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Per un rinascimento che sia coscienza e conoscenza

Scritto da Enzo Terzi on . Postato in Culture

Prende avvio su Mondo Greco il dibattito avviato dall'editoriale del direttore, sull'esigenza di un nuovo Rinascimento euromediterraneo. Da Atene ecco l'analitico contributo di Enzo Terzi. Per commenti e osservazioni, scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

 

Intervenire su un tema ed in particolare su una esposizione che tra l’altro si condivide apertamente è un esercizio complesso. E’ il caso della riflessione “Per un nuovo rinascimento euromediterraneo”, per la firma del Direttore De Palo, qui apparsa di recente.
Ma il tema è affascinante tanto più che in sostanza lo scopo dell’intervento parrebbe essere quello di tracciare una via - finalmente (!), dopo anni durante i quali un pesante velo di oscurantismo sembrava indissolubilmente averci annebbiato – che unitamente ad altre parallele, possano, senza niente inventare, indicarci non vie d’uscita ma vie di coscienza. La coscienza di comprendere il valore del bello che non è misura unicamente estetica o filosofica ma il cui grado di comprensione è anche modo di essere uomini e, quindi, consesso sociale.

“Per Platone la bellezza doveva essere atemporale, perfetta e per questo era parte costitutiva delle Idee: l’origine di tutte le cose”, cita doverosamente De Palo, richiamando così, per estensione, l’attenzione su tutte quelle testimonianze manufatte che danno forma terrena al bello e, soprattutto, a quante di esse vi siano sulle sponde del mediterraneo tutto ed in particolare in quelle a noi più vicine (sia geograficamente che idealmente) ovverosia di Italia e Grecia.
Ma poiché tutrice terrena di questa bellezza è la politica ed il soggetto deputato ad esercitare politica è l’uomo, ecco anche che Platone - quasi a salvaguardare questo bene prezioso ch’è la bellezza - afferma: “Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi” (lettera 7 scritta agli amici e familiari di Dione. Scientificamente non è certa l’attribuzione al filosofo; potrebbe infatti essere stato un suo discepolo,). La bellezza infatti è il modo in cui si esterna il bene. La conoscenza dell’idea del “bene” appartiene ai filosofi poiché conoscere il “bene” significa conoscere ciò che rende buone le cose. E questa conoscenza è il “sapere” e dal suo buon uso dipende il governo, ovvero la politica.
Evidente la delusione di Platone nei confronti della politica tanto che è forse proprio il perpetuarsi di questo scontento che più sembra legarci al filosofo, quanto meno per continuità di vedute.
E l’esempio italiano è certamente dirimente visto che non solo la valorizzazione di questo patrimonio è cosa recentissima ma, anche e soprattutto, la regolamentazione della sua tutela la cui genesi legislativa, se si toglie l’iniziale impegno dello Stato Pontificio (fu suo il primo tentativo di regolamentazione con la bolla di Martino V – “Etsi de cuctarum” – del 1425), Del Granducato di Toscana e del Regno di Napoli, deve farsi risalire in periodo post-unitario al 1909, anno della Legge Rosadi , n. 364, la prima che organicamente tentava di dare una veste organizzativa considerando molto primitiva la precedente legge del 1902 (185/1902).

Dalla sponda greca le notizie non sono molto diverse in quanto risale alla legge 9/24 agosto 1932 uno dei primi tentativi di predisporre quantomeno un elenco dei beni culturali. E da allora solo un susseguirsi di progetti di legge e di interventi costituzionali che non hanno certo fatto chiarezza.

In termini storici vi sarebbe dunque una relativa recenza in questa disciplina che sembrerebbe in parte avallare anche il terribile ritardo con cui la coscienza politica del possesso di tale immenso patrimonio (perché di tale si tratta) in entrambi i paesi sia così acerba. Ma se attenuanti di natura storica, politica e socio-economica possono essere addotte a parziale excusatio della inefficienza politica, molto meno si possono addurre per la coscienza culturale. E’ in questo ambito che la sfida lanciata per un “rinascimento euromediterraneo” trova la battaglia più dura da combattere. Non vi è inefficienza politica che non nasconda pigrizia o impreparazione o, come talora accade, facile connivenza. Non vi mancanza di cultura se non con la complicità (ed anzi spesso l’induzione) della politica. Un nastro di Moebius che vede da ogni parte lo si osservi, una doppia faccia che in realtà, come nel nastro, è una sola.

La coscienza dunque della cultura che ci appartiene e dalla quale, oggi, potremmo addirittura trarne un consistente beneficio pratico oltre che intellettuale, contempla la consapevolezza che il patrimonio che ci è stato affidato è strumento di crescita spirituale, sociale ed in ultimo (e non in primis), economica. Quanto fatto fino ad adesso ha invece sovvertito e strappato questo legame. Anziché perseguire il “bello” platonico, si è perseguito il “quanto”, cercando di ottenere risultati a breve termine ma senza quella preparazione che, innanzi tutto, è rispetto, coscienza e conoscenza di quanto si sta manipolando.

