"Queste cose non avvennero mai,
ma sono sempre"
(Sallustio, "Degli dei e del
mondo")
La storia delle guerre solitamente la
scrivono i vincitori. Noi uomini del 2000
ci siamo quasi abituati alla incessante
realtà della guerra nel mondo,
siamo giunti persino ad assistere a questo
fenomeno mediaticamente, comodamente seduti
davanti alla televisione. Ecuba e Troiane
però hanno la particolarità
di dar voce ai vinti, non ai vincitori.
E’ un punto di vista interessante,
ed in ciò va elogiato chi ha scelto
tali drammi per la stagione teatrale di
quest’anno.
Troiane
è una delle prime opere contro
la guerra scritte nella storia dell’umanità.
I riferimenti individuabili al presente
possono essere molti ma il teatro, si
sa, procede per via metaforica. In questa
tragedia è evidente la volontà
registica di rendere l’essenza più
pura del teatro classico, il protagonismo
della parola: i fatti sono raccontati,
evocati piuttosto che visti in maniera
diretta. La recitazione dell’esperiente
e sempre eccelsa Lucilla Morlacchi,
imperniata sui toni forti e sulla mimica
soprattutto facciale, eloquente per il
pubblico, ci ha riportato alla teatralità
del V sec. a.C.: "Nessuno, nato
sotto una buona stella, può dirsi
felice prima di morire". Così
pure il coro, nella sua funzionalità,
è apparso come trasposizione attuale
di concetti, immagini, sensazioni presi
da un tempo e da un sentire universali.
Tra
tutti gli attori, oltre alla protagonista,
ci è sembrato che abbiano brillato
maggiormente la bella Atena, impersonata
da una brava Rossana Giordano,
in una particolare interpretazione accompagnata
da una non comune resa dei toni fonici;
Elena, resa dall’avvenente Giovanna
di Rauso, dalla sensuale prorompenza
recitativa; il messaggero Taltibio, un
Luca Lazzareschi convincente
per la sua contenuta ed allo stesso tempo
suggestiva compartecipazione alle disgrazie
della famiglia regale troiana: “Certo
chi sembra autorevole e saggio non vale
più di chi non vale nulla”
dice in riferimento ai greci vincitori
ed al loro crudele atteggiamento. Tuttavia
il dramma in sé non ha suscitato
nel complesso, a nostro avviso, particolare
coinvolgimento emotivo. Va citata inoltre
fra tutti l’invasata Cassandra,
la giovane attrice Cristina Spina
che ha dato una prova di un’interpretazione
lodevole, che le ha fatto guadagnare anche
un premio nella manifestazione "Eschilo
d’oro" tenutasi al teatro
greco di Siracusa alcuni giorni fa.
Istintivo
e necessario sorge il confronto con l'Ecuba
di Massimo Castri, dallo stile almeno
all’apparenza meno classico ma non
per questo meno coinvolgente, anzi.
Le troiane componenti il coro, compagne
di sventura di Ecuba, hanno annullato
anche qui la distanza cronologica dei
secoli, divenendo coro dell’umanità
vissuta e vivente, che soffre i dolori
della guerra. Ma costantemente sorprendente
è la figura che da esse emerge
e si fissa dominante sulla scena per tutta
la durata della rappresentazione, quest’anno
una straordinaria Elisabetta Pozzi.
Continuamente a contatto con dei morti,
i suoi figli, li trascina vicino a sé,
li accarezza, dà loro una collocazione
nello spazio dei vivi. Ella è già
in parte con loro, con i non-viventi:
lo si capisce dalla sguardo, a tratti
sperduto alla ricerca di un orizzonte
che più non intravede,– “Fui
privata di 50 figli”-, a tratti
fulmineo nella dignità lucida degna
di una regina, pur violentata nei suoi
diritti di madre, di donna – “Se
posso punire i malvagi, la schiavitù
accetto
in eterno”. Ella cammina, parla
muovendosi sul sottile filo rosso che
lega razionalità e follia. L’interpretazione
introspettiva che Castri offre di questo
famoso personaggio mitologico trova noi
spettatori moderni abbastanza pronti a
capirla, proprio perché pensa e
agisce come un personaggio novecentesco:
Ecuba sembra aver scavato, per necessità,
nella sua stessa psiche, aver scovato
i suoi dolori più tremendi- "(sono)
la sventura in persona" - e, costretta,
li fa emergere con un’agghiacciante
serafica calma; ma ciò non vuol
dire che ne sia meno consapevole. In realtà
la donna è già oltre: dopo
aver compreso la sua disperata posizione,
può solo affrontare la realtà,
trovando la forza di vendicarsi ancora
e di punire i traditori, come fa con l’ingrato
Polimestore, un ottimo e convincente Sergio
Romano, e poi tornando a far
mostra argutamente della sua presenza
assente. Il dolore è assurdo, è
questa la verità per Euripide.
Il cinismo di Ulisse, Agamennone, a tratti
anche di Taltibio, ben resi dagli attori
Sergio Leone, Paolo
Calabresi e Miro Bandoni,
fanno emergere ancor più la maturità
interiore della regina troiana divenuta
schiava. Stridente invece ci è
apparsa la figura di Polissena, vergine
coraggiosa interpretata troppo aggressivamente
da Ilaria Genatiempo.
Ancora una volta la tragedia ci ha svelato
dal di dentro le motivazioni dei fatti
e delle azioni dei suoi eroi, lasciando
respirare apertamente il conflitto, il
ritmo, liberando la parola, dando un’idea
chiara se pur non concreta, cioè
riferita esplicitamente al nostro tempo.
Certo, indubbiamente il sapere scientifico
accumulato nei secoli ci ha allontanato
dal mito. Eppure, proprio perché
il mito crea immagini che contengono un
senso profondo, che cambia con il cambiare
della storia e perché il linguaggio
mitico è, per sua natura, polisemico,
non solo i miti antichi sono ancora vivi,
ma si continua a creare e ri-creare miti,
che rispondano alla nostra sete di valori
simbolici. Il sapere scientifico-tecnologico
non potrà mai soffocare né
l’interesse per i miti del passato,
né la capacità di elaborazione
mitico-simbolica, volta a soddisfare il
bisogno di un immaginario collettivo,
capace di comunicare il senso più
profondo del nostro vivere. Ciò
è evidente anche dalla realizzazione
dei drammi rappresentati quest’anno.
Attraverso la sofferenza fisica ecco…
l’impatto ineludibile col destino
che costringe ad una condizione di dolore:
è la sorte dei vinti, di tutti
coloro che nella storia umana sono gli
sconfitti ed il cui urlo prepotentemente
continua a risuonare nelle nostre orecchie
grazie alla magia del teatro, portatore
dei valori umani più sacri, più
veri.
Cettina
Messina
27 Giugno 2006