di Fernando
Buscemi
LE PRIGIONI

Nelle
prigioni greche, in particolare in quelle
di Palamidi a Nauplia, come riferiva nel
1891 lo scrittore Andreas Karkavitsas,
troviamo il rebeta, protagonista e veicolo
della rebetika, Egli accompagnava le sue
canzoni con il bouzouki e soprattutto
con il baglama per le sue piccole dimensioni.
Quella del rebeta e dunque una figura
abbastanza antica. Ma chi era il rebeta?
Il termine “rebeta” (ñåìðÝôçò), prima
di assumere il significato di “cantante
di rebetika”, indicava un individuo intrattabile,
ma in effetti egli era “…un uomo che ha
sofferto e che trasmette agli altri il
suo dolore” (Rovertalis), un soggetto
che si emarginava e che aveva una innata
diffidenza verso ogni autorita in quanto
egli apparteneva alla gente diseredata.
La musica era il suo modo di esprimere
la sua creativita’ e la sua indipendenza
Egli
adottava per esprimersi, un elaborato
gergo “a ruzzoloni” (êïõôóïõâÜêéêá) e
aveva un suo modo particolare di vestire.
Indossava infatti una fusciacca a tracolla,
avvolta strettamente intorno al petto,
di cui si serviva come rifugio per tutti
i suoi averi: coltelli e pistole, tabacco
e denaro; e se qualcuno calpestava le
estremita della fusciacca che egli intenzionalmente
strascicava a terra, era segno che cercava
una rissa. Si ungeva i capelli per farsi
una serie di ricci sulla fronte, si incerava
i baffi e si dipingeva gli occhi con ombretto
nero.
Nell’ultimo
periodo, il rebeta indossava invece pantaloni
stretti, scarpe a punta con talloni alti
e un cappello floscio, di feltro, spinto
molto indietro sulla testa, o portato
cosi in avanti che doveva inclinare indietro
la testa per vedere. Portava un coltello
o un revolver alla cintura e nelle mani
una bacchetta di legno di ciliegio duro
di cui si serviva nelle risse. Indossava
una camicia nera o viola e una giacca
di cui utilizzava soltanto la manica sinistra,
lasciando fuori dalla manica il braccio
destro quale scudo contro eventuali colpi
dell’avversario. Egli avanzava pavoneggiandosi
con sottile arroganza, con la spalla sinistra
incurvata a forma di gobba leggermente
protesa in avanti .
I rebeti frequentavano sobborghi specifici:
per esempio Psyrri ad Atene, Karaiskaki
e Tromba al Pireo; Vardari a Salonicco
e in questi quartieri avevano le loro
taverne, controllavano il mercato della
droga, del contrabbando, delle scommesse
clandestine e i bordelli. I Greci ancor
oggi li chiamano “manghes” (ìÜãêåò, sing.
ìÜãêáò ), ossia “bulli, ragazzi di strada”.
Per tutti questi motivi i rebeti venivano
considerati dalle istituzioni un “corpo
estraneo”, qualcosa da eliminare e la
polizia li perseguitava, mentre le loro
canzoni furono messe al bando.
Nonostante cio’, i rebeti non furono mai
sottomessi, e non persero mai la loro
identita’ o il loro senso dell’ironia.
I CAFE-AMAN
Gia’ negli ultimi anni del 19° secolo
possiamo ritrovare qualche forma di rebetika
in seno alla comunita’ greca dell’Asia
Minore, piu precisamente negli amanedes
(áìáíÝäåò), raffinati caffe musicali del
Medio Oriente, detti cosi’ perche’ in
essi venivano cantati gli amanes (áìáíÝò),
canzoni di origine orientale, strascicate
e struggenti, che avevano come oggetto
l’amore sensuale. Negli amanedes due o
tre cantanti improvvisavano versi in forma
di dialogo e avevano escogitato l’esclamazione
“aman aman” (aman in turco significa “misericordia”)
per prender tempo e pensare alle parole
del verso successivo. I locali dove veniva
eseguito questo genere di musica venivano
percio’ detti “Cafe’-Aman”. La musica
dei Cafe’ Aman (una specie di cabaret
musicale) di Smirne (oggi Izmir) e Costantinopoli
(oggi Istambul) differiva dalla rebetika
per diversi motivi: era molto piu’ complessa,
passionale ed ornamentale, con parole
che parlavano molto di amore erotico e
cuori spezzati e dato che si rivolgeva
ad un pubblico molto piu’ vasto, piu’
colto e distinto, quello dei ricchi commercianti
greci che frequentavano questi locali,
i versi delle canzoni erano socialmente
piu’ accettabili, mentre la musica che
accompagnava questi versi era una musica
ricca e raffinata, orientaleggiante. Gli
stessi musicisti dei Cafe’ Aman dell’Asia
Minore, al contrario dei rebeti che suonavano
seguendo il loro istinto e improvvisando
le parole, erano spesso suonatori professionisti
piu’ che amatori, erano valenti ma non
appassionati; anche le donne che si esibivano
in essi erano molto attive e professionali.
