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Vi racconto la crisi siriana e il disinteresse dell'occidente

Scritto da Enrico Filotico on . Postato in Culture

Le interviste di Mondo Greco. Un focus sulla crisi siriana, cartina di tornasole per comprendere le sofferenze del Mediterraneo. Parla il giovane Shady Hamadi.
Quello del nuovo libro di Shady Hamadi è senza dubbio un titolo in controtendenza. Infatti “La felicità Araba” sembra una macchia di colore nella composizione di un quadro di un periodo grigio così come la primavera araba è stata. Scrittore alla sua seconda esperienza letteraria, Hamadi si mette a nudo raccontando la Siria attraverso se stesso, e attraverso le vicende di suo padre, siriano, vittima del regime negli anni sessanta.
 
Come può la guerra raccontare della felicità?
La felicità araba è il concretizzarsi  della possibilità per queste società di tornare ad essere protagoniste della loro stessa vita. Il titolo deriva senza dubbio dalla voglia di raccontarsi e di dire all’occidente che noi esistiamo e abbiamo diritto ad avere un dialogo paritario con voi. La voglia è quella di dare inizio ad un cambiamento che nel giro di tantissimi anni porterà ad un drastico mutamento di idee: non parlare più degli arabi, ma finalmente parlare con gli arabi. Per raggiungere davvero questa trasformazione e per far sì che questa “felicità” sia concreta, il nodo cruciale è la Siria. 
 
Ovvero?
Quando i siriani riusciranno a rendere il loro paese uno stato democratico, uno stato in cui sopravvive la convivialità religiosa che per millenni ha resistito, allora questo cambiamento sarà davvero qualcosa di concreto che partirà da Damasco passando per Bagdad, Beirut, fino a toccare l’Iran e gli stati del Golfo. La vera domanda è: chi vuole una Siria democratica? Non l’Arabia Saudita, non l’Iran, non la Russia, e forse nemmeno l’occidente. 
 
Il libro non è tratto da una vicenda di fantasia: come mai l’idea di una storia autobiografica?
Sì, la storia è proprio quella della mia famiglia, partendo da mio nonno per arrivare a mio padre e alla sua tragedia, parlando anche di attualità e di quello che io ho fatto e portato avanti in una sorta di attivismo politico. L’obiettivo è quello di raccontare questa rivoluzione da dove è partita e dove può portare. È questo il vero discorso della “felicità” araba, ho voluto riportare all’opinione pubblica italiana una storia che non conoscono. La storia della Siria che in Italia non sa nessuno, dai francesi fino alla dittatura di oggi: ovvero quando per la prima volta sul palcoscenico nazionale siriano si affacciava negli anni 2000 il dittatore di questi anni che veniva visto come riformatore. Ho voluto raccontare del pacifismo siriano, di come è nato e del perché non sia riuscito ad abbattere il regime.
 
La vicenda parte da una rivolta pacifica in Siria, che è sfociata poi in un episodio di violenza. I cittadini come vivono oggi questa guerriglia?
La rivolta siriana tutt’oggi continua ad esistere, quei pacifisti siriani che per un anno sono scesi in piazza oggi ci sono ancora. Alcuni risiedono in Siria, altri sono invece scappati e svolgono un ruolo importantissimo: mantenere viva la società siriana che non vuole sopperire di fronte a quella guerra.  Il pacifismo in Siria ha perso perché non è stato riconosciuto da parte della comunità internazionale. Se la questione araba avesse avuto un sostegno forte e sicuro da parte delle alte cariche fin dall’inizio, oggi la Siria non vivrebbe questa guerra. 
 
Dove collocare l’inizio della violenza?
Quando il pacifismo è stato soppresso nella più cieca repressione la società siriana ha scelto in maniera consapevole l’autodifesa e quindi la violenza. Ecco perché dico che la rivoluzione esiste ancora oggi, e sfida non soltanto il regime, ma sfida anche il fondamentalismo che arriva in Siria e che è nemico della rivoluzione. Quel fondamentalismo che arresta, tortura, sequestra e uccide numerosi attivisti e appartenenti a quel popolo siriano che ha scelto di uscire a manifestare per la rivoluzione. La Siria ha due nemici: il regime e il fondamentalismo che arriva da noi, e che si nutre dell’abbandono che la comunità internazionale continua ad avere nei confronti della Siria  
 
Questo è il suo secondo libro. Quale è stato il suo percorso letterario? E da quanto voleva scrivere un libro sulla rivoluzione siriana?
Il mio primo libro è una serie di brevi racconti, scritto dopo il mio viaggio in Siria nel 2009, durante il quale ho maturato una vicinanza a questo mondo arabo. Ho voluto raccontare un po’ con queste storie la condizione araba da noi così lontana. La felicità araba invece l’ho iniziata a maturare il primo anno della rivoluzione nel 2011 circa, perché c’era troppo dolore che necessitava di essere raccontato in Italia e perché serviva un libro che potesse riempire quello scaffale vuoto, quella non conoscenza, sulla Siria. Posso sicuramente definirlo un libro molto intimo, privato, perché metto a nudo la sofferenza di mio padre e l’ereditarietà del dolore che io porto con me assieme a quella frustrazione di non poter rispondere a quella domanda che ci poniamo tutti: ma se non si fosse stato il regime come avremmo potuto vivere le nostre vite?
 
Per lei si sono spesi personaggi importanti come Dario Fo e Riccardo Nury. Pensa che aiuteranno la diffusione di questo libro?
Dario Fo ci ha regalato questa preziosissima introduzione, e quindi non gli chiedo più nulla. Ha sottolineato l’importanza di tentare di guardare fuori dal nostro piccolo mondo.  Riccardo Nury, segretario di Amnesty International Italia, ha patrocinato il libro. Sono stati presenti con le raccolte dei detenuti siriani per le violazioni dei diritti umani, vogliamo tentare tutti quanti insieme di riuscire a creare l’interesse intorno alla Siria che manca. Chiaramente non mi aspetto che diventi un Best Seller, o un libro che sarà priorità nelle case degli italiani, ma cerchiamo di sfondare un muro che non ci fa guardare cosa accade in Siria. 
 
 

 

 

 

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