In un mondo perfetto non ci sarebbe il
Partenone.
Come suo padre Zeus, la Dea della ragione non aveva
bisogno d’essere rappresentata nel chiuso
d’un tempio, ma raggiungeva i suoi prediletti
parlando direttamente al loro cuore, sempre un po'
impulsivo, riportandolo alla calma necessaria per
pensare rettamente.
Eppure già in Omero, il cantore d’una
serenità olimpica senza ombre, eroi come
Achille ed Ulisse faticano talvolta a stabilire
un contatto con la Dea, che deve prendere volto
e forma umana, trattenerli per un braccio, prenderli
addirittura per i capelli… che fare dunque
in epoca storica, quando la "cosa pubblica"
è gestita dal popolo e la diletta città
ha conosciuto l’obbrobrio dell’invasione
persiana, (480 a.C.) quando persino gli ulivi sacri
sono stati incendiati?
Inutile dire che in un frangente del genere la ragione
s’appanna e diventano importanti i segni,
le cose che si vedono e si toccano e se la credenza
sfiora la superstizione, non importa. Che sospiro
di sollievo, per esempio, quando l’ulivo originario,
custodito nel cuore dell’Eretteo, ha fatto
spuntare i suoi germogli dal tronco bruciato solo
in superficie!
Per un attimo tutti tornarono con la mente al giorno
in cui Atena e Poseidone s’erano disputati
il possesso dell’Attica ed il dio del mare
aveva pensato di stupire il mondo percuotendo la
terra col suo tridente e facendo sgorgare una fonte
salata al centro stesso dell’Acropoli…
ma la dea l’aveva vinto con un’opera
di pace, piantando il primo olivo e da quel giorno
la città a lei consacrata considerò
sacro quell’albero.
Diciamo la verità: quel giorno non lo ricordava
nessuno, era solo un racconto… ma nel fervore
della ricostruzione, a tutti parve d’esserne
stati testimoni diretti.
Per questo nell’Atene di marmo ricostruita
da Pericle nel 447 a.C. l’agorá,
centro della vita sociale, non fu mai pavimentata,
perché ci crescevano gli ulivi sacri, ma
anche pioppi bianchi, platani, allori ed un unico
grande pioppo nero, che era usato per affiggere
gli avvisi pubblici. La grande piazza era circondata
d’edifici, con grandi colonnati per riunirsi
all’aperto anche nei giorni di pioggia ed
un ricco mercato, attorno al quale si costruirono
confuse case, botteghe, fino a formare interi quartieri
d’abitazione, senza nessun piano regolatore.
La circolazione si faceva talvolta caotica e per
facilitare il transito dei carri si stendeva uno
strato di ghiaia nei percorsi principali, una copertura
sottile, che si poteva rimuovere facilmente e lasciava
penetrare la pioggia fino alle radici delle sacre
piante. Così la famosa agorá, centro
della vita sociale, rimase uno spazio irregolare,
inclinato per favorire il drenaggio naturale, con
due grandi fontane pubbliche.
Ma perché la Dea della Ragione era così
addentro ai problemi agresti?
Una storia oscura lega questa fanciulla senza madre,
generata direttamente dalla testa di Zeus, al fratellastro
che Era aveva procreato da sola, per vendicarsi
dell’abuso: Efesto, dio del fuoco e fabbro
celeste.
Un giorno Atena era andata nella sua fucina per
ordinare delle armi ed egli s’era di colpo
infiammato d’amore per lei. Inutile dire che
la Dea fuggì, ma il Dio riuscì a raggiungerla
e nella lotta che ne seguì bagnò di
sperma la candida coscia d’Atena, proprio
un minuto prima d’esserne allontanato.
Disgustata, si ripulì con un batuffolo di
lana, che gettò via… ma la Terra così
fecondata, generò un bambino, che Atena,
suo malgrado, riconobbe come proprio e chiamò
Erittonio, lo richiuse in un cesto
ed all’insaputa di tutti gli dei lo affidò
ad Aglauro, figlia di Cecrope. Qui la storia si
complica. Qualcuno dice che nel cesto, a difesa
del fanciullo, ci fossero due serpenti, altri che
il bambino stesso potesse trasformarsi in serpente
nei momenti di pericolo e rifugiarsi sotto lo scudo
della Dea.
Quel che è certo è che Erittonio lega
la Dea della Ragione alla terra.
Un legame potente e segreto, che permette ad Atena
di “inventare” l’ulivo e d’essere
venerata come “Polias”, che purifica
l’aria, garantisce la salute pubblica, allontana
le malattie e garantisce la continuità della
stirpe: in suo onore nell’Acropoli si allevava
un serpente sacro.

Tutto ciò tuttavia presuppone che accanto
al sacro giardino degli ulivi sia costruito un edificio
di pietra, anzi, quanto più modesta appariva
la piazza, tanto più sontuoso si volle il
tempio, che custodiva il simulacro divino. L'idolo
era un elemento del tutto sconosciuto sia alla religione
olimpica, aristocratica, ariana, da cui derivano
gli dei celesti, come a quella micenea, da cui derivano
le divinità ctonie e poi agresti.
