due e occupata da 50mila militari turchi pur essendo membro dell’Unione europea, un occhio "italiano" scruta la città fantasma di Famagosta. L'unica polis nell'Europa moderna spaccata in due parti: da un lato l'esercito straniero, dall'altro un luogo recintato e inaccessibile. Doveva essere una presenza temporanea quella dei militari turchi, in risposta a un tentato golpe greco ma le cose sono andate diversamente, anche per il silenzio colposo di “altri” stati europei. E trentanove anni dopo quei bombardamenti, l’isola presenta ancora due stati: a sud Cipro, paese membro dell’Ue; a settentrione la fantomatica Repubblica turco cipriota del nord, riconosciuta solo da Ankara ma né dall’Onu né dalla comunità internazionale. 
Famagosta, in lingua cipriota Amochostos, si trova nella parte più orientale dell’isola proprio sulla green line che divide l’isola in due stati. Un simbolo, oggi, di rottura e di disinteresse. A questa vicenda, unica nel suo genere, Roma ha dedicato la mostra fotografica 'Famagusta, città europea fantasma' (al museo Pietro Canonica), con scatti e documenti che testimoniano la vita cittadina fino alla notte del luglio 1974, e poi immagini e foto dell’abbandono che continua ancora ai giorni nostri. «Famagusta è un problema umanitario, ricordiamolo» chiede il sindaco Alexis Galanos presente alla mostra romana. Il primo cittadino sottolinea amareggiato che i greco ciprioti non cercano rivincite, anzi, addirittura sono favorevoli all’ingresso della Turchia nell’Ue. Ma «Ankara ritiri i suoi militari da Famagusta, sarà un gesto di buona volontà e sarebbe la prima volta che le truppe turche si ritirano dal territorio invaso nel 1974».
 
Nel 1974 la Turchia ne invase il 2% all’indomani di un tentativo di annessione da parte dei Colonnelli greci, salvo poi “ampliarsi” con la presenza in loco di 50mila militari su ben il 38% della superficie dell’isola. La scia di sangue iniziata con l’occupazione militare turca è stata lunga e dolorosa. Ben 200 mila greco-ciprioti di fede cristiana sono stati costretti ad emigrare verso sud, mentre la zona settentrionale dell'isola è stata sottoposta ad un vero e proprio trattamento di islamizzazione forzata. Il riferimento non è solo ad uno sconvolgimento culturale e religioso ma anche morale e materiale: tutto ciò che non era musulmano è stato degradato o raso al suolo (come il cimitero di Termìa); al contrario, è stato dato ampio risalto all’anima nazionalista dei discendenti dell'Impero ottomano, che hanno provveduto anche a scolpire mezzelune sul paesaggio naturale, precisamente sul fianco dei monti Pentadattilos. 
 
Il Parlamento europeo in un report del 2012 faceva il punto sui danni subiti dall’isola all’estremo est del Mediterraneo in questi termini: «Sconsacrate oltre 133 chiese, cappelle e monasteri situati nella parte settentrionale di Cipro; convertite in moschee 78 chiese; 28 sono usate come depositi militari e ospedali e 13 sono usate come magazzini, mentre rimane sconosciuto il luogo in cui sono conservati oggi i rispettivi oggetti religiosi, incluse oltre 15.000 icone, che sono state trafugate». Tra i monumenti distrutti dai turchi figurano non solo chiese cristiane cattoliche ed ortodosse, ma anche protestanti, maronite, armene e un cimitero ebraico. La loro unica colpa era di essere di fede diversa da quella musulmana.
 
Tra razzìe e ogni sorta di dequalificazione civile e morale, alcuni esempi sono contenuti nel volume del professor Charalampos G. Chotzakoglu, docente di storia bizantina all’Open Hellenic University di Atene, dal titolo “Religious monuments in Turkish- Occupied Cyprus”, con la prefazione di Nikephoros, Metropolita Arcivescovo di Kykkos e Tillyria. Il volume consiste in una sorta di viaggio itinerante attraverso luoghi che in passato erano destinati al culto e che oggi, tra macerie e animali al pascolo, sono stati degradati quasi fossero contaminati da chissà quale piaga. L’Onu aveva proposto come extrema ratio una soluzione al problema di Cipro con il cosiddetto “piano Annan”, bocciato in seguito con un referendum dai greco-ciprioti perché manifestamente a vantaggio dei turchi.
 
Ma al momento sulla green line con tanto di filo spinato, al di là di un timido tentativo condotto dai due presidenti 24 mesi fa, c’è ancora la città fantasma di Famagosta, così come è stata ribattezzata  dal giornalista svedese Jan-Olof Bengtsson. Nei suoi appunti descrisse così ciò che vide dalla postazione dei soldati posti a guardia della città: «L’asfalto sulle strade è spaccato dal sole e lungo i marciapiedi crescono i cespugli. Oggi, 24 Settembre 1977, ci sono ancora tavoli apparecchiati per la colazione, panni stesi e lampade ancora accese. Ma non c'è anima viva: Famagusta è una città fantasma».
 
twitter@FDepalo
 
 
 

 

 

 

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