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La guerra del buon soldato Toby nel libro di Vissol

Scritto da Dimitri Deliolanes on . Postato in Culture

Gli obici cadono a un ritmo di una decina il minuto. Fanno danni a un raggio di tre, cinque o anche dieci metri attorno, secondo il calibro. Questa pioggia di fuoco e acciaio continua per giorni e giorni, senza interruzione. Per caso qualche colpo centra la trincea e provoca una vera strage. Non c’è difesa: la violenza dell’esplosione, il fuoco e le schegge distruggono tutto, fanno crollare i fragili alloggiamenti in cui i soldati trovano rifugio, travolgono i pochi temerari sorpresi lungo il camminamento, li seppelliscono di terra e detriti.
Chi sopravvive deve nascondersi e affrontare per giorni interi altri problemi urgenti: deve bere, mangiare, andare al bagno. Ma non si può, tutta la mente è concentrata a sentire gli spari lontani, il fischio e l’esplosione, calcolare il punto d’impatto, il calibro, la distanza. E ringraziare, silenziosamente o no, il Signore per essere ancora vivo mentre tutto attorno si raccolgono, in tutta fretta, in mezzo al fango e alla terra violentata, i corpi dei compagni di battaglia, smembrati, deformati, spesso irriconoscibili. 
 
Questa è la prima guerra mondiale combattuta in trincea. Nulla di eroico. Solo una lunga resistenza in condizioni impossibili anche quando non piovono obici nemici: dormire in mezzo al fango, con i vestiti bagnati, lavarsi raramente con acqua fredda, mangiare irregolarmente del rancio freddo e scadente, circolare sempre chini nel pedinamento per evitare i colpi nemici, non poter dormire per le punture delle pulci e dei pidocchi. Portare addosso divise inadatte per affrontare il gelo e la neve. Addirittura l’esercito francese all’inizio delle ostilità aveva ancora nella divisa i pantaloni rossi del secolo precedente, per la gioia dei puntatori nemici.
 
Talvolta i soldati francesi assaltano la trincea nemica e riescono a occuparla solo per scoprire che i combattenti tedeschi stanno in trincee di calcestruzzo con l’elettricità, molto più comode e resistenti. Non era solo un altro esempio della leggendaria organizzazione tedesca: era anche l’indice della sciattezza e l’incompetenza con cui gli stati maggiori dell’Intesa avevano affrontato il conflitto. Come giustamente ha scritto Christopher Clark, gli stati europei si sono avviati verso il conflitto mondiale come “sonnambuli”, inconsapevoli degli avvenimenti, guidati da una dirigenza politica incapace di vedere lo sbocco finale delle sue azioni.
 
Noi invece, a distanza di un secolo, sappiamo tutto a livello di storia europea: il perché, il per come e anche come l’esito sconsiderato della prima condusse poi alla seconda guerra mondiale, alla Guerra Fredda, fino a nostri giorni. Ora però abbiamo la possibilità di seguire quel primo conflitto quasi in diretta, attraverso le testimonianze di un caporale francese. Si chiama Louis Vissol, sopranominato in trincea Toby, ed è un personaggio chiave per scoprire la quotidianità nascosta della Grande Guerra: nato nella regione di Limoges, famosa per la porcellana e di salde tradizioni socialiste, è un piccolo borghese cosmopolita. Conosce le lingue, viaggia e si stabilisce per un lungo periodo di tempo in Germania.
 
Pur essendo un orgoglioso patriota, Toby ammira lo spirito organizzativo dei tedeschi, l’ordine sociale, la legislazione in favore delle classi lavoratrici. Lo scoppio della guerra lo coglie di sorpresa, come tutti per altro, ma ubbidisce al richiamo di leva e si fa quattro anni al fronte.
Ecco, il diario di questi anni senza fine, insieme con la fitta corrispondenza con i genitori, sono i documenti scoperti dal nipote Thierry Vissol, funzionario europeo particolarmente attivo negli uffici romani della Commissione, per essere pubblicati nel suo “Toby, dalla pace alla guerra. Storia esemplare di un (qualunque) soldato d’Europa”, appena pubblicato dalle edizioni Donzelli.
 
Due le scoperte del nipote sul conto del nonno soldato. La prima è un mistero (e tale rimarrà). Il nonno ancora in vita lo aveva rassicurato: non ho mai ucciso un tedesco. Nel diario infatti, al contrario di quello che si potrebbe immaginare, abituati come siamo ai nostri miles gloriosus, non si parla mai dell’uccisione di un qualche nemico. Bisogna quindi seguire lo scrittore Thierry mentre si addentra a esplorare i meandri dei combattimenti oscuri, condotti per lo più dall’artiglieria (responsabile dell’80% delle perdite) con sporadici quanto inutili assalti alla baionetta contro le trincee nemiche. Si scopre che non c’è spazio per lo scontro individuale, si spara alla cieca e –verosimilmente- fuori bersaglio.
 
Gran parte della vita di trincea si svolge nella noia, nella ricerca disperata di qualche conforto, sempre a stretto contatto- visivo o uditivo-  con il nemico di fronte. Con il quale occasionalmente si colloquia, si fanno scambi di cibo, tabacco, giornali ma anche di opinioni ed esperienze. Tanto da suscitare le ire degli ufficiali, egualmente odiati da ambedue gli schieramenti. In un clima del genere, non è inverosimile che il guerriero Toby abbia detto la verità al nipote, almeno per quello che ne poteva sapere.
Il secondo elemento che Thierry rileva con forza nel libro è l’atteggiamento di grande cameratismo e di complicità che si crea tra i combattenti e la loro difficoltà a comunicare con il mondo dei civili. La prima guerra mondiale è la prima guerra “moderna”, con l’orrore delle armi di distruzione di massa, ma nelle retrovie è gestita come fosse una guerra del secolo precedente, con un apparato propagandistico più che superato: la retorica di un patriottismo fuori luogo, si nascondevano le sconfitte e si esaltavano le vittorie, dando ai civili un’immagine inverosimile degli avvenimenti al fronte. Ai combattenti questo era insopportabile: ai primi tentativi di spiegare come stanno realmente le cose seguiva un silenzio rassegnato e depresso. L’unica volta che il gentile Toby perde la pazienza con il proprio genitore è esattamente sul dover commentare presunte vittorie sul fronte riportate dalla stampa ma sconosciute ai soldati.
 
Thierry è estremamente meticoloso nel collocare ogni riferimento del diario all’interno del suo giusto contesto. Non solo nel fronte occidentale, ma anche in quello balcanico, con la rottura tra il re greco Costantino I (parente del Kaizer) e il premier liberale Venizelos (pro Intesa), sul fronte ottomano, con l’infelice sbarco a Gallipoli, sul fronte russo, con le ribellioni dei reggimenti e le cospirazioni bolsceviche. L’obiettivo, non dichiarato, è far emergere dalle ceneri di quella catastrofe un ammonimento per oggi: basta con i sonnambuli.
 
In questi anni recenti, in cui l’idea dell’Europa è messa duramente in prova, non possiamo permetterci di farci travolgere dagli avvenimenti. Neanche, aggiungerei, da fissazioni ideologiche, per quanto sembrino affascinanti. La storia la fanno gli uomini, Poincarrè e Petain, ma anche il coraggioso ma disincantato caporale Toby che ama i tedeschi, gli fa la guerra, ma non li uccide.
     
 

 

 

 

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