E questo meccanismo di sfrenato sfruttamento è giunto al capolinea perché senza preparazione ha fomentato l’idea di essere possessori di grandi eredità senza averne in realtà consapevolezza del diritto ed ha permesso che la cultura venisse trattata al pari di un qualsiasi marchio commerciale rendendola morta ed inanimata (i brand sono tutti soggetti alla legge dell’usa e getta) e non viva progenitrice di una coscienza che oggi, invece, potrebbe rappresentare una delle strade da seguire per uscire da una crisi che essenzialmente è crisi di riferimenti, crisi di valori, è il vagare smarriti tra divinità pagane che ci hanno abbagliato e tradito, dimenticando come il “bello” e quindi il “bene” siano frutto di “sapere” e, più che altro, frutto di un modo corretto per interpretarli. E questi cammini presuppongono perseveranza, attenzione, costanza ed impegno. E non improvvisazione e pressappochismo, caratteri di cui sembra impregnato il DNA non della sola classe dirigente ma, ben più estesamente, di chi con essa convive.

Ben si progetti dunque un “rinascimento euromediterraneo”. E mai termine - “rinascimento” intendo - fu più appropriato. Così come lo storico Rinascimento, quello che ci piace ricordare con la “R” maiuscola fu risveglio non solo di coscienze e di intelletti e di arti, ma anche di ricchezza sociale ed economica, così oggi, nell’ipotesi che il nuovo medioevo sia giunto a fine con l’implosione delle regole che lo avevano rigenerato, nel perseguire una strada che dia dignità culturale, si abbia la consapevolezza che è di una rinnovata dignità personale che si parla, intessendo anche attraverso la valorizzazione dei tesori comuni, un nuovo rapporto interpersonale, sociale e, per conseguenza, politico. In ciò venendo parzialmente incontro alla definizione di Platone ma non esortando una nuova oligarchia a sostituirsi all’attuale, bensì creando le basi per una nuova e ben più diffusa aristocrazia, quella degli “aristoi”, i migliori, quali potremmo essere.

La storia ci ha abituato a vedere, da quando si è incontrata con l’uomo, ovvero sin dal suo inizio, come ogni Rinascimento fosse conseguente (anche per implicita definizione) ad un periodo buio, spesso un conflitto. Un periodo dove, comunque, qualcosa moriva o, almeno cessava di essere predominante. Oggi il nemico da battere, da ricondurre nell’alveo della sostenibilità e dell’equità, è l’interesse. Ed abbiamo visto, qui in Grecia, come anche in parte in Italia, sia un nemico che non ha rispetto alcuno. Vederlo sconfitto o almeno ridimensionato (se mai sarà possibile) - anche - da un nuovo modo di vivere la cultura, con essa e grazie ad essa, sarebbe una bella rivincita. Una rivincita che nulla ci costerebbe se non lo sforzo di capire e di conoscere. E’ uno sforzo che non si paga in soldi e per questo, forse, è ancora più vero.

Qui in Grecia dove oramai la regola n. 1 è quella di “far cassa” vendendo il vendibile ed anche di più, dalle licenze di sfruttamento minerario a quelle estrattive, dalle isole ai porti e si compra internamente solo la OPAP (l’equivalente della SISAL) perché è proprio nei momenti di crisi che tali società prosperano.
Qui dove si preferisce evocare fasti antichi e si invoca il ritorno dei “tesori sottratti” dai vari invasori e nel contempo si lasciano luoghi come Sparta in completo abbandono o il Partenone ridotto ad un immondezzaio, aperto oramai “ogni tanto”.
Qui dove tutti quelli che possono scappano, il cammino sembra ancora più lungo da fare ed allora la Grecia ci perdoni se stavolta si prende a mentore Seneca quando ricorda che “Il tuo spirito devi mutare, non il cielo sotto cui vivi.” (Animum debes mutare, non caelum, Lettere a Lucilio, LibroIII, lettera 28, par.1).

Anche se poi, poche righe dopo ammise che già Socrate si era espresso in questo senso: “Perché ti meravigli che non ti giovino i viaggi? Tu porti in ogni luogo te stesso; t'incalza cioè sempre lo stesso male che t'ha spinto fuori” (quid miraris nihil tibi peregrinationes prodesse, cum te circumferas? premit te eadem causa quae expulit, Lettere a Lucilio, LibroIII, lettera 28, par.2).
Dopo tutto, la consapevolezza molto spesso nasce dalla coscienza dell’errore. E qui benevolmente, Seneca ci ricorda come già Epicuro avesse affrontato la questione ritenendo l’errore un passo verso la conoscenza e non un’onta da mascherare con falso orgoglio: “se uno non sa di sbagliare, non vuole correggersi; devi coglierti in fallo, prima di correggerti” (nam qui peccare se nescit corrigi non vult; deprehendas te oportet antequam emendes, Lettere a Lucilio, LibroIII, lettera 28, par.10).

Un rinascimento euromediterraneo? Sì, certo. Ma cominciano da noi stessi.

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