I primi rifiutavano di racchiudere gli dei entro
costruzioni materiali e ne riconoscevano la presenza
soprattutto nei boschi, sotto i vasti cieli aperti,
i secondi avevano fondato sul tempio la forza della
monarchia, per questo di fatto ci viveva il re e
poiché il sovrano era indicato dai più
come amato dalla Dea… nelle feste più
importanti, la sacerdotessa La incarnava, con tutte
le conseguenze del caso. Per questo le vicende degli
dei s’intrecciano così fittamente alle
origini della case regnanti, tanto che oggi facciamo
fatica a distinguerle.
E quando la sacerdotessa fu sostituita da una statua?
Nell’età d’oro, quando gli Dei
parlavano direttamente con gli uomini, un pupazzo
non avrebbe soddisfatto nessuno!
Come tutte le idee artificiose veniva dall'Egitto.
Qui gli dei erano rappresentati da questi simulacri,
spesso di legno, che dovevano essere periodicamente
lavati, unti con olio di rose, esposti al sole del
mattino e finalmente rivestiti e portati nella parte
più segreta del tempio, dove restavano nascosti
fino alla festa successiva. In epoca storica quest’usanza
è ormai pienamente attestata nelle pianure
dell’Attica e nessun tempio, ricco o povero,
fa eccezione. Boschi e giardini crescono rigogliosi
all’esterno, ma le feste pubbliche si celebrano
al tempio e la ricchezza delle rappresentazioni
in marmo testimonia la pietà pubblica.
Atena non fa eccezione.
La sua prima statua poi era legata ad una storia
antica, che ce la fa scoprire viva… quasi
umana.
Da bambina aveva avuto una discussione con un’amica,
Pallade ed erano ben presto arrivate alle mani…
così Zeus aveva ritenuto opportuno intervenire
in favore della figlia, difendendola con lo scudo
della Gorgone… inutile dire che la poveretta
era rimasta impietrita.
Non si sa bene se Atena conservasse il corpo pietrificato
dell’amica o se avesse fatto fabbricare una
statua in suo ricordo, poiché le storie a
questo punto si fanno confuse. Di fatto esisteva
una statua, il Palladio, con conclamate virtù
magiche e quindi numerose città si vantarono
di possederlo. Certo il culto alla statua rappresenta
l’aspetto più terrestre e quindi più
limitante di quella che per altro è ricordata
come la dea della ragione, protettrice d’Ulisse,
dei greci, degli Argonauti, l’inventrice stessa
della vita civile… ma proprio questo lato
umano e vulnerabile la rende psicologicamente più
credibile.
C'era davvero una Pallade, figlia di Tritone (il
genio dell’omonimo lago), che giocava con
Atene bambina? Dal racconto della nascita pare,
al contrario, che la Dea nasca adulta, saggia e
ben armata dalla testa del divino genitore, di cui
appunto rappresenta la ragione!
Che se ne faceva dunque d’un’amica bambina
e perché mai litigarci?
Ad un esame filologico l'unità del personaggio
appare ancora più evidente: pallade è
un predicativo = forza che vibra la lancia o più
genericamente forza vergine, mentre atena vuol dire
letteralmente priva di latte. Pallade Atena è
dunque la forza stessa della castità, quella
che deriva dall'assenza di qualsiasi legame o condizionamento
materiale. Se mai è esistita un'Atena bambina
legata d'amicizia ad un'altra è più
che evidente che la crescita non sarebbe potuta
avvenire, se non recidendo nettamente il legame
stesso.
No, non è Atena ad aver bisogno dell’amicizia
di Pallade. Sono gli uomini che riescono ad avvicinarla
soltanto prendendosi cura dell'idolo di legno!
Ed attraverso il prezioso simulacro, Pallade Atena
esce dai confini a lei riservati come Dea della
ragione ed entra nell’intimità delle
case: per tessere e ricamare il suo mantello, per
esempio, le fanciulle lavoravano nove mesi interi.
Come per una gravidanza! Appare decisamente significativo
il fatto che per scegliere queste fanciulle, le
si dedicasse una festa speciale a novembre, in occasione
della raccolta delle olive.
Il periodo che va da novembre a dicembre, detto
“Maimacterione” nel calendario greco,
era dedicato a Zeus e caratterizzato dalla completa
assenza di feste. La stagione infatti era poco adatta
alle celebrazioni e la gente preferiva stare in
casa. Solo per l’amata dea si faceva un’eccezione.
Una piccola festa del raccolto, in cui si decideva
anche il motivo da ricamare sul sacro manto, celebrando
ogni anno una diversa avventura della Dea.
A primavera invece, nel mese di Munichione, che
cadeva tra aprile e maggio ed era dedicato ad Afrodite,
era necessario provvedere ad un bagno sacro ed è
significativo il fatto che questo momento preceda
la festa vera e propria e cada dentro lo spazio
d’un’altra Dea.
