| XLV
Ciclo di Rappresentazioni Classiche
Teatro Greco di Siracusa, 9 maggio - 21 giugno 2009
LA TRAMA
Edipo, mendico e cieco, giunge in un
bosco sacro nel borgo ateniese di Colono, sorretto
dalla figlia Antigone. Qui, secondo l'oracolo, concluderà
la sua vita. Dapprima il Coro dei vecchi ateniesi
cerca di allontanarlo, poi cede, mosso a pietà
dalle sue sventure. Arriva anche Ismene, figlia di
Edipo, e annunzia la discordia dei fratelli Eteocle
e Polinice che lottano per il dominio su Tebe. Eteocle
ha infatti usurpato il trono e Polinice è esule
ad Argo per radunare un esercito di guerrieri con
cui marciare sulla città. Soprattutto, Ismene
rivela il nuovo oracolo in base al quale, morto o
vivo, Edipo avrebbe portato salvezza ai suoi alleati;
per questa ragione, dalla sua città, avrebbero
cercato il suo favore o di averlo in proprio potere.
Il primo è Creonte che, non riuscendo nel suo
intento, cerca allora di portare via Antigone e Ismene,
poi salvate da Teseo. È la volta di Polinice,
che chiede al padre alleanza contro il fratello Eteocle,
ma Edipo lo respinge e maledice i suoi due figli,
destinati a uccidersi reciprocamente. Ora Edipo è
pronto a morire e riconosce i segni inviati dagli
dei, con un tuono improvviso. Dopo essersi accommiatato
dalle figlie, si allontana accompagnato da Teseo e
scompare misteriosamente nel bosco chiamato da una
voce divina. Soltanto Teseo assiste alla misteriosa
morte di Edipo ma serba il segreto, vincolato da un
giuramento sacro. E grazie a questo “mai un
dolore sfigurerà” Atene, la città
che ha accolto il supplice straniero e che, ora, Edipo
proteggerà per sempre.
LA REGIA
Daniele Salvo
Edipo a Colono è stata indubbiamente
una della tragedie meno rappresentate. L’INDA
l’ha messa in scena solo altre tre volte, nel
’36, nel ’52, nel ’76. Rappresentarla
sembra quasi una sfida.
In effetti sì, è una sfida. La difficoltà
di metterla in scena sta nel fatto che si presenta
come una tragedia statica, così anche il Prometeo
Incatenato, ad esempio. L’assenza di dinamicità,
che può farla sembrare poco avvincente, è
solo un’impressione. In realtà succede
poco solo apparentemente. Il testo invece ha una dinamica
interna molto precisa; inquadrata e rispettata, consente
una vera e propria riflessione sulla tragedia, sul
modo di fare tragedia. Non a caso Sofocle l’ha
scritta a novant’anni.
Edipo a Colono è forse l’ultima tragedia
scritta. Sembra in effetti quasi chiudere un’epoca.
La stagione della tragedia attica che inevitabilmente
tramonta con la caduta della polis.
Nel testo c’è un elemento poetico strepitoso:
il contrasto che si viene a creare tra l’Atene
rappresentata (Colono) e l’Atene contemporanea
a chi scriveva e a chi guardava la rappresentazione.
Erano anni di guerra e decadenza per la città
di Atene, anni di sofferenza. Ed invece viene presentata,
rappresentata da Sofocle un’Atene “città
ideale”, il posto migliore del mondo. Nel testo
si parla di una città, di un sistema, che non
c’è più, un paesaggio interiore
come raso al suolo. Si parla con una nostalgia e uno
struggimento toccanti, raccontando di un posto bellissimo,
ma che non è più. Tutto sta finendo,
le fonti si sono prosciugate.
Gli spettatori di allora capivano benissimo che si
parlava di un qualcosa che già non esisteva
più o che più verosimilmente stava finendo.
Sì, e in effetti e come se il drammaturgo dicesse
loro di volgere lo sguardo verso il passato, di guardare
a cosa erano, a cosa erano stati. E questo è
un elemento che trovo molto affascinante dal punto
di vista poetico.
