
L'Istituto
Nazionale del Dramma Antico (INDA), istituzione
nata nel 1914 con lo scopo di far rivivere
la cultura classica grazie alla rappresentazione
di testi appartenenti alla drammaturgia
antica, ha quest’anno in programma,
per il XLI Ciclo di Spettacoli Classici,
la messa in scena di due tragedie:
I
Sette contro Tebe di
Eschilo,
nella traduzione di Monica Centenni, e l'
Antigone
di
Sofocle, nella traduzione di
Maria Grazia Ciani.
La prima, nella regia di Jean Pierre Vincent,
debutterà il 13 maggio alle 18:30
(ultima rappresentazione il 26 giugno) mentre
la seconda, diretta da Irene Papas, il 14
maggio sempre alle 18:30 (ultima rappresentazione
il 25 giugno).
Conoscete già la storia di queste
due straordinarie tragedie dell’antichità?
Di seguito noi vi riportiamo qualche accenno.
I
Sette contro Tebe (e non “I
Sette a Tebe”, per volontà
interpretativa del regista) costituiva la
terza, dunque conclusiva tragedia di una
trilogia, rappresentata nel 467 a. C., che
comprendeva Laio ed Edipo. Ottenne la vittoria.
Tema portante della trilogia era quello
del destino che, scegliendo di abbattersi
sulla stirpe dei Labdacidi (Labdaco era
il padre di Laio), la conduce a estinguersi
nel giro di tre generazioni. La tragedia
narra infatti la lotta fratricida che avrà
esito tragico, tra Eteocle e Polinice, per
la conquista di Tebe. Il titolo deriva dai
sette comandanti argivi che pongono l’assedio
alle sette porte di Tebe. Il coro era costituito
da donne tebane, che tentano invano di dissuadere
Eteocle ad avanzare armato contro il fratello.
Dopo terribili combattimenti, i duci argivi
sono respinti. Alla settima porta i due
figli di Edipo, Eteocle e Polinice, l’uno
difensore, l’altro assalitore della
città, si uccidono reciprocamente.
A chiudere la tragedia eschilea è
il pianto di Antigone e Ismene, le uniche
superstiti della casa di Edipo.
Ad interpretare Eteocle, protagonista assoluto
dei Sette contro Tebe, sarà quest’anno
Massimo Popolizio.
Antigone,
rappresentata nel 442 a. C. si riallaccia
agli ultimi versi dei “Sette contro
Tebe”. In seguito al successo riportato
con quest’opera, Sofocle venne nominato
stratega con Pericle nel 440 a. C.
Creonte, nuovo signore di Tebe, ordina tramite
un araldo, pena la morte, che il cadavere
di Polinice sia lasciato insepolto, in pasto
agli uccelli e ai cani.
Antigone decide di non obbedire all’ordine
empio, e oppone la propria determinazione
nel volergli tributare i medesimi onori
funebri di Eteocle. Dà sepoltura
al fratello, ma in tal modo va incontro
alla propria morte. Ella si muove in una
sfera di valori così alti che dagli
altri sono giudicati follia.
La regia e l'ideazione scenografica di questa
seconda tragedia sono a cura di Irene Papas
che, per limitarsi solo all'attività
cinematografica, ha prestato in passato
il proprio volto e la propria radiosa grecità
a Elettra, Elena e Clitennestra.
Quest’anno ad incarnare Antigone sarà
Galatea Ranzi, che interpreta una delle
eroine tragiche più ambìte,
forse l'unica, insieme ad Alcesti, completamente
positiva.
La sapiente finezza che ha indotto la Papas
ad affidare la parte di Antigone a Galatea
Ranzi è pari all'audacia che l'ha
guidata nello scegliere Alessandro Haber
per esprimere lo straziante dramma umano
di Creonte, condannato a prendere atto troppo
tardi della propria implacabile ostinazione,
della propria follia. Non arriva in tempo
neppure ad evitare il suicidio del figlio
Emone, e poi della moglie Euridice: «Ahimè,
la colpa è mia, / soltanto mia. /
Sono io, sono io che ti ho ucciso, infelice,
/ è vero. Servi, presto, / portatemi
via, portatemi lontano». Il coro suggella
lo sgomento di Sofocle di fronte all’uomo:”
Grande e potente e tristo e rovinoso essere
è l’uomo…”
Cettina Messina
12 maggio 2005