Arduo
compito quello di un regista cui oggi
viene affidata una tragedia greca a Siracusa.
Non è cosa facile affrontare un
pubblico come quello che ogni anno popola
quella cavea: eminenti classicisti provenienti
da tutta Italia e persino dall’estero,
scolaresche diligentemente istruite dagli
insegnanti, appassionati di teatro antico,
che qui si danno un irrinunciabile appuntamento
come se fosse un rito sacro. Per molti,
e da molti anni, gli spettacoli classici
al Teatro Greco di Siracusa sono infatti
una festa di precetto. Ebbene, tutto ciò
complica non poco il lavoro del regista,
che si trova di fronte un pubblico ben
preparato e molto esigente, un pubblico
che di rappresentazioni classiche ne ha
già viste tante, e fatte bene.
Un pubblico così, come si fa a
stupirlo e a conquistarlo? È perciò
saggio essere benevoli nei confronti di
registi dal così rischioso compito.
Ciò premesso, sia concesso qualche
spunto di riflessione.
Innanzitutto, una tragedia greca non è
un semplice canovaccio di battute, dialoghi
e monologhi, su cui dover ogni volta inventare
un contesto altrimenti ignoto: ogni tragedia
greca è un “pacchetto”
completo, di testo e contesto. Non c’è
bisogno, ad esempio, delle allusioni alla
seconda guerra mondiale per capire la
guerra di Troia o le guerre persiane o
la guerra del Peloponneso: può
essere una trovata brillante se adottata
qualche volta, ma non sistematicamente.
La magistrale e sempre attuale lezione
di “cultura della pace” consegnataci
dai tragici greci si evince già
chiaramente dai loro testi, e lo spettatore
riesce benissimo a intuire da solo l’attualità
di quei versi. E già che abbiamo
nominato i versi, giova ricordare che
le tragedie greche non sono testi in prosa:
sono testi poetici, con tutto ciò
che ne consegue per quanto riguarda la
messa in scena. Certo, se ne può
benissimo ricavare una versione in prosa,
però bisogna essere onesti e dirlo
apertamente: “Signori, quest’anno
non vi rappresenteremo una tragedia greca,
ma un nuovo spettacolo ispirato ad un
dramma antico”. Così lo spettatore
lo sa già, e non ha ragione di
lamentarsi. Insomma, dal regista ci si
attenderebbe il rispetto dovuto ad un
pubblico pagante che sa benissimo cos’è
(e come si rappresenta) una tragedia greca.
Ancora una parola sulle “modernizzazioni”
di una tragedia: possibili ma non necessarie.
Purtroppo però, da oltre dieci
anni, al Teatro Greco di Siracusa non
si riesce a vedere altro. È divenuta
la regola. Sembra proprio un dispetto
al pubblico, che ogni anno confida in
una inversione di tendenza: perché
il fatto che le modernizzazioni non incontrano
il favore del pubblico è inconfutabile.
Il problema non è certo il principio
dell’innovazione in sé –
ché allora il regista cosa ci starebbe
a fare? –, ma ovviamente la qualità
delle singole innovazioni. Dichiarazioni
come “L’intento è quello
di essere vicini al pubblico” (Mario
Gas) oppure “I costumi, per avvicinare
di più i sentimenti dei personaggi
a noi oggi, si collocano agli inizi del
secolo scorso” (Maurizio Balò)
suonano offensive nei confronti di un
pubblico che non ha per nulla l’impressione
di aver ricevuto gesti di cotanto riguardo,
bensì di essere stato ancora una
volta preso in giro.
Sappiamo bene che il misoneista ha sempre
torto ed è destinato a diventare
lo zimbello della storia: nessuno ci tiene
a finire sui libri, a distanza di secoli,
come chi non ha saputo comprendere il
genio di un artista. Del resto anche Euripide
fu un innovatore, in particolare dalle
Troiane in poi. La differenza è
che quelle di Euripide erano davvero innovazioni,
mentre quelle odierne sono solo stanchi
e prevedibili epigoni di innovazioni già
viste e riviste da un bel po’ di
anni: gli stivali, la valigia, il camion,
l’automobile, la giacca e la cravatta
non stupiscono più, anzi è
ormai roba vecchia. Paradossalmente, la
rappresentazione di una tragedia greca
nella sua ambientazione originaria sarebbe
oggi l’innovazione più ardita.
Tuttavia, gli elementi moderni innestati
in una rappresentazione euripidea hanno
una conseguenza interessante. La delusione
da essi provocata, delusione che il pubblico
unanime si trasmette silenziosamente da
un estremo all’altro della cavea
(quasi servendosi dei gomiti come conduttori
di corrente), consente agli spettatori
di rivestire un ruolo molto importante
e per nulla secondario. Essi infatti interpretano
con naturalezza e spontaneità la
parte del pubblico teatrale ateniese del
V sec. a. C.: un pubblico talvolta infastidito
dalle innovazioni di Euripide, irritato
dalle sue rivoluzionarie sperimentazioni
drammaturgiche, imbarazzato dal suo Ippolito
velato. Proprio così: Euripide
era troppo moderno e il pubblico se ne
indispettiva o addirittura se ne scandalizzava.
Se le scelte degli odierni registi hanno
il segreto scopo di ricostruire quell’atmosfera
e stimolare la partecipazione attiva del
pubblico, facendogli interpretare il ruolo
degli antichi cittadini di Atene, non
possiamo che ringraziarli e considerarci
molto onorati di un così lusinghiero
incarico.
Ricordiamo infine che, molto vicino a
Siracusa, precisamente a Gela, è
sepolto uno dei più grandi tragediografi
greci, Eschilo. Ecco un motivo in più
per dare il massimo, quando si fa uno
spettacolo in questo teatro: Eschilo vi
sente.
Carlo
Fatuzzo
10 Giugno 2006