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SPECIALE MUSEO DELL'ACROPOLI

PANATENEE
il lato dolce della ragione

Mary Falco ci mostra gli aspetti mitologici raffigurati sui fregi del Partenone

In un mondo perfetto non ci sarebbe il Partenone.
Come suo padre Zeus, la Dea della ragione non aveva bisogno d’essere rappresentata nel chiuso d’un tempio, ma raggiungeva i suoi prediletti parlando direttamente al loro cuore, sempre un po' impulsivo, riportandolo alla calma necessaria per pensare rettamente.

Eppure già in Omero, il cantore d’una serenità olimpica senza ombre, eroi come Achille ed Ulisse faticano talvolta a stabilire un contatto con la Dea, che deve prendere volto e forma umana, trattenerli per un braccio, prenderli addirittura per i capelli… che fare dunque in epoca storica, quando la "cosa pubblica" è gestita dal popolo e la diletta città ha conosciuto l’obbrobrio dell’invasione persiana, (480 a.C.) quando persino gli ulivi sacri sono stati incendiati?
Inutile dire che in un frangente del genere la ragione s’appanna e diventano importanti i segni, le cose che si vedono e si toccano e se la credenza sfiora la superstizione, non importa. Che sospiro di sollievo, per esempio, quando l’ulivo originario, custodito nel cuore dell’Eretteo, ha fatto spuntare i suoi germogli dal tronco bruciato solo in superficie!

Per un attimo tutti tornarono con la mente al giorno in cui Atena e Poseidone s’erano disputati il possesso dell’Attica ed il dio del mare aveva pensato di stupire il mondo percuotendo la terra col suo tridente e facendo sgorgare una fonte salata al centro stesso dell’Acropoli… ma la dea l’aveva vinto con un’opera di pace, piantando il primo olivo e da quel giorno la città a lei consacrata considerò sacro quell’albero.
Diciamo la verità: quel giorno non lo ricordava nessuno, era solo un racconto… ma nel fervore della ricostruzione, a tutti parve d’esserne stati testimoni diretti.

Per questo nell’Atene di marmo ricostruita da Pericle nel 447 a.C. l’agorá, centro della vita sociale, non fu mai pavimentata, perché ci crescevano gli ulivi sacri, ma anche pioppi bianchi, platani, allori ed un unico grande pioppo nero, che era usato per affiggere gli avvisi pubblici. La grande piazza era circondata d’edifici, con grandi colonnati per riunirsi all’aperto anche nei giorni di pioggia ed un ricco mercato, attorno al quale si costruirono confuse case, botteghe, fino a formare interi quartieri d’abitazione, senza nessun piano regolatore. La circolazione si faceva talvolta caotica e per facilitare il transito dei carri si stendeva uno strato di ghiaia nei percorsi principali, una copertura sottile, che si poteva rimuovere facilmente e lasciava penetrare la pioggia fino alle radici delle sacre piante. Così la famosa agorá, centro della vita sociale, rimase uno spazio irregolare, inclinato per favorire il drenaggio naturale, con due grandi fontane pubbliche.
Ma perché la Dea della Ragione era così addentro ai problemi agresti?
Una storia oscura lega questa fanciulla senza madre, generata direttamente dalla testa di Zeus, al fratellastro che Era aveva procreato da sola, per vendicarsi dell’abuso: Efesto, dio del fuoco e fabbro celeste.

Un giorno Atena era andata nella sua fucina per ordinare delle armi ed egli s’era di colpo infiammato d’amore per lei. Inutile dire che la Dea fuggì, ma il Dio riuscì a raggiungerla e nella lotta che ne seguì bagnò di sperma la candida coscia d’Atena, proprio un minuto prima d’esserne allontanato.
Disgustata, si ripulì con un batuffolo di lana, che gettò via… ma la Terra così fecondata, generò un bambino, che Atena, suo malgrado, riconobbe come proprio e chiamò Erittonio, lo richiuse in un cesto ed all’insaputa di tutti gli dei lo affidò ad Aglauro, figlia di Cecrope. Qui la storia si complica. Qualcuno dice che nel cesto, a difesa del fanciullo, ci fossero due serpenti, altri che il bambino stesso potesse trasformarsi in serpente nei momenti di pericolo e rifugiarsi sotto lo scudo della Dea.
Quel che è certo è che Erittonio lega la Dea della Ragione alla terra.
Un legame potente e segreto, che permette ad Atena di “inventare” l’ulivo e d’essere venerata come “Polias”, che purifica l’aria, garantisce la salute pubblica, allontana le malattie e garantisce la continuità della stirpe: in suo onore nell’Acropoli si allevava un serpente sacro.



