Come ben ci insegna la tradizione storica,
il cerchio (in quanto versione bidimensionale
della sfera, poiché percepita tale
a causa della limitatezza della comprensione
umana) sta ad indicare il concetto di
perfezione. Ma se da un lato tale situazione
è coerentemente definita da una
sola forma geometrica, è pur vero
dall'altro che è impensabile se
non impossibile applicare lo stesso ragionamento
a ben cinque di queste.
In sostanza, la pentaforme simbologia
olimpica moderna nasce e si sviluppa su
di un sostrato abbastanza falsato della
cosiddetta “Ekecheirìa”
greca che non ritrova le sue origini semantiche
in una vera e propria pace ma in un “astenersi
dall'alzare le mani”; ciò
che oggi chiameremmo semplicemente “fare
a botte”. Da questo punto di vista,
la filologia classica è concorde
nel ritenere più adatta la forma
terminologica di “tregua”,
poiché con grande attenzione e
senza alcuna complicanza elucubratoria
o ermeneutica, la profondità di
pensiero si pone proprio su “ekecheirìa”
e non su “eirene” (come ci
si aspetterebbe invece secondo le utopistiche
visioni del moderno concepire, sollevando
di conseguenza un poderoso contraccolpo
morale alle tesi pacifiste del Comitato
Olimpico Internazionale). Non mancavano
certamente nell'antica Grecia esempi di
simile ideologia, ma una tale visione
di agognata coesione comunitaria e “speranza”
le si potevano trovare, sì, ma
con toni un pò diversi: una delle
più importanti e conosciute forme
di esortazione a seguire il giuramento
di Iphitos (spesso rappresentato scultoreamente
mentre l'Ekecheirìa personificata
gli cinge il capo) nel condividere la
stessa tregua come momento di unione per
tutte le città elleniche, inno
alla fratellanza e alla concordia per
sconfiggere il comune nemico barbaro,
ci proviene proprio dal Panegirico di
Isocrate. Ma di pace, anche qui non se
ne parla.
C’è addirittura chi idealizza,
sicuramente qualche modernista con troppo
ottimismo nell’animo, una intensità
così sperticata della tregua da
sostenere un fermo degli stessi soldati
alle Termopili; alquanto improbabile questa
tesi, a dir poco delirante. Ma è
più preferibile l’assunto
secondo cui il momento di tregua presupponeva
un periodo di stasi in modo da permettere
alle due fazioni il ritiro dei morti in
battaglia.
Per cui, la tregua sacra aveva solo una
funzione di sospensione con effetti limitati
sul territorio ellenico, volta ad assicurare
il regolare e quieto svolgimento dei giochi
e fare salvi i partecipanti insieme alla
loro squadra tecnica. In sintesi, gli
elementi costitutivi di una tregua olimpica
erano: primo fra tutti la sacralità
individuata dal carattere neutrale del
luogo di partecipazione, diritto di asilo
per coloro che si recavano a Olimpia (esemplare
fu la riparazione di Filippo il Macedone
ad un torto subito da uno spettatore che
si stava recando a Olimpia), e per ultimo
le sanzioni per ogni forma di violazione
(ad opera degli stessi ellanodici, in
quanto investiti di ampi poteri non solo
direttivi e organizzativi).
Del resto, osservando con una certa minuzia
l'evolversi degli eventi lungo tutto l'asse
storico, diverse sono le violazioni della
tregua che si riscontrano, molte delle
quali operate dal “disciplinato”
e “battagliero” popolo degli
spartani; loro i primi a disattendere
la legge olimpica (olimpiakòs nòmos),
diffusa con tanta dovizia dagli spondophoroi;
e ancora loro gli unici a rifiutare il
pagamento di una contestuale pena comminata
in due mila mine, due per ogni oplita,
per aver spostato contingenti a Firco
e Lepreo durante la manifestazione del
420 a.c.
Se dovessimo continuare in questa umiliante
enumerazione dei casi di violazione in
periodo di tregua avremmo la soppressione
della rivolta messenica nel corso della
XXVIII Olimpiade; la plurifamosa battaglia
di Salamina e quella delle Termopili (alla
quale gli stessi spartani dedicarono la
feste Leonidee come forma commemorativa);
la famosissima battaglia dell'Altis in
cui si assiste ad una vera e propria invasione
di campo durante lo svolgimento dei giochi
olimpici; l'invasione di Atene presso
Delo durante la tregua pitica, e ancora
potremmo continuare impietosamente.
Quindi, un perenne contravvenire che rivive
al di sotto delle fondamenta delle tesi
moderne del barone Pierre De Coubertin,
e che ancor più s'infiamma in quel
superbo dire poetico del lirico di Tebe,
Pindaro, ove diviene esso fremito e incitamento
all'annientamento «con ogni mezzo
del proprio avversario»: una sorta
di epigrafe monitoria che suggella e attesta
una volta per tutte ciò che era
la regola olimpica secondo il principio
aristocratico dell'eccellenza fisica e
del primato sull’atleta rivale.
Anche nel semplice agone, gli atleti (la
maggior parte militari) erano sempre in
guerra (seppur in più piccola scala
e con “armi” diverse; si fa
notare che la stessa gloria sempiterna
agognata da ogni atleta, e ottenuta con
l'apposizione sulla propria fronte del
serto di ulivo, era definita dal termine
Cleos, ossia quella specifica forma di
gloria che il soldato otteneva in guerra
e che per di più spinge lo stesso
Achille a partecipare alla guerra di Troia).
Anche la stessa Poetica fomentava lo spirito
guerriero dei Greci, e più che
puntuale l’elegiaco Tirteo, poeta
della guerra per eccellenza, forgiò
così le sue esortazioni al valore
bellico (ypothèkai) e canti di
marcia (embatèria), laddove comunque
bisogna lodare la sua dedizione nel far
posto non solo agli eroi, i quali sono
svestiti della propria gloria divina,
ma anche alla miseria dei vinti; fatto
sta che sempre di guerra si tratta, pur
con le migliori intenzioni.
Per cui ci si chiede, alla luce di questi
fatti, se è ancora lecito incitare
le folle con quel falso quanto fastidioso
fraseggio verbale che si vede in questo
periodo su manifesti e riviste, tra etichette
della Coca Cola e del Macdonald, e che
recita “Live Olympic”.
Fabrizio
Corselli
21 Febbraio 2006