Il volto pubblico d’Atena è quello
celebrato nelle sue feste, le Panatee, celebrate
nel I mese del calendario greco: Ecatombione,
che cadeva tra luglio ed agosto, ed era interamente
dedicato a lei. Il nome stesso del mese allude al
grande sacrificio: 4 buoi, 4 arieti, innumerevoli
giovenche.
In epoca storica si distinguono le grandi Panatee,
celebrate nell’anno delle Olimpiadi, con concorso
di tutta la popolazione greca, dalle piccole, che
sono riservate ad Atene. Originariamente la corsa
delle fiaccole in onore di Prometeo, con cui ancora
oggi iniziano le Olimpiadi, era invece il rito d’apertura
delle Panatee ed aveva senza dubbio origini pre-elleniche,
molto probabilmente celtiche.
Si dovevano lasciar spegnere tutti i fuochi della
città, poi se ne accendeva uno grande sull’altare
della Dea e si trasportava di corsa di casa in casa;
si riteneva che la corsa preservasse la fiamma dalle
impurità ed in tal modo ogni focolare partecipava
della sacralità del tempio.
Il primo giorno di festa era interamente occupato
da giochi, corse di cavalli e gare musicali, perché
Atena, che aveva suonato il primo flauto, era anche
protettrice della musica, come di tutte le arti
liberali. La notte precedente alla processione era
di veglia, trascorsa in canti, danze e numeri di
destrezza accanto ai fuochi appena accesi.
La processione, che era il vero e proprio coronamento
della festa, prendeva le mosse prima dell’alba
dal cimitero, il famoso Ceramico, che sorgeva fuori
dalle mura e di qui s’inerpicava verso l’acropoli,
attraverso un percorso in parte costruito artificialmente,
sia per permettere il passaggio del numeroso corteo,
sia per dare all’ascensione una certa solennità,
che permettesse di assaporare lentamente la visione
del tempio.
Il Ceramico era anche il luogo sacro della nascita
d’Erittonio, il primo ateniese, nato dal solco
stesso della terra feconda e quindi completamente
autoctono, in linea con la morale del tempo, che
riconosceva volentieri diritti anche ai poveri,
ma non agli stranieri. Le cerimonie d’inizio
erano rigorosamente segrete: fanciulle vergini di
buona famiglia riempivano in silenzio di dolci al
miele delle coppe d’argento, altre portavano
l’acqua e grandi incensieri, sempre d’argento,
mentre sacerdoti vestiti di rosso facevano allineare
gli animali, i portatori di fiaccole ed i suonatori.
Quando la processione, ancora silenziosa, aveva
percorso il primo tratto ed era entrata nelle mura,
da una delle case usciva finalmente il famoso peplo,
un velo trasparente giallo zafferano, su cui ogni
anno si ricamava un diverso trionfo d’Atena.
Il velo veniva issato sull’albero di una barca
montata su ruote, perché fosse ben visibile
da tutti. A questo punto si aggiungevano al corteo
i magistrati, i sacerdoti, il popolo ed a chiusura
del tutto gli efebi a cavallo. Costoro costituivano
la milizia civica ed erano rigorosamente consacrati
alla Dea. All’età di diciotto anni
i giovani venivano presentati al demo e, se riconosciuti
idonei, venivano iscritti nelle liste di leva. Per
un anno ricevevano dallo stato un’educazione
civile e militare e poi le armi, con cui, per due
anni, prestavano servizio territoriale in difesa
dell’Attica.
Al completamento dei ranghi iniziavano i canti e
la processione diventava solenne e festosa.
Raggiunto il Partenone il peplo veniva solennemente
offerto alla Dea e la sua statua ne veniva rivestita.
A questo punto iniziavano i sacrifici, che erano
seguiti dai banchetti.
Fidia rappresentò queste feste lungo il fregio
che ornava il Partenone, nell’estremità
ovest; la processione si snodava ininterrotta per
160 metri. Immaginando che tutti gli Dei corressero
di buon grado alla festa, che celebrava una di loro,
per distinguerli dai mortali, ricorse all’ingenuo
espediente di mostrarli più grandi, ma i
veri protagonisti sono i piccoli cittadini ateniesi:
era la prima volta che in un edificio religioso
venivano rappresentate scene di vita comune, con
naturalezza e semplicità, in modo che tutte
le figure avessero una propria individualità,
senza per questo spezzare l’unità dell’insieme.
Mentre tutte le metope vennero sistematicamente
distrutte dai cristiani quando, nel V secolo, il
Partenone venne dedicato alla Madonna, divenendo
una chiesa cristiana, il fregio ed i frontoni, più
difficilmente accessibili, vennero lasciati più
o meno intatti.
Sotto i Turchi il tempio venne trasformato in polveriera
e così nel 1687, quando i veneziani assediarono
l’Acropoli, l’artiglieria di Francesco
Morosini la bombardò, provocando enormi danni
ed un vasto incendio.
È effettivamente traumatizzante il fatto
che il tempio di Atena sia stato distrutto proprio
da coloro che volevano restituire ai Greci l’antico
bene della democrazia!
Mary Falco