In effetti in meno di mezzo secolo ad Atene e per
Atene è cambiato tutto. Se mettiamo a fianco
Le Supplici di Eschilo e questa stessa tragedia ce
ne rendiamo conto in modo immediato. Tra il 467 e
il 458, Eschilo mette in scena un coro di supplici
che chiede asilo ad un re, ma questi risponde che
spetta al popolo decidere. Circa cinquant’anni
dopo, Edipo supplice chiede asilo ad un popolo. Il
popolo rimette la decisione in mano del re. Si è
tutto capovolto. È un messaggio molto forte
quello contenuto nel testo.
Il testo è pieno di elementi interessanti,
molto interessanti. Pieno di riferimenti all’irrazionale.
La sua forza sta, al di là del resto, nel fatto
che nel leggerlo senti la mano dell’autore che
ti conduce, come accade quando si mette in scena Shakespeare.
Ci vuole molta umiltà da parte del regista
e degli attori nell’accostarsi a questo tipo
di drammaturgia, per riuscire a trovarne la chiave
senza ricorrere a delle banali trovate, ma facendo
venire tutto dal testo. Solo così questo può
diventare sorprendentemente dinamico. Eppure è
chiaro che Edipo rimane fermo, quasi immobile nel
bosco sacro.
Edipo a Colono è dunque come uno specchio che
restituisce un’immagine rovesciata?
In Grecia è la guerra, nel 404 Atene è
assediata, senza più fortificazioni, poi affidata
al governo dei trenta tiranni e poi ancora scossa
dalla rivolta democratica di Trasibulo. Nel frattempo,
come diceva lei, nella Colono/Atene di Sofocle tutto
sembra immobile, dorato. È una dicotomia molto
interessante.
Infatti, ed io vorrei che in qualche modo questo “ossimoro”e
soprattutto il fantasma della guerra esterna si percepissero
attraverso i contrasti e le tensioni interne al testo,
che si sciolgono poi con la liberazione di Antigone
e Ismene. Vorrei che il coro mantenesse l’aspetto
di anghelos, che assume quando parla della guerra
e che risulta abbastanza insolito.
È un aspetto particolare perché il coro
solitamente non ha questa funzione di nunzio. Forse
si tratta di un vero e proprio espediente studiato
quasi a compensare l’immobilità di Edipo
dal punto di vista drammaturgico. A ben guardare quello
dell’Edipo a Colono è forse uno dei cori
più multanimi della tragedia greca. Da un tono
semplice, quasi pantomimico, del primo coro, si passa
ad un tenore lirico-religioso fino ad una sorta di
rhesis anghelikè.
Insieme a Edipo, il coro è il vero protagonista
di questa tragedia, nel senso che rappresenta il deuteragonista
di Edipo stesso. È sempre in scena, e dunque,
di necessità, molto dinamico. Passa dalla poesia
alla possessione, dalla dolcezza al rimpianto, dalla
malinconia alla possessione violenta, per culminare
in chiusura con l’evocazione del signore dei
morti. Tutto il coro è mosso, animato, da un
forte terrore nei confronti del luogo sacro verso
il quale non si può neanche volgere lo sguardo.
Come si supera la difficoltà di “lavorare”
un coro così vario nelle modalità espressive?
Intanto nel bosco sacro abbiamo inserito un coro di
Eumenidi che rappresenta l’elemento sacro di
cui avere timore. La vera difficoltà del lavoro
sul coro è stata quella di dover passare da
uno stato all’altro in un modo che non fosse
stilistico e dunque estetico, ma organico e quindi
sostanziale. Ho voluto utilizzare l’idea della
trance, favorita da un suono al servizio del rituale,
del sacro, che oggi si è completamente perduto.
Non solo viviamo l’impossibilità del
tragico ma anche quella del sacro.
L’ambientazione all’interno di un recinto
sacro, una sorta di temenos, costituisce una grossa
limitazione o una chiave di lettura fondamentale?
La parete che rappresenta lo sfondo della scena è
il monolite di Kubrick di 2001. Un luogo radioattivo,
dentro gira la testa. È un luogo strano, indecifrabile,
fisico. Allo stesso modo anche il coro è fisico,
subisce alterazioni fisiche.
Edipo a Colono viene spesso letta come una storia
di redenzione, complice l’influenza della visione
cattolica. Più interessante sembrerebbe piuttosto
la metafora della partita a scacchi.
È inevitabile che la nostra cultura ci condizioni,
spesso anche in modo inconsapevole. A me sembra piuttosto
che questa tragedia abbia uno strettissimo legame
con dei riti antichi, il fare dei buchi a terra in
cui versare sangue per far rivivere i morti. Mi sembra
molto lontana, chiaramente, dalla prospettiva cristiana.
È una scrittura molto più arcaica, che
si riferisce ad un uomo antico, ad una cultura antica,
che paradossalmente avrebbe anche potuto essere la
cultura del futuro. Io vedo come l’opposizione
tra due possibilità. Da una parte Tebe, città
della guerra e del fango, dall’altra Atene,
città dello spirito. Tutta la tragedia sembra
avvolta in un’atmosfera “archeologica”
quasi astrale, mi sembra quasi come se Edipo fosse
un uomo dello spazio.
Dunque per lei Tebe è quasi il lato oscuro
di Atene…e come si traduce sulla scena questo
ulteriore motivo di tensione interna, trattenuta inizialmente
e poi espressa fino alla violenza?
La tensione è fortissima, e soprattutto nella
famiglia di Edipo le esplosioni d’ira rappresentano
una sorta di tara familiare. In Creonte c’è
una violenza quasi animalesca e una grande astuzia.
Quando dice: «Non dovete aver paura» è
come se dicesse «Siete dei vigliacchi!».
Ha sempre questa doppiezza nel linguaggio. Le possessioni
del coro sono molto violente, e anche nei luoghi c’è
una certa violenza. E poi il finale, quasi infernale,
per me legato alla guerra, al metallo.
Alla fine rimane la desolazione…
Nel finale ci sarà un’azione molto semplice,
come se i coreuti si lavassero via la vecchiaia e
in un unico respiro andassero tutti con Edipo. Al
contrario, Antigone e Ismene resteranno sole, vagheranno
esuli.
Giovanni Cerri sostiene che l’Edipo di Colono
sia in qualche modo la controfigura di Sofocle. E
in effetti l’autore sembra aver rimesso al personaggio
una sorta di riflessione sulla funzione del drammaturgo.
Sì, è sorprendente. E in più
la tragedia pare sia stata rappresentata postuma.
Vorrei che tutto questo si evincesse attraverso la
messinscena. Per questo ho voluto che il coro indossasse
maschere in lattice, che riproducessero le fattezze
dei coreuti lasciando spazio ad una certa ambiguità
che non permetta fino in fondo di comprendere la differenza
tra la maschera e i loro tratti. Un elemento kantoriano,
questo filo di morte che unisce tutto e tutti.
Una malinconia latente, neanche troppo, in fondo.
IL CAST
Edipo a Colono
di Sofocle
Traduzione Giovanni Cerri
Regia Daniele Salvo
Impianto scenico Massimiliano e Doriana Fuksas
Costumi Nicola Luccarini
Musiche Marco Podda
Movimenti Dario La Ferla
Progetto luci Elvio Amaniera
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Regista assistente Emiliano Bronzino
Direttrice degli allestimenti Frauke Stenz
Costumista assistente, Responsabile della Sartoria
Marcella Salvo
Direttore di scena Antonio Paguni
Assistente alla regia Marica Stocchi
Interpreti (in ordine di apparizione)
Edipo Giorgio Albertazzi
Antigone Roberta Caronia
Abitante di Colono Michele De Marchi
Ismene Carmelinda Gentile
Teseo Massimo Nicolini
Creonte Maurizio Donadoni
Polinice Giacinto Palmarini
Nunzio Giorgio Albertazzi
Corifei Francesco Alderuccio, Francesco Biscione,
Davide Sbrogiò
Coro di Anziani Antonietta Carbonetti, Simonetta Cartia,
Michele Dell'Utri, Claudio Mazzenga, Alessandro Romano,
Andrea Francesco Romero, Massimiliano Sozzi, Sergio
Toscano
Le Eumenidi Gaia Altobelli, Valentina Bardi, Evita
Ciri, Doriana La Fauci, Valeria Lombardo, Gabriella
Riva
Soldati Andrea Avenia, Davide Geluardi, Fabio Ignaccolo,
Cristian Mortellaro, Raffaele Strano, Giorgio Tarantello,
Giuseppe Tramontana
Organizzazione generale Vanessa Mascitelli
Contabilità e amministrazione Corradina Riccioli
Direttore tecnico Umberto Guidi
Delegato di produzione Sebastiano Aglianò
Costumi Laboratorio di Sartoria Fondazione INDA Siracusa
Scenografie Laboratorio di Scenografia Fondazione
INDA Siracusa
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