Tutto ciò tuttavia presuppone che accanto al sacro giardino degli ulivi sia costruito un edificio di pietra, anzi, quanto più modesta appariva la piazza, tanto più sontuoso si volle il tempio, che custodiva il simulacro divino. L'idolo era un elemento del tutto sconosciuto sia alla religione olimpica, aristocratica, ariana, da cui derivano gli dei celesti, come a quella micenea, da cui derivano le divinità ctonie e poi agresti.
I primi rifiutavano di racchiudere gli dei entro costruzioni materiali e ne riconoscevano la presenza soprattutto nei boschi, sotto i vasti cieli aperti, i secondi avevano fondato sul tempio la forza della monarchia, per questo di fatto ci viveva il re e poiché il sovrano era indicato dai più come amato dalla Dea… nelle feste più importanti, la sacerdotessa La incarnava, con tutte le conseguenze del caso. Per questo le vicende degli dei s’intrecciano così fittamente alle origini della case regnanti, tanto che oggi facciamo fatica a distinguerle.

E quando la sacerdotessa fu sostituita da una statua?
Nell’età d’oro, quando gli Dei parlavano direttamente con gli uomini, un pupazzo non avrebbe soddisfatto nessuno!

Come tutte le idee artificiose veniva dall'Egitto.
Qui gli dei erano rappresentati da questi simulacri, spesso di legno, che dovevano essere periodicamente lavati, unti con olio di rose, esposti al sole del mattino e finalmente rivestiti e portati nella parte più segreta del tempio, dove restavano nascosti fino alla festa successiva. In epoca storica quest’usanza è ormai pienamente attestata nelle pianure dell’Attica e nessun tempio, ricco o povero, fa eccezione. Boschi e giardini crescono rigogliosi all’esterno, ma le feste pubbliche si celebrano al tempio e la ricchezza delle rappresentazioni in marmo testimonia la pietà pubblica.

Atena non fa eccezione.
La sua prima statua poi era legata ad una storia antica, che ce la fa scoprire viva… quasi umana.
Da bambina aveva avuto una discussione con un’amica, Pallade ed erano ben presto arrivate alle mani… così Zeus aveva ritenuto opportuno intervenire in favore della figlia, difendendola con lo scudo della Gorgone… inutile dire che la poveretta era rimasta impietrita.
Non si sa bene se Atena conservasse il corpo pietrificato dell’amica o se avesse fatto fabbricare una statua in suo ricordo, poiché le storie a questo punto si fanno confuse. Di fatto esisteva una statua, il Palladio, con conclamate virtù magiche e quindi numerose città si vantarono di possederlo. Certo il culto alla statua rappresenta l’aspetto più terrestre e quindi più limitante di quella che per altro è ricordata come la dea della ragione, protettrice d’Ulisse, dei greci, degli Argonauti, l’inventrice stessa della vita civile… ma proprio questo lato umano e vulnerabile la rende psicologicamente più credibile.

C'era davvero una Pallade, figlia di Tritone (il genio dell’omonimo lago), che giocava con Atene bambina? Dal racconto della nascita pare, al contrario, che la Dea nasca adulta, saggia e ben armata dalla testa del divino genitore, di cui appunto rappresenta la ragione!
Che se ne faceva dunque d’un’amica bambina e perché mai litigarci?
Ad un esame filologico l'unità del personaggio appare ancora più evidente: pallade è un predicativo = forza che vibra la lancia o più genericamente forza vergine, mentre atena vuol dire letteralmente priva di latte. Pallade Atena è dunque la forza stessa della castità, quella che deriva dall'assenza di qualsiasi legame o condizionamento materiale. Se mai è esistita un'Atena bambina legata d'amicizia ad un'altra è più che evidente che la crescita non sarebbe potuta avvenire, se non recidendo nettamente il legame stesso.
No, non è Atena ad aver bisogno dell’amicizia di Pallade. Sono gli uomini che riescono ad avvicinarla soltanto prendendosi cura dell'idolo di legno!

Ed attraverso il prezioso simulacro, Pallade Atena esce dai confini a lei riservati come Dea della ragione ed entra nell’intimità delle case: per tessere e ricamare il suo mantello, per esempio, le fanciulle lavoravano nove mesi interi. Come per una gravidanza! Appare decisamente significativo il fatto che per scegliere queste fanciulle, le si dedicasse una festa speciale a novembre, in occasione della raccolta delle olive.
Il periodo che va da novembre a dicembre, detto “Maimacterione” nel calendario greco, era dedicato a Zeus e caratterizzato dalla completa assenza di feste. La stagione infatti era poco adatta alle celebrazioni e la gente preferiva stare in casa. Solo per l’amata dea si faceva un’eccezione. Una piccola festa del raccolto, in cui si decideva anche il motivo da ricamare sul sacro manto, celebrando ogni anno una diversa avventura della Dea.
A primavera invece, nel mese di Munichione, che cadeva tra aprile e maggio ed era dedicato ad Afrodite, era necessario provvedere ad un bagno sacro ed è significativo il fatto che questo momento preceda la festa vera e propria e cada dentro lo spazio d’un’altra Dea.

