IL TEATRO IN GRECIA

IL TEATRO DEL V SECOLO: LO SPECCHIO DELLA REALTA’ CIRCOSTANTE

di Floriana Caracciolo


Nel secolo V a. C. il teatro, in Grecia, non si caratterizzò solo come luogo di rappresentazioni o spettacoli mondani, ma acquisì un carattere educativo e formativo: esso chiamava il pubblico a meditare sul significato dell’esistenza, a riconoscere i limiti oltre i quali l’azione umana può incorrere nell’errore.
Rappresentando sulla scena il mito, la storia o la vita, attraverso una rigorosa stilizzazione, il teatro, in quanto specchio della realtà, era proposto quale potente strumento della sua trasfigurazione.
Il teatro fu capace di esprimere e di rappresentare la conflittualità del reale come pluralità discorde di punti di vista, da ciò gli derivò un altissimo valore politico, ad Atene soprattutto, laddove le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, attinte dall’epica, volevano essere la proiezione sublimata di un presente conflittuale e tormentato, alla perenne ricerca di se stesso.
Dunque, è attraverso la produzione teatrale del V secolo, i suoi autori ed i suoi protagonisti principali che emerge un quadro chiaro della realtà circostante.
Un’opera d’arte, infatti, è tanto più autentica quanto più l’artista è in grado di leggere la realtà del suo tempo, di decifrarla, e di cogliere le linee essenziali di processi reali ed oggettivi.
L’esperienza più feconda del teatro del V secolo, fu certamente quella di Euripide; tutto il teatro euripideo attinge alla realtà e non può essere compreso senza tener presenti gli eventi politici e culturali contemporanei: il ruolo egemonico di Atene, lo sviluppo della democrazia guidata per un trentennio da Pericle, la promozione della città a centro della cultura poetica e filosofica. Ma, soprattutto, tutta la sua attività fu fortemente condizionata dalla lacerazione interna dello Stato ateniese durante la guerra del Peloponneso.
In quegli anni la città sembrò scossa da una rivoluzione: nulla sembrava più stare immobile sulle antiche fondamenta. Tutto era posto in discussione: religione, principi, tradizioni, costumi, mentalità, leggi universali o cittadine. Tutto sembrava poter essere ripensato o fondato.
Euripide, allora, diede voce a questo profondo disagio sociale, alle esigenze reali e profonde della realtà del suo tempo.
Una svolta rivoluzionaria investì il teatro tragico ateniese: Euripide portò sulla scena l’uomo. Degli eroi del mito i suoi personaggi hanno solo i nomi, per il resto sono uomini e donne del quotidiano, con motivazioni umane, con una psicologia individuale, non sono tipi o caratteri, ma persone con una psicologia spesso oscillante, combattuta, frantumata.
Quello di Euripide è un “teatro borghese” che rappresenta gli errori e i dolori degli uomini, la loro solitudine in un mondo dove la fede nelle divinità viene scemando: in lui non c’è né la fede ragionata di Eschilo, né quella rassegnata di Sofocle, egli non è neppure sicuro che sia possibile scoprire o instaurare nell’universo un ordine razionale.
Il destino dell’uomo non si gioca più tra cielo e terra, ma fra individuo e altri individui, in un fitto intreccio di relazioni interpersonali che rapportano l’individuo alla città e alle sue leggi o lo imprigionano nell’ambito privato della famiglia, delle amicizie e delle conoscenze.

Floriana Caracciolo
17 Novembre 2005


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