INDA 2006
XLII Ciclo di Rappresentazioni Classiche al teatro greco di Siracusa

Lettera aperta ai registi di Troiane ed Ecuba
per la stagione INDA 2006



di Carlo Fatuzzo

Mario Gas Massimo Castri
Mario Gas, regista di Troiane, e Massimo Castri, regista di Ecuba



Arduo compito quello di un regista cui oggi viene affidata una tragedia greca a Siracusa. Non è cosa facile affrontare un pubblico come quello che ogni anno popola quella cavea: eminenti classicisti provenienti da tutta Italia e persino dall’estero, scolaresche diligentemente istruite dagli insegnanti, appassionati di teatro antico, che qui si danno un irrinunciabile appuntamento come se fosse un rito sacro. Per molti, e da molti anni, gli spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa sono infatti una festa di precetto. Ebbene, tutto ciò complica non poco il lavoro del regista, che si trova di fronte un pubblico ben preparato e molto esigente, un pubblico che di rappresentazioni classiche ne ha già viste tante, e fatte bene. Un pubblico così, come si fa a stupirlo e a conquistarlo? È perciò saggio essere benevoli nei confronti di registi dal così rischioso compito. Ciò premesso, sia concesso qualche spunto di riflessione.

Innanzitutto, una tragedia greca non è un semplice canovaccio di battute, dialoghi e monologhi, su cui dover ogni volta inventare un contesto altrimenti ignoto: ogni tragedia greca è un “pacchetto” completo, di testo e contesto. Non c’è bisogno, ad esempio, delle allusioni alla seconda guerra mondiale per capire la guerra di Troia o le guerre persiane o la guerra del Peloponneso: può essere una trovata brillante se adottata qualche volta, ma non sistematicamente. La magistrale e sempre attuale lezione di “cultura della pace” consegnataci dai tragici greci si evince già chiaramente dai loro testi, e lo spettatore riesce benissimo a intuire da solo l’attualità di quei versi. E già che abbiamo nominato i versi, giova ricordare che le tragedie greche non sono testi in prosa: sono testi poetici, con tutto ciò che ne consegue per quanto riguarda la messa in scena. Certo, se ne può benissimo ricavare una versione in prosa, però bisogna essere onesti e dirlo apertamente: “Signori, quest’anno non vi rappresenteremo una tragedia greca, ma un nuovo spettacolo ispirato ad un dramma antico”. Così lo spettatore lo sa già, e non ha ragione di lamentarsi. Insomma, dal regista ci si attenderebbe il rispetto dovuto ad un pubblico pagante che sa benissimo cos’è (e come si rappresenta) una tragedia greca.

Ancora una parola sulle “modernizzazioni” di una tragedia: possibili ma non necessarie. Purtroppo però, da oltre dieci anni, al Teatro Greco di Siracusa non si riesce a vedere altro. È divenuta la regola. Sembra proprio un dispetto al pubblico, che ogni anno confida in una inversione di tendenza: perché il fatto che le modernizzazioni non incontrano il favore del pubblico è inconfutabile. Il problema non è certo il principio dell’innovazione in sé – ché allora il regista cosa ci starebbe a fare? –, ma ovviamente la qualità delle singole innovazioni. Dichiarazioni come “L’intento è quello di essere vicini al pubblico” (Mario Gas) oppure “I costumi, per avvicinare di più i sentimenti dei personaggi a noi oggi, si collocano agli inizi del secolo scorso” (Maurizio Balò) suonano offensive nei confronti di un pubblico che non ha per nulla l’impressione di aver ricevuto gesti di cotanto riguardo, bensì di essere stato ancora una volta preso in giro.

Sappiamo bene che il misoneista ha sempre torto ed è destinato a diventare lo zimbello della storia: nessuno ci tiene a finire sui libri, a distanza di secoli, come chi non ha saputo comprendere il genio di un artista. Del resto anche Euripide fu un innovatore, in particolare dalle Troiane in poi. La differenza è che quelle di Euripide erano davvero innovazioni, mentre quelle odierne sono solo stanchi e prevedibili epigoni di innovazioni già viste e riviste da un bel po’ di anni: gli stivali, la valigia, il camion, l’automobile, la giacca e la cravatta non stupiscono più, anzi è ormai roba vecchia. Paradossalmente, la rappresentazione di una tragedia greca nella sua ambientazione originaria sarebbe oggi l’innovazione più ardita.

Tuttavia, gli elementi moderni innestati in una rappresentazione euripidea hanno una conseguenza interessante. La delusione da essi provocata, delusione che il pubblico unanime si trasmette silenziosamente da un estremo all’altro della cavea (quasi servendosi dei gomiti come conduttori di corrente), consente agli spettatori di rivestire un ruolo molto importante e per nulla secondario. Essi infatti interpretano con naturalezza e spontaneità la parte del pubblico teatrale ateniese del V sec. a. C.: un pubblico talvolta infastidito dalle innovazioni di Euripide, irritato dalle sue rivoluzionarie sperimentazioni drammaturgiche, imbarazzato dal suo Ippolito velato. Proprio così: Euripide era troppo moderno e il pubblico se ne indispettiva o addirittura se ne scandalizzava. Se le scelte degli odierni registi hanno il segreto scopo di ricostruire quell’atmosfera e stimolare la partecipazione attiva del pubblico, facendogli interpretare il ruolo degli antichi cittadini di Atene, non possiamo che ringraziarli e considerarci molto onorati di un così lusinghiero incarico.

Ricordiamo infine che, molto vicino a Siracusa, precisamente a Gela, è sepolto uno dei più grandi tragediografi greci, Eschilo. Ecco un motivo in più per dare il massimo, quando si fa uno spettacolo in questo teatro: Eschilo vi sente.

Carlo Fatuzzo
10 Giugno 2006

Vedi anche:
Inda Giovani
INDA 2006: Ecuba-Troiane: La parola ai vinti
Una stagione tutta euripidea
La musica nella tragedia greca
Stagione 2005: Antigone - Sette a Tebe
Stagione 2004 - Edipo e Medea: il tormento di due anime