I TEKEDES
Oltre
che nelle carceri e nei Cafe’-Aman dell’Asia
Minore, altre tracce di rebetika si possono
ritrovare intorno al 1870 nella Grecia
Continentale.
Piu’ precisamente nei tekedes (ôåêÝò =
fumeria, covo di hashish), taverne clandestine
di stile turco che si trovavano nei quartieri
malfamati e periferici delle citta’, specialmente
in prossimita’ dei porti.
In questi locali si riunivano gli elementi
meno raccomandabili della societa’ che
fra un caffe’, un ouzo e una canna di
hashish, intonavano delle canzoni che
avevano come argomento la droga, il gioco
d’azzardo, il contrabbando, la vita di
galera, o che parlavano delle esperienze
personali e degli stenti ai quali dovevano
far fronte o, ancora, raccontavano dettagliatamente
un particolare episodio come per esempio
una rissa finita a coltellate.
I
tekedes erano inizialmente locali per
soli uomini i
quali
cantavano in gruppo accompagnandosi solo
con un baglama o un buzuki, e si davano
il ritmo con i mezzi piu’ improvvisati
e disparati: il battere di un piede, un
cucchiaio, colpendo con piccoli tocchi
i bicchierini dell’ouzo, tenuti a due
in una mano e fatti tintinnare insieme.
Perfino i koboloi (êïìðïëüé), le caratteristiche
coroncine di grani, di ambra o altro materiale,
che i Greci ancor oggi sgranano e con
i quali giocherellano per passare il tempo,
potevano essere usati come strumenti per
battere il ritmo: essi potevano venire
attaccati ad un bottone della camicia,
quindi “strimpellati” con la parte superiore
di un bicchiere.
LA CATASTROFE
L’anno 1922 rappresenta una data
fondamentale per lo sviluppo e la diffusione
della rebetika. In quell’anno infatti
un evento straordinario provoco’ l’incontro
repentino fra queste diverse culture musicali,
e cioe’ quella delle prigioni, quella
dei Cafe’-Aman e quella dei tekedes. Si
tratta di un evento che viene ricordato
dai Greci come “La Catastrofe”.
Durante la prima guerra mondiale le Grandi
Potenze (Francia, Gran Bretagna e Russia)
avevano convinto la Grecia ad entrare
in guerra al loro fianco, contro la Germania
e la sua alleata Turchia, promettendo
che, in caso di vittoria, le avrebbero
ceduto i territori dell’Asia Minore. Alla
fine della guerra percio’ il Primo Ministro
greco Venizelos ottenne il mandato ad
occupare Smirne, fece sbarcare l’esercito
greco nella citta’ e se ne impadroni’,
spingendosi fino alle porte di Ankara.
Ma
l’esercito turco, guidato dal generale
Ataturk, (“Padre della Turchia”) riusci’
a bloccare il nemico e lo costrinse ad
arretrare fino a Smirne, costituita per
meta’ da Greci, che fu incendiata (settembre
1922). Molti Greci furono assassinati
crudelmente o gettati in mare (in molte
canzoni scritte dei vecchi compositori
rebeti, c’e’ spesso un riferimento occasionale
ad un affondamento o ad un incendio).
Oltre
200.000 Greci fuggirono dall’Asia Minore
e si rifugiarono nella Grecia Continentale.
Il tragico esodo di questi greci in fuga
e’ stato narrato da Ernest Hemingway,
allora giovane giornalista del Toronto
Star, in uno dei suoi Quarantanove racconti
brevi (“Sul quai di Smirne”). Le cose
peggiorarono con il successivo Trattato
di Losanna (1923) che impose uno scambio
di popolazione fra Greci e Turchi che
determino un nuovo, imponente esodo di
Greci, circa un milione e mezzo, dall’Asia
Minore alla Grecia Continentale. Prima
di allora Smirne era una florida citta’
commerciale e molti dei suoi abitanti
erano ricchi commercianti che conducevano
una vita agiata e che in seguito a quei
tragici avvenimenti, dovettero lasciare
precipitosamente le loro case, trovandosi
poi costretti a vivere in un Paese piccolo
e povero, che non poteva ospitarli e che
si mostrava ostile al loro arrivo. Sorsero
cosi’ intorno alle principali citta’ della
Grecia numerose baraccopoli, dove finirono
col vivere questi esuli indigenti. Le
loro canzoni riflettevano pertanto le
loro privazioni, il dolore, la pulsione
verso la droga, l’oppressione della polizia,
amori inquieti e tradimenti!
I Greci fuggiaschi, fronteggiando come
poterono poverta’ e disoccupazione, si
unirono ai rebeti, imparando a conoscerne
gli strumenti e la musica e condividendone
la sorte.
Come conseguenza di cio, molti uomini
d’affari rifugiati aprirono i loro “Cafe’-Aman”
nella Grecia Continentale e impiegarono
al loro servizio tanti musicisti rebeti.
Da quel momento la rebetika usci’ dagli
angusti limiti delle prigioni e dai tekedes,
ed incomincio’ ad attrarre strati sociali
sempre piu’ larghi.
Continua...