Il volto pubblico d’Atena è quello celebrato nelle sue feste, le Panatee, celebrate nel I mese del calendario greco: Ecatombione, che cadeva tra luglio ed agosto, ed era interamente dedicato a lei. Il nome stesso del mese allude al grande sacrificio: 4 buoi, 4 arieti, innumerevoli giovenche.
In epoca storica si distinguono le grandi Panatee, celebrate nell’anno delle Olimpiadi, con concorso di tutta la popolazione greca, dalle piccole, che sono riservate ad Atene. Originariamente la corsa delle fiaccole in onore di Prometeo, con cui ancora oggi iniziano le Olimpiadi, era invece il rito d’apertura delle Panatee ed aveva senza dubbio origini pre-elleniche, molto probabilmente celtiche.
Si dovevano lasciar spegnere tutti i fuochi della città, poi se ne accendeva uno grande sull’altare della Dea e si trasportava di corsa di casa in casa; si riteneva che la corsa preservasse la fiamma dalle impurità ed in tal modo ogni focolare partecipava della sacralità del tempio.
Il primo giorno di festa era interamente occupato da giochi, corse di cavalli e gare musicali, perché Atena, che aveva suonato il primo flauto, era anche protettrice della musica, come di tutte le arti liberali. La notte precedente alla processione era di veglia, trascorsa in canti, danze e numeri di destrezza accanto ai fuochi appena accesi.

La processione, che era il vero e proprio coronamento della festa, prendeva le mosse prima dell’alba dal cimitero, il famoso Ceramico, che sorgeva fuori dalle mura e di qui s’inerpicava verso l’acropoli, attraverso un percorso in parte costruito artificialmente, sia per permettere il passaggio del numeroso corteo, sia per dare all’ascensione una certa solennità, che permettesse di assaporare lentamente la visione del tempio.
Il Ceramico era anche il luogo sacro della nascita d’Erittonio, il primo ateniese, nato dal solco stesso della terra feconda e quindi completamente autoctono, in linea con la morale del tempo, che riconosceva volentieri diritti anche ai poveri, ma non agli stranieri. Le cerimonie d’inizio erano rigorosamente segrete: fanciulle vergini di buona famiglia riempivano in silenzio di dolci al miele delle coppe d’argento, altre portavano l’acqua e grandi incensieri, sempre d’argento, mentre sacerdoti vestiti di rosso facevano allineare gli animali, i portatori di fiaccole ed i suonatori.

Quando la processione, ancora silenziosa, aveva percorso il primo tratto ed era entrata nelle mura, da una delle case usciva finalmente il famoso peplo, un velo trasparente giallo zafferano, su cui ogni anno si ricamava un diverso trionfo d’Atena. Il velo veniva issato sull’albero di una barca montata su ruote, perché fosse ben visibile da tutti. A questo punto si aggiungevano al corteo i magistrati, i sacerdoti, il popolo ed a chiusura del tutto gli efebi a cavallo. Costoro costituivano la milizia civica ed erano rigorosamente consacrati alla Dea. All’età di diciotto anni i giovani venivano presentati al demo e, se riconosciuti idonei, venivano iscritti nelle liste di leva. Per un anno ricevevano dallo stato un’educazione civile e militare e poi le armi, con cui, per due anni, prestavano servizio territoriale in difesa dell’Attica.
Al completamento dei ranghi iniziavano i canti e la processione diventava solenne e festosa.

Raggiunto il Partenone il peplo veniva solennemente offerto alla Dea e la sua statua ne veniva rivestita.
A questo punto iniziavano i sacrifici, che erano seguiti dai banchetti.
Fidia rappresentò queste feste lungo il fregio che ornava il Partenone, nell’estremità ovest; la processione si snodava ininterrotta per 160 metri. Immaginando che tutti gli Dei corressero di buon grado alla festa, che celebrava una di loro, per distinguerli dai mortali, ricorse all’ingenuo espediente di mostrarli più grandi, ma i veri protagonisti sono i piccoli cittadini ateniesi: era la prima volta che in un edificio religioso venivano rappresentate scene di vita comune, con naturalezza e semplicità, in modo che tutte le figure avessero una propria individualità, senza per questo spezzare l’unità dell’insieme.

Mentre tutte le metope vennero sistematicamente distrutte dai cristiani quando, nel V secolo, il Partenone venne dedicato alla Madonna, divenendo una chiesa cristiana, il fregio ed i frontoni, più difficilmente accessibili, vennero lasciati più o meno intatti.
Sotto i Turchi il tempio venne trasformato in polveriera e così nel 1687, quando i veneziani assediarono l’Acropoli, l’artiglieria di Francesco Morosini la bombardò, provocando enormi danni ed un vasto incendio.
È effettivamente traumatizzante il fatto che il tempio di Atena sia stato distrutto proprio da coloro che volevano restituire ai Greci l’antico bene della democrazia!